Francia

Un rastrellamento di ebrei in 98 immagini

Un rastrellamento di ebrei in 98 immagini

Al Mémorial de la Shoah di Parigi, una mostra riporta alla luce 98 fotografie inedite della prima grande retata di ebrei organizzata a Parigi durante l’occupazione tedesca. Scrive Léa Taieb su Tenoua che le immagini, scoperte nel 2020, aggiungono una dimensione nuova alla ricostruzione di un episodio finora conosciuto soprattutto attraverso testimonianze, documenti frammentari e fotografie di propaganda. Il 14 maggio 1941 la prefettura di polizia di Parigi inviò a circa 6.500 uomini (ebrei e stranieri) una convocazione nominale, stampata su carta verde, ordinando loro di presentarsi alle sette del mattino in uno dei 69 luoghi indicati. Molti obbedirono, la convocazione parlava di un adempimento amministrativo e minacciava «le sanzioni più severe» per chi non si fosse presentato. Avevano tra i venti e i quarant’anni, erano artigiani, sarti, parrucchieri, e militanti comunisti o bundisti, spesso padri di famiglia. Come osserva Lior Lalieu, responsabile della fototeca del Mémorial e co-curatore della mostra, «erano patrioti, molti si erano arruolati volontari già allo scoppio della guerra». Circa 3.700 si presentarono; 800 furono internati al Gymnase Japy, nell’XI arrondissement, dove oggi si pratica sport e dove solo una targa ricorda ciò che accadde. Nelle fotografie si vedono uomini e donne in attesa, famiglie che consegnano le valigie, bambini, persino neonati. Le autorità avevano ordinato alle donne che accompagnavano i convocati di andare a preparare un bagaglio sufficiente per due giorni ma quando tornarono trovarono chiuse le porte del luogo di internamento e dovettero affidare le valigie ai poliziotti. In una delle immagini più eloquenti una donna con un bambino in braccio sembra interrogare un gendarme. Una fotografia non può registrare la risposta, ma proprio questa lacuna costringe a guardare più attentamente ciò che resta: la solitudine improvvisa delle donne, diventateuniche responsabili dei figli, del sostentamento familiare e impegnate nei tentativi di mantenere un rapporto con gli uomini arrestati. Una parte di loro sarebbe stata a sua volta arrestata durante la retata del Vel’ d’Hiv, nel luglio 1942. 

Gli uomini furono trasferiti alla stazione di Austerlitz e da lì condotti nei campi di Pithiviers e Beaune-la-Rolande. Le immagini mostrano il trasferimento, gli autobus della società di trasporto parigina, i poliziotti con le loro mazze, gli uomini che salgono sui treni, gli internati sulla banchina mentre prendono i bagagli. Il testo della mostra osserva che in quelle scene «tutta la connotazione di retata o arresto scompare». È uno dei punti centrali dell’esposizione: una fotografia non parla da sola, deve essere interrogata, collocata nel contesto, confrontata con altre fonti, e senza sapere che cosa si sta guardando, la gravità dell’immagine può sfuggire. Il reportage prosegue nei campi del Loiret, dove le condizioni di vita erano segnate da una brutalità che prefigurava la deportazione; gli internati rimasero lì per circa un anno, circa 800 furono liberati o riuscirono a fuggire, 2.900 vennero deportati ad Auschwitz tra giugno e luglio nel 1942, solo una dozzina sarebbe tornata. La particolarità delle fotografie risiede però anche nello sguardo di chi le scattò: non tutte corrispondono alla funzione della propaganda nazista, alcune rappresentano gli ebrei secondo gli stereotipi diffusi dalla stampa dell’epoca, altre mostrano persone che appartengono in maniera evidente alla società francese e parigina, certamente non la massa indistinta e degradata che la propaganda pretendeva di costruire. 

Per anni il nome del fotografo è rimasto ignoto, la ricerca del Mémorial ha permesso di identificarlo in Harry Croner, fotografo tedesco della Propagandakompanie, vicino ai vertici dell’apparato nazista. La sua biografia introduce una variabile imprevedibile: suo padre era ebreo e sua madre si era convertita all’ebraismo. Croner aveva perso la tessera di stampa in applicazione delle leggi di Norimberga, fu mobilitato dalla Wehrmacht e impiegato a Parigi tra il 1940 e il 1941, nel 1944 venne internato in un campo di lavoro forzato proprio a causa della sua origine, prima di essere catturato dagli Alleati nel 1945. Che cosa volesse davvero raccontare con quelle fotografie resta incerto: «Non siamo sicuri dell’intenzione che ha dato alle sue foto», ammette Lalieu. La mostra propone un’interpretazione, non una sentenza: l’immagine viene trattata come un documento ambiguo, prodotto dentro un sistema di potere e capace tuttavia di sfuggire almeno in parte alla funzione per cui era stato creato. Dopo la scoperta alcune fotografie sono state pubblicate per cercare di identificare le persone ritratte: Frymeta Chmielnicki, riconosciuta dal nipote Yves Niquil, era stata deportata ad Auschwitz, poi a Ravensbrück e Mauthausen. Sopravvissuta, ha scritto in yiddish tre quaderni sulla propria esperienza nei campi, che sono stati recuperati e poi tradotti. La ricerca continua proprio perché sono fotografie che non consegnano una storia conclusa, anzi, la riaprono. 

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