Nel 1944 un imprenditore ebreo originario della Transilvania, divenuto diplomatico del Salvador in Svizzera, riuscì a salvare oltre centomila ebrei ungheresi. George Mandl, che avrebbe poi assunto il cognome Mantello, falsificò migliaia di certificati di cittadinanza salvadoregni, organizzò la diffusione dei Protocolli di Auschwitz e convinse la stampa svizzera a pubblicare informazioni sullo sterminio, nonostante la censura imposta dal governo. Per decenni, tuttavia il suo nome è rimasto praticamente sconosciuto. Racconta Aish che Mandl, nato nel 1901 in una famiglia ebrea benestante della Transilvania, studiò a Budapest e frequentò una scuola militare durante la Prima guerra mondiale. Divenne un imprenditore di successo e, grazie alla sua attività, costruì una rete di relazioni in diversi paesi dell’Europa centrale. Nel 1928 sposò Irene Berger e la coppia ebbe un figlio, Enrico, prima di trasferirsi a Budapest. La posizione di Mandl cambiò con l’avvicinarsi della guerra. Nel 1939 José Arturo Castellanos, console generale del Salvador a Ginevra, che lo conosceva per precedenti rapporti d’affari, lo nominò console onorario del Salvador per Cecoslovacchia, Jugoslavia e Romania, un incarico che significava anche ottenere il passaporto diplomatico. Nel frattempo aveva modificato il proprio cognome da Mandl a Mantello, e, quando la Romania si schierò con le potenze dell’Asse, decise di raggiungere la Svizzera. Il viaggio fu tutt’altro che semplice: fermato dai nazisti alla frontiera, venne portato a Zagabria e sottoposto a sorveglianza. Riuscì a fuggire travestito da pilota di aereo rumeno e, in seguito, attraversò la Jugoslavia indossando l’uniforme da ufficiale. Arrivato finalmente a Ginevra si riunì al fratello Joseph e impiegò le proprie risorse per aiutare gli ebrei rimasti sotto il dominio nazista, ma il suo primo tentativo di coordinare le organizzazioni ebraiche svizzere fallì. Mantello fondò allora il Comitato dei rabbini svizzeri, cercando di dare loro una voce comune nei rapporti con i governi e costruendo al tempo stesso relazioni con esponenti delle Chiese cristiane. Ma fu soprattutto l’uso dei documenti salvadoregni a trasformare la sua attività: alcuni gruppi ebraici avevano già scoperto che i certificati di cittadinanza di paesi latinoamericani potevano offrire una forma di protezione perché i nazisti esitavano a deportare i titolari di documenti stranieri di paesi neutrali o nemici.
Mantello decise di produrre gratuitamente quanti più certificati salvadoregni possibile, con l’autorizzazione di Castellanos e utilizzando denaro proprio organizzò uno spazio di lavoro e assunse studenti universitari per dattilografare i documenti, che poi timbrava e sigillava personalmente. Produssero migliaia di certificati, inviati in dodici paesi europei attraverso la posta, corrieri privati e valigie diplomatiche: ogni documento poteva comprendere un’intera famiglia. Nel marzo 1944, quando i tedeschi occuparono l’Ungheria, la questione divenne anche personale, la moglie di Mantello era ancora a Budapest, mentre i suoi genitori e altri familiari vivevano in Transilvania, ormai sotto controllo ungherese. I certificati inviati ai genitori arrivarono troppo tardi, erano già stati deportati ad Auschwitz, ma quello destinato a Irene le fu consegnato a Budapest permettendole di evitare la deportazione. Fu durante quella missione che un collaboratore di Mantello entrò in contatto con Moshe Kraus, esponente del movimento sionista ungherese, che gli consegnò una copia dei Protocolli di Auschwitz, il rapporto redatto sulla base delle testimonianze di Rudolf Vrba e Alfred Wetzler, due prigionieri riusciti a fuggire dal campo. Il documento descriveva il funzionamento del campo di sterminio, comprese le camere a gas e i crematori. Quando i fratelli Mantello lo ricevettero a Ginevra, il 21 giugno 1944, decisero di rendere pubbliche quelle informazioni. Mantello fece tradurre i Protocolli in inglese, francese e spagnolo e ne produsse numerose copie, informò il Comitato dei rabbini svizzeri, il Comitato ungherese svizzero, esponenti religiosi, rappresentanti degli Alleati e dell’intelligence americana. Quindi, per aggirare la censura svizzera, si rivolse inoltre a un giornalista della British Exchange Telegraph, agenzia non sottoposta alle stesse restrizioni, ottenendo la trasmissione delle informazioni alle agenzie di stampa occidentali. Il giorno dopo i giornali svizzeri pubblicarono in prima pagina notizie sullo sterminio di Auschwitz. Poi Mantello coinvolse anche esponenti delle Chiese cristiane, favorendo la diffusione di una lettera firmata da quattro teologi svizzeri: le proteste pubbliche aumentarono, il papa scrisse al reggente ungherese – Miklós Horthy – chiedendo la fine delle deportazioni, seguirono gli interventi del presidente americano Franklin Roosevelt e del re di Svezia. Il 7 luglio Horthy ordinò la sospensione delle deportazioni, e secondo la ricostruzione proposta, più di centomila ebrei ungheresi furono così risparmiati. Dopo la guerra Mantello continuò a utilizzare le proprie risorse per aiutare i sopravvissuti e sostenere il salvataggio di bambini ebrei rimasti orfani in Romania. Si stabilì a Roma e condusse una vita discreta, senza cercare riconoscimenti per il lavoro svolto durante la guerra, morì nel 1992, a novant’anni. Secondo il rabbino e studioso della Shoah Aubrey Hersh, Mantello agì utilizzando gli strumenti più diversi, dalla diplomazia alla falsificazione dei documenti, dalla rete di relazioni personali alla stampa, senza disporre di un’organizzazione capace di sostenere il suo progetto, e quanto fece è stato poi poco raccontato perché avrebbe ricordato alla Svizzera di avere violato le proprie leggi sulla censura e agli Alleati di avere esitato davanti alle informazioni contenute nei Protocolli.