Attualità

Gesù era ebreo

Gesù era ebreo

«Ho aspirato a creare dipinti che raccontassero in uno stile iconografico dieci momenti della vita di Gesù e ho aggiunto ciò che mancava: la sua identità ebraica».
Adi Kichelmacher è un’artista israeliana 47enne, laureatasi nel 2006 alla Shenkar University di Tel Aviv in design tessile di moda e trasferitasi l’anno successivo a Roma, dove vive ancora oggi.
Le sue pitture affrontano vari temi, collegati anche all’identità, ma questo argomento specifico è una sua “scoperta” recente ed è oggi valorizzato nella mostra Le radici ebraiche di Gesù nei Vangeli visitabile fino al 31 ottobre al Museo ebraico di Lecce. «Gesù era ebreo e lo è stato dalla nascita a morte. Sembra una ovvietà dirlo, ma con una certa sorpresa ho scoperto che non è così per tanti cristiani. E in questa incomprensione della radice ebraica del cristianesimo si annidano molti dei problemi che stiamo vedendo ampliarsi ogni giorno di più, con strumentalizzazioni pericolose e una crescita preoccupante dell’odio e del rancore», sottolinea l’artista, fermamente convinta che l’arte possa illuminare la consapevolezza e rafforzare un «dialogo autentico, fatto di rispetto, memoria e convivenza».
Tutto nasce dallo studio di alcuni famosi dipinti, del Tintoretto e di altri artisti, in cui l’identità ebraica di Gesù non appare o appare sbiadita. Per questo, nell’affrontare il tema «ho scelto uno stile che richiama l’iconografia tradizionale, ma in modo semplice e vicino alla realtà, per restituire i luoghi, le figure e i dettagli basati sulle fonti del Vangelo e della Bibbia, nel rispetto del contesto storico». Kichelmacher precisa di non voler «creare un nuovo mito», ma di «riportare luce sulle sue radici, perché se sono comuni, anche il nostro cammino lo è».
Tra le opere in mostra c’è una anche una sua personale rivisitazione de L’ultima cena di Leonardo da Vinci. E se la composizione originale «è stata quasi interamente conservata», il contenuto ha subito una trasformazione rilevante e svela come potesse apparire «veramente» il Seder di Pesach in quella Gerusalemme, in un contesto in cui risaltano l’atmosfera familiare della festa, la presenza femminile e di bambini, l’orizzonte della continuità su cui si fonda questo momento tra i più formativi e responsabilizzanti, da millenni, dell’esperienza ebraica.
Per prepararsi Kichelmacher ha attinto anche da «un libro fondamentale che tengo sempre sul comodino». Si tratta di Gesù ebreo, di Riccardo Calimani, pubblicato una prima volta nel 1990 e ancora oggetto di ristampe. «Chi si ricorda più del perché il capodanno arrivi otto giorni dopo Natale? Quanti ricordano, nel momento in cui brindano all’anno nuovo, che festeggiano la circoncisione di un bimbo ebreo?», si chiede Calimani nella prefazione alla sua opera, che indaga – tra i vari temi – la storia di Israele e del popolo ebraico, l’affermarsi del profetismo e del messianesimo e il significato della scoperta dei rotoli di Qumran nel 1947. Tra i più autorevoli studiosi dell’ebraismo italiano, Calimani è al lavoro su una “storia delle idee” del popolo ebraico. Ma è ben lieto di rispondere a qualche domanda su quel libro che, passati 36 anni, resta di grande attualità. «Ho ritenuto necessario toccare questo tasto delicatissimo perché è un po’ il cuore di tante questioni», spiega lo strico e scrittore veneziano. «Nel libro mi sono occupato del Gesù ebreo, un Gesù terreno, cercando di essere il più rigoroso e documentato possibile: è un libro se vogliamo fatto con il tratto dell’ingegnere e che non entra nella sfumatura di fede di Gesù visto non come uomo ma come “Cristo”, che evidentemente riguarda un ambito che non è il mio». Il libro subì all’inizio alcuni attacchi di esponenti di spicco del mondo ecclesiastico, tra gli altri del cardinale Gianfranco Ravasi, proprio per via di una sostanziale incomprensione della natura dell’opera. «Ma poi la polemica si ridusse: la Chiesa è storicamente capace di assorbire tutto e addirittura fui invitato a presentarlo in Vaticano». Non è un libro «che vuole suscitare scandalo», ribadisce l’autore, «ma un’analisi accurata del periodo storico e delle idee testimoniate come uomo terreno». E il mondo ebraico invece come reagì? «Come sappiamo, il nostro è un mondo plurale: ci fu chi reagì bene, chi male, chi decise di ignorare. Parlare di Gesù però è molto importante perché la sua figura si è imposta, nelle sue diverse forme, come religione dominante».
Guai quindi a tirarsi fuori dal confronto, fa capire Calimani, perché se la dichiarazione Nostra Aetate del 1965 ha certo rappresentato una svolta nelle relazioni tra ebrei e cristiani «la sua diffusione capillare resta ancora oggi incompiuta e difficile» e il «rapporto tra queste due identità si presenta comunque complesso, soggetto a spinte e contro-spinte, tanto che non si sa mai quando si fa un passo avanti e quando uno indietro». Il suo Gesù ebreo si apriva, in tal senso, con un auspicio: «Conoscere le origini di questa storia può forse avvicinare uomini che credono di essere molto diversi».

a.s.

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