«Nel 1931 accettai l’invito di Meir Dizengoff, sindaco di Tel Aviv – scriveva Chagall – ed ebbi l’impressione di vedere con gli occhi dell’anima, di essere nato il giorno prima e di essermi proiettato con un balzo da Vitebsk alla terra biblica. Tra le rocce e le grotte, in quell’aria, sullo sfondo di quel paesaggio, riconoscevo e vedevo i Profeti accanto a me».
Fino al 25 ottobre per chi si trova in Valle d’Aosta o per chi desidera andarci per purificarsi dai vari e spesso vacui “eventi” estivi, è visitabile presso il Museo archeologico regionale di Aosta una splendida mostra interamente dedicata a Marc Chagall, curata da Grégory Couderc, Anne Dopffer e Alberto Fiz. Il percorso, ben costruito e molto curato anche visivamente, si snoda al primo piano dell’ex convento delle Visitandine, poi sede della Caserma Challant e oggi museo, proprio al di sopra del piano stradale romano, tanto permettere di vedere nel sottosuolo i ruderi della Porta Principalis Sinistra di Augusta Pretoria Salassorum, l’Aosta Romana. La particolarità della mostra è quella di esporre dipinti, sculture, gouaches, disegni, incisioni, libri illustrati e ceramiche con una ricchezza, 120 opere, molto rara per un’esposizione che del tutto a torto si potrebbe pensare “minore”. La grande maggioranza delle opere proviene dal Musée National Marc Chagall di Nizza e la proposta espositiva, se percorsa lentamente, permette di immergersi in quella “visione con gli occhi dell’anima” che ha accompagnato il pittore lungo tutta la sua lunga e tormentata esistenza. Il sottotitolo della mostra, “Tra poesia e spiritualità”, è molto vago e modernamente inoffensivo ma il nucleo vero, la forza che animava la mano che dipingeva aveva una sola sorgente: la Bibbia. Marc Chagall vedeva e credeva: la Scrittura gli stava sempre dinnanzi, come una bussola e come un mistero. Non basta né la poesia né ancor meno un’annacquata spiritualità per star di fronte ad opere come “La Creazione dell’uomo”, “Il sacrificio di Noè”, “Il Profeta Isaia”. Come comprendere senza la forza della fede quel piccolo uomo che pare ancora dormire nelle braccia del suo Creatore, immerso in un azzurro e in blu che contrastano con l’arcobaleno vorticoso di tutta la Creazione sovrastante, già pronta per lui ancora ignaro? O cosa dire di fronte a Noè assorto e avvolto di verde di fronte alla pira del sacrificio, circonfusa di una trascendente luce gialla dietro alla quale par di vedere una menorah? E poi Mosé, Davide, una sezione dedicata al Cantico dei Cantici, la commissione dell’editore Ambroise Vollard nel 1930 per alcune incisioni che Chagall realizzò per la Bibbia, gli studi per le vetrate che l’artista ha realizzato in vari paesi d’Europa.
Decisamente interessante anche il catalogo, curato da Allemandi, e ricco di ottime fotografie. Ci permettiamo però di mettere in evidenza, proprio nel volume, e più precisamente nel saggio del critico d’arte Alberto Fiz un’affermazione che lascia senza parole: i fatti di Gaza non solo definiti “un genocidio” ma, senza mezzi termini, direttamente accostati alla Shoah. Non un cenno ovviamente alla furia terroristica del 7 ottobre.
Curioso e inquietante: si può curare una mostra di Marc Chagall e continuare tranquillamente a non credere a nulla. Credendo a tutto.
Ferdinando Cancelli