Cent’anni fa, il 14 agosto 1926, nasceva a Parigi l’ebreo ashkenazita destinato a diventare uno degli autori più importanti della cultura popolare francese del Novecento. René Goscinny avrebbe creato Asterix insieme a Albert Uderzo, ma la sua opera comprende anche Il piccolo Nicolas, Lucky Luke e Iznogoud, contribuendo in modo decisivo a trasformare il fumetto da genere considerato minore in una forma compiuta di narrazione. Ricordarlo oggi, come ha fatto Tenoua con il testo di Anne Goscinny e Léa Taieb, significa attraversare una storia più complessa di quella dell’autore celebrato per il talento comico e per i suoi personaggi: Goscinny morì nel 1977, a 51 anni, per un arresto cardiaco. Sua figlia Anne ne aveva nove e da allora ha integrato parte della memoria paterna nella materia della sua scrittura. Nel 2025 ha pubblicato La bambina che non sapeva disegnare, un libro autobiografico nel quale torna sul lutto infantile e sulla figura del padre, di cui aveva già scritto nel 2012 ne Il rumore delle chiavi. Le storie, spiega, «non prendono sempre il percorso che immaginiamo». A volte restano per anni in una zona appartata della memoria e poi riemergono, quasi chiedendo di essere raccontate. Il racconto privato si intreccia con una memoria familiare molto più vasta: come accadde a molte famiglie ashkenazite, dopo che i parenti erano stati quasi cancellati: «La vita non era più che un campo di cenere». Se ne parlava poco, e Goscinny apparteneva a quella generazione che aveva attraversato il dopoguerra usando il silenzio come forma di sopravvivenza. Durante un viaggio a Los Angeles, Anne incontrò Boris, un prozio del quale non conosceva l’esistenza, alla domanda su dove fossero gli altri familiari, le rispose con un gesto affettuoso, ma nella casa di Boris c’era un piccolo gatto di porcellana sopravvissuto alla catastrofe. Boris lo affidò alla bambina insieme a una consegna: «Un giorno toccherà a te raccontare ciò che hai appena sentito. I miei fratelli non sono mai tornati».

Anne Goscinny è oggi l’unica persona della sua generazione in grado di trasmettere quella parte della storia familiare e lo fa senza che sia una dichiarazione identitaria. Anche il rapporto con l’ebraicità del padre, dice, richiede una misura precisa: molti si sorprendono scoprendo che Goscinny era ebreo e lo immaginavano italiano. Spiega: «Non lo nascondo, non lo grido nemmeno, lo dico con il tono giusto», è una forma di fedeltà alla memoria, e alla natura di un uomo che probabilmente avrebbe diffidato delle etichette applicate a posteriori. Nel 2017, per i quarant’anni dalla morte, Anne promosse al Musée d’art et d’histoire du Judaïsme di Parigi la mostra René Goscinny. Al di là della risata: portare il suo lavoro in un museo ebraico significava restituirgli anche quella collocazione, senza pretendere che fosse l’unica. La questione è tanto più interessante perché l’umorismo di Goscinny viene talvolta definito «umorismo ebraico», ma Anne invita alla prudenza: suo padre non era né filosofo né religioso. Ebbe però un’esperienza decisiva a New York, lavorando per Mad Magazine e incontrando Harvey Kurtzman. In quell’ambiente intriso di comicità ebraica americana, racconta la figlia, «deve essersi sentito bene, come ci si sente bene in un paio di jeans comodi o in un maglione». Fu probabilmente una lingua nella quale riconoscersi. Il resto sta nelle sue pagine: giochi di parole, paradossi, autoironia, ritmo. Si aggiungono alla capacità di Uderzo di tradurre graficamente la fisicità delle gag, rendendole comprensibili anche a chi non sa ancora leggere. Anne osserva con una certa preoccupazione che per molti bambini Asterix e Obelix sono anzitutto personaggi cinematografici ma ricorda di aver visto, in treno, bambini ridere a voce alta leggendo Asterix. In quei momenti, scrive, «come non pensare che una parte di lui fosse terribilmente viva?». Goscinny continua a essere letto e continua a far ridere. Il secondo volume de Il romanzo dei Goscinny, scritto da Anne con Catel e intitolato Un Gaulois immortel, parte da qui, non dall’idea di un autore sottratto alla morte, che sarebbe una formula troppo facile, ma dalla persistenza di un’opera nel tempo.
(René Goscinny, 1971, foto di Hans Peters per Anefo – Nationaal Archief Fotocollectie Anefo)