Comics&Jews

Harley Quinn, l’ultima eroina dei fumetti, mangia kasher

Harley Quinn, l’ultima eroina dei fumetti, mangia kasher

Per molti ebrei è diventato automatico nascondere o attenuare la propria identità. Harley Quinn, personaggio DC Comics, si comporta in modo esattamente opposto. La sua ebraicità è una parte esplicita della sua identità e ricorre tanto nelle situazioni in cui combatte i cattivi quanto nei momenti più intimi, con Poison Ivy, la sua amante. Harley Quinn, il cui vero nome è Harleen Quinzel, compare per la prima volta nel 1992 in Batman: The Animated Series, ha studiato psicologia e conseguito un dottorato, per poi iniziare un tirocinio all’Arkham Asylum, dove si è innamorata del Joker. Da quel momento la sua vita diventa piuttosto caotica: tra amori finiti male, scontri e avventure con gruppi come la Suicide Squad e le Sirens, Harley è sempre brillante, impulsiva, spesso oscura, o arrabbiata, ma non rinuncia mai a rimarcare le proprie origini ebraiche. 

La sua presenza si inserisce nel filone Comics&Jews, la più ampia storia del rapporto fra fumetto ed ebraismo. Stan Lee (Stanley Martin Lieber), ebreo, fu tra i protagonisti sin dai primi passi dell’universo Marvel. Ebrei erano anche Martin Goodman (nato Morris, o Moe), il fondatore della Timely Comics, poi diventata Marvel, Joe (Joseph) Simon e Jack Kirby (Jacob Kurtzberg), creatori di Captain America, Bob Kane (Robert Kahn) e Bill (Milton) Finger, ideatori di Batman, e Jerry Siegel e Joe Shuster, i due adolescenti ebrei che crearono Superman. A Superman attribuirono origine dai tratti biblici, il nome Kal-El e un alter ego, Clark Kent, a sua volta caratterizzato da elementi ebraici. Molti di loro provenivano da famiglie di immigrati dal mondo ashkenazita, e la costruzione di universi alternativi, popolati da eroi impegnati nella lotta per la giustizia, oltre a fare riferimento a personaggi era anche una forma di evasione dalle difficoltà della storia ebraica e dell’esperienza migratoria. 

Una parte dell’immaginario dei supereroi americani può essere letta come una moderna rielaborazione di figure e strutture narrative provenienti dalla tradizione ebraica, sia biblica e folklorica: più un deposito di miti che una filiazione lineare, qualcosa che la cultura dei comics ha secolarizzato e trasformato. Il caso più evidente è quello del Golem, la creatura d’argilla della tradizione rabbinica e cabbalistica, resa celebre dalla leggenda del Maharal di Praga: un essere artificiale creato per difendere una comunità perseguitata, potentissimo ma potenzialmente incontrollabile. La sua ombra può essere vista in Superman, in cui c’è anche il modello biblico di Sansone, mentre il motivo del bambino salvato dalla distruzione e destinato a una missione presso un popolo straniero richiama inevitabilmente Mosè; e riemerge, in forme più mostruose, in personaggi come Hulk e The Thing, esseri dalla forza spropositata il cui corpo diventa insieme protezione, minaccia e problema identitario. 

Altri archetipi dalla Torah sono David e Golia, che forniscono il paradigma del debole che affronta il gigante, mentre i Maccabei incarnano la resistenza armata di una minoranza contro un potere immensamente superiore, una struttura narrativa che trova nel supereroe americano una nuova forma. Il folklore ebraico offre anche figure più oscure: il dybbuk, lo spirito che si impossessa di un corpo vivente, appartiene a quella tradizione di possessioni, demoni e anime irrequiete che i comics e la narrativa fantastica hanno rielaborato senza sosta; e il suo immaginario, insieme a quello della demonologia ebraica, entra nel mondo soprannaturale di opere come Hellboy, dove il confine fra folklore ebraico, cristiano ed europeo viene deliberatamente mescolato. Ancora più significativa è Lilith, figura demoniaca della tradizione ebraica e poi, soprattutto nella leggenda medievale, prima compagna di Adamo che rifiuta la subordinazione: la sua metamorfosi da demone a icona di autonomia femminile trova nel fumetto un terreno naturale, fino alla sua presenza esplicita nell’universo di Sandman e in numerose altre incarnazioni della cultura pop. 

I personaggi ebrei non sono necessariamente eroi: in Magneto, tra i più noti (appartiene all’universo degli X-Men), il mito lascia il posto alla storia: è un sopravvissuto alla Shoah, incontra il professor Xavier in Israele e porta nel linguaggio supereroico la memoria ebraica della persecuzione, trasformandola in una domanda: una minoranza, una volta conosciuta la violenza, deve affidarsi alla convivenza o prepararsi a difendersi? Marc Spector, il personaggio noto come Moon Knight, è figlio di un rabbino, e negli anni Ottanta Alan Zelenetz, già a capo di una yeshivah, lavorò alla serie… Golem, Mosè, Sansone, David, Maccabei, Lilith, dybbuk e memoria della Shoah non costituiscono dunque una galleria di “antenati” dei supereroi, ma una sorta di grammatica mitica: il protettore della comunità, il bambino salvato, il corpo dotato di una forza sovrumana, la minoranza che resiste, la creatura che rischia di sfuggire al controllo, il demone che invade il corpo, la donna che rifiuta il ruolo assegnato, il sopravvissuto che non vuole essere nuovamente vittima. In questa galleria non può mancare il presente con Sabra, agente del Mossad, rappresentata in origine con un costume bianco sul quale campeggiava una grande Stella di David. La sua presenza nel film del 2025 Captain America: Brave New World fu accompagnata da accese controversie (e da indiscrezioni secondo cui il personaggio israeliano avrebbe potuto essere trasformato in russo, cosa che poi non avvenne, il ruolo rimase all’attrice israeliana Shira Haas). 

La rappresentazione ebraica nei fumetti va comunque oltre i supereroi, da Maus di Art Spiegelman, racconto grafico della sopravvivenza alla Shoah che è un riferimento inevitabile a Kosher Mafia, serie ispirata alla storia della criminalità ebraica. Rilevante anche la possibilità di rappresentare personaggi ebrei che non siano semplicemente «buoni», senza ricadere negli stereotipi antisemiti né in una visione idealizzata. Harley Quinn appartiene a questa tradizione: è tecnicamente una “villain” e non è sempre amabile. In una storia diventa «Bat Quinn», una vigilante vendicativa; in un’altra provoca il caos cercando di organizzare una festa di Halloween. La sua vita sentimentale non è più ordinata, ma Harley possiede un senso del giusto e dello sbagliato e un umorismo secco che ben convivono con la sua ebraicità. 

Dietro il passato criminale, gli abiti succinti e le relazioni sentimentali complicate emerge una donna forte, consapevole delle proprie origini e poco incline ad accettare un rifiuto, una figura imperfetta e spesso distruttiva, lontana dall’idea di un personaggio ebraico costruito secondo un modello ideale che però può offrire, con la sua ostinazione e il suo sregolato senso dell’umorismo, una forma inattesa di incoraggiamento quando ci si trova ad affrontare situazioni difficili, o la banalità della vita quotidiana, da una discussione impegnativa alla richiesta – succede davvero – di una Caesar salad senza bacon.

Ada Treves

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