Società

Perché l’Occidente ha smarrito la bussola

Perché l’Occidente ha smarrito la bussola

La domanda che Jake Wallis Simons, giornalista e autore britannico, pone nel suo ultimo intervento sul Jewish Chronicle parte in apparenza dagli ebrei, ma arriva subito altrove, ossia si chiede non se gli ebrei riusciranno a sopravvivere alla crisi dell’Occidente, bensì se sarà l’Occidente a riuscire a sopravvivere alla propria crisi. Simons parte da una coincidenza temporale: il giorno della pubblicazione del suo nuovo libro, Never Again? How the West Betrayed the Jews and Itself, due ebrei sono stati uccisi davanti a una sinagoga di Manchester. Da qui il senso di urgenza e la convinzione che il problema dell’antisemitismo non possa essere affrontato soltanto attraverso maggiori misure di sicurezza o interventi legislativi. A suo giudizio, la questione riguarda una trasformazione più profonda delle società occidentali e il modo in cui esse guardano a se stesse: gli ebrei, sostiene, hanno attraversato persecuzioni, espulsioni e massacri conservando una forte consapevolezza della propria identità e della propria continuità storica. L’Occidente, al contrario, avrebbe progressivamente perso fiducia nella propria storia, nelle proprie istituzioni e nella legittimità stessa di difendere la propria identità. Simons individua questa dinamica nell’ideologia che definisce «fondamentalismo centrista», sviluppatasi dopo la fine della Guerra fredda: una visione fondata sulla globalizzazione e sull’uguaglianza universale che avrebbe finito per indebolire il senso dei confini, dell’appartenenza nazionale e della continuità storica. In questo quadro colloca anche una parte del movimento filo-palestinese occidentale, che a suo giudizio è arrivato a identificare Israele con l’Occidente e gli ebrei con il gruppo degli oppressori, rendendoli così un’eccezione all’interno del discorso contemporaneo sull’antirazzismo. 

Simons considera questa dinamica pericolosa per le società occidentali nel loro complesso, perché contribuirebbe a delegittimare dall’interno le istituzioni e i valori che le hanno caratterizzate. Cita, fra gli altri esempi, il processo di «decolonizzazione» di istituzioni culturali britanniche come lo Shakespeare Birthplace Trust, interpretandolo come il sintomo di una più generale difficoltà dell’Occidente a considerare la propria storia come qualcosa da preservare anziché da sottoporre continuamente a condanna. A questa crisi culturale si aggiungerebbero, secondo Simons, problemi nei sistemi di immigrazione, giustizia, istruzione, università, welfare e difesa, che richiederebbero una riforma complessiva. Il punto di partenza, tuttavia, sarebbe soprattutto psicologico e culturale: abbandonare quello che definisce un senso di colpa acquisito e recuperare una forma di orgoglio per la propria civiltà; la sopravvivenza ebraica, nella sua lettura, discende da una capacità di resistenza costruita nel tempo, mentre la fragilità dell’Occidente dipende dalla perdita di fiducia nei propri presupposti. Jake Wallis Simons è anche autore di Israelophobia, the newest version of the oldest hatred and what to do about it, pubblicato nel 2023, dedicato all’ostilità verso Israele e alle sue implicazioni per gli ebrei occidentali; del romanzo The English German Girl (2011); e di The Exiled Times of a Tibetan Jew: A Tragicomedy, una tragicommedia ambientata in una comunità immaginaria di rifugiati ebrei tibetani a Londra, uscito nel 2005.

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