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Ahavah tra il sacro e il profano

Ahavah tra il sacro e il profano

Maestri e studiosi ben più titolati di me hanno già ricordato come la radice della parola “amore” (alef-he-bet) si incontri per la prima volta nel Tanach per parlare dell’amore di un padre per il figlio. Non in un momento qualsiasi: in quello della Akedah (la legatura) di Isacco (Bereshit 22, 1-18), quando il padreterno chiede ad Abramo di prendere il figlio e portarlo sull’altare per legarlo in sacrificio (o in “elevazione”, come suggerisce Rashì).

Un debutto dunque per questa radice tutt’altro che sereno, in quella che Elie Wiesel nel suo Personaggi biblici attraverso il Midrash (ed. Giuntina) descrive come «una storia sconcertante in cui domina la paura». L’amore è dunque già “legato” alla perdita e al terrore, non è ricondotto a una condizione di purezza primigenia.

Quest’accesso all’amore nel testo centrale della nostra cultura avviene attraverso un’esperienza di rottura. Ed è da un’esperienza simile che prende le mosse il primo prodotto “pop” qui analizzato. Se la mia area di competenza principale è la canzone, non sono comunque alieno allo studio di altri prodotti della pop-culture. In particolare, fin da ragazzino sono appassionato all’universo di Star Wars. Per la costruzione del suo universo George Lucas pescò a piene mani dalle più svariate culture umane. Negli ultimi anni Dave Filoni e Jon Favreau hanno sviluppato in modo particolare la cultura del gruppo etnoreligioso dei mandaloriani, trasformandolo in uno degli elementi più popolari dell’universo di Star Wars. Per chi sa leggere tra le righe, il gruppo richiama da vicino alcuni tratti delle vicende storiche e della cultura ebraica, e il suo ciclo narrativo vede una corrispondenza tra la storia ebraica remota e recente: tentativo di sterminio, ritorno al pianeta madre – con tanto di riaccensione della “grande fornace”, che ci ricorda molto da vicino la riconsacrazione del tempio fatta dai Maccabei. Nella serie The Mandalorian il motore di tutto è una storia d’amore, ma non quello romantico: è l’intenso rapporto padre-figlio che sorge tra un mandaloriano e un bimbo appartenente alla misteriosa specie del Maestro Yoda. Travolto da questa paternità adottiva inattesa, il mandaloriano arriverà a infrangere il suo codice per mettere in salvo “il bambino”. E arriverà addirittura a togliersi il casco, infrangendo la più rigida regola della “Via di Mandalore”, il sistema di precetti che ogni mandaloriano è tenuto a osservare: mai mostrare il proprio volto.

L’amore fisico invece, nella declinazione del desiderio maschile, emerge con prepotenza satirica nella canzone Zippor haMiknassaim haKtanah, ossia “il piccolo uccello nei pantaloni” del geniale drammaturgo e poeta israeliano Hanoch Levin. Il testo, da me tradotto dall’ebraico, è una spietata cronaca del rapporto tra un uomo e il suo organo genitale, che a ogni ritornello continua a promettergli la felicità, per arrivare a riconoscere solo nella vecchiaia che si è sbagliato, in buona fede, e che quella felicità non è in grado di dargliela. In ebraico, l’immagine del dialogo con un “zippor”, un uccello, non è esplicita come in italiano, dove “uccello” è l’eufemismo consueto per “pene”. Per ottenere lo stesso effetto discreto dell’originale ebraico ho scelto quindi di trasformare l’uccello in un pulcino, che poi cresce e diventa un gallo, e infine un pollo da brodo.

Ma l’amore in Levin non è soltanto l’impietoso ritratto della libido maschile che mostra in questa canzone. La delicatissima Haytah lah aruvah levanah, cantata meravigliosamente da Chava Alberstein e Avi Kushnir, mette in scena un uomo e una donna anziani a passeggio sulla spiaggia: l’uomo vede da lontano una nave che emana una fumata bianca («Aveva una fumata bianca» è la traduzione letterale del titolo), riconosce il capitano come un suo amico e chiede alla donna se può partire con lui. In questa ballata romantica, simile a una filastrocca per bambini, l’amore si manifesta nell’accompagnamento verso la fine della vita e nel coraggio di saper lasciare andare chi amiamo.

Diverso ancora è l’approccio di uno tra i massimi poeti israeliani (e mondiali), Yehudah Amichai. La sua concezione della vita è quella di un uomo che si è allontanato dalla temperie religiosa in cui è cresciuto, ma conservandone un insegnamento fondamentale: il linguaggio non crea la realtà, ma plasma il modo in cui la concepiamo. Ecco perché nel suo mondo il padreterno, se c’è, è un praticone, un meccanico di cui vedi solo le scarpe, che ha lasciato gli adulti da soli dopo averli brevemente degnati di misericordia nell’infanzia. Ma nella condizione di violenza e costante conflitto in cui gli umani vivono, l’unica speranza che mantiene luminoso il futuro risiede proprio nell’amore.

Elohim merachem al yalde’ haGan è una poesia musicata da molti e che ho adattato in italiano in occasione del centenario della nascita del poeta, usando la versione della storica band israeliana Achim veAchaiot. In questo testo, proprio gli amanti saranno forse gli unici che riceveranno pietà. Nella splendida Shir lel shabbat invece, cantata ancora una volta da Chava Alberstein, il convegno amoroso sembra essere l’unica realtà in grado non già di far terminare la guerra, ma almeno di spostarla in un altro luogo. Negli esempi che abbiamo qui scorso, l’amore non è mai una soluzione: è legato a qualcosa di più grande e terrificante, che sia la morte o la violenza; ma rimane lo spazio umano entro il quale ci è concesso di aprire una negoziazione con la realtà feroce e selvaggia che ci circonda.

Rocco Rosignoli

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