La geografia delle controversie sull’antisemitismo nei campus americani è più ampia di quanto suggeriscano i grandi nomi. Mentre le grandi università – Harvard e Columbia – hanno negoziato con l’amministrazione Trump accordi accompagnati da ingenti somme di denaro e forte esposizione politica, una serie di piccoli college di liberal arts sta affrontando le stesse contestazioni con una relativa discrezione. Negli ultimi giorni Reed College, in Oregon, e Haverford College, in Pennsylvania hanno raggiunto intese che archiviano denunce nelle quali erano accusati di non aver protetto adeguatamente gli studenti ebrei dopo il 7 ottobre e durante la successiva guerra tra Israele e Hamas. Prima di loro Pomona College e Occidental College, entrambi in California, avevano chiuso controversie analoghe nel 2024 e nel 2025. 2025. Sage Lattman scrive sul Forward che almeno altri nove istituti sono coinvolti in altrettanti procedimenti: Sarah Lawrence e Union nello Stato di New York, Swarthmore e Lehigh in Pennsylvania, Middlebury in Vermont, Whitman nello Stato di Washington, Wellesley e Williams in Massachusetts e Scripps in California. Istituzioni diverse ma accomunate dall’insegnamento undergraduate e l’interdisciplinarità. Ed è proprio questa scala ridotta a rendere il fenomeno interessante: nei college dove la comunità studentesca è relativamente piccola e la vita accademica tende a essere più ravvicinata, un conflitto presto coinvolgere l’intera istituzione. Le denunce sono state presentate nella maggior parte dei casi da organizzazioni ebraiche di tutela legale, tra cui il Brandeis Center, l’Anti-Defamation League e lo StandWithUs Center for Legal Justice, all’Office for Civil Rights del Dipartimento dell’Istruzione. La base giuridica è il Titolo VI del Civil Rights Act del 1964, che vieta la discriminazione nelle istituzioni finanziate con fondi federali. Il punto non è stabilire quali opinioni siano ammesse (sulla guerra o sul sionismo) ma se l’università abbia reagito in modo adeguato quando studenti ebrei hanno denunciato molestie, intimidazioni o discriminazioni. Nel caso di Reed, la denuncia sostiene che l’inerzia dell’istituzione dopo le contestazioni rivolte a una studentessa in quanto sionista abbia contribuito a creare un clima nel quale la mezuzah sulla porta della sua stanza è stata distrutta e una pietra le è stata lanciata attraverso la finestra, colpendola. A Lehigh, secondo la denuncia, una mezuzah è stata sottratta dalla porta della stanza di uno studente, sulla quale poco dopo è comparso un adesivo con lo slogan «Stand With Palestine». La polizia del campus aveva chiuso l’indagine. L’università, dopo che lo studente aveva indicato chi aveva ammesso di aver collocato l’adesivo, avrebbe rinunciato a sanzionarlo o ad aumentare la sorveglianza nel dormitorio. Lo studente ha quindi chiesto di essere trasferito in un altro alloggio per ragioni di sicurezza.
A Wellesley, un’assistente avrebbe scritto agli studenti del dormitorio che «non dovrebbe esserci spazio, considerazione o sostegno per il sionismo nella comunità del Wellesley College». Si è poi scusata, salvo dichiarare sui social di essere stata costretta a farlo e insultare chi aveva contestato il suo messaggio. Sono episodi che mostrano quanto sia difficile, nei campus, tracciare una linea chiara tra la tutela degli studenti e la protezione della libertà di espressione. Una questione che si è concentrata in particolare sull’adozione della definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA).
Reed, Pomona e Occidental l’hanno adottata nell’ambito degli accordi raggiunti, insieme a programmi di formazione sull’antisemitismo e a regole più stringenti per le manifestazioni, soprattutto per quanto riguarda tempi, luoghi e modalità. Anche Haverford ha adottato la definizione IHRA. Ed è qui che emerge una seconda linea di frattura: quella sul rapporto tra antisemitismo e antisionismo.
Jonathan Zimmerman, storico dell’educazione all’Università della Pennsylvania e sostenitore della libertà di parola nei campus, ha dichiarato di essere ebreo e di trovare difficile ascoltare la retorica antisionista. Ma proprio per questo, ha scritto, «dovrei ascoltarla». Il sionismo, sostiene, è oggi una delle questioni più controverse nelle università americane e «se non è possibile affrontarlo liberamente e apertamente non riusciremo mai a farne una valutazione seria».
Dal Brandeis Center arriva una posizione opposta. La definizione IHRA, sostiene Denise Katz-Prober, non vieta né censura le critiche a Israele, che restano legittime quando sono analoghe a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese e vengono valutate nel loro contesto.
La disputa, dunque, non riguarda soltanto la scelta di una definizione. Riguarda il modo in cui un college interpreta il proprio obbligo di proteggere gli studenti quando un conflitto internazionale entra nella vita quotidiana dell’università. Il dato più significativo è che la questione dell’antisemitismo sta entrando stabilmente nella struttura amministrativa dell’istruzione superiore americana attraverso procedure legali. È un equilibrio difficile, soprattutto nei college che hanno costruito la propria identità sulla discussione aperta ma proprio lì la questione è più concreta: quando lo scontro politico esce dal piano intellettuale e diventa minaccia.
(Nell’immagine: una mobilitazione propal in un ateneo Usa)