DAI GIORNALI DI OGGI

Bokertov 24 agosto 2026

Bokertov 24 agosto 2026

Dal mausoleo di Khomeini a Teheran, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha aperto al negoziato con gli Usa dichiarando che «la Repubblica islamica non può continuare il conflitto per sempre», racconta il Corriere della Sera. Pezeshkian ha difeso il Memorandum di giugno con Washington: «Non c’è una sola clausola che equivalga a una capitolazione». Il Giornale ricorda però che lo stesso presidente aveva usato poco prima toni più bellicosi sfidando le nuove sanzioni americane: «I nostri nemici avevano previsto che la Repubblica islamica sarebbe crollata come il Venezuela. Il mondo intero è rimasto sbalordito dalla nostra resistenza». Sul fronte opposto Mohsen Rezaei, ex comandante dei pasdaran appena nominato alla guida della Sicurezza nazionale iraniana, ha promesso di «neutralizzare» l’offensiva economica americana e minacciato di lasciare Hormuz chiuso. Il capo dell’esercito pachistano Asim Munir è intanto a Teheran per riparlare di tregua, mentre circola l’ipotesi di un invito all’Iran a prendere parte al Patto della Mecca firmato da Arabia Saudita, Turchia e Pakistan.

Una piccola centrale elettrica britannica è stata bloccata per quattro giorni in un attacco cyber riconducibile all’Iran, riporta il Giornale, che racconta la strategia di guerra ibrida di Teheran sul fronte informatico. Il mese precedente erano state prese di mira le infrastrutture idriche di almeno sette stati americani. La strategia dei Pasdaran punta, spiega il quotidiano, alla «continua infiltrazione di sistemi con azioni di disturbo e raccolta di informazioni», tenendo alta la tensione e generando instabilità. Dall’inizio della guerra l’Iran ha notevolmente aumentato le proprie capacità informatiche, con supporto tecnologico da Cina e Russia, ma ha anche subito danni, aggiunge il Giornale: a luglio quattro delle principali banche iraniane sono state costrette a chiudere dopo un attacco hacker.

La tensione resta alta tra Israele e Turchia dopo l’attacco israeliano del 18 agosto contro la base aerea siriana di Abu al Duhur. Un’offensiva, scrive il Messaggero, volta a impedire ad Ankara di schierare nella base truppe e sistemi di difesa. Secondo il quotidiano, l’inviato americano in Siria Tom Barrack ha accusato Israele di aver «attirato la Turchia in una trappola per calcolo elettorale», ovvero per provocare. Libero racconta come si stia lavorando su più fronti diplomatici per allentare le tensioni: il capo del Mossad Roman Gofman ha incontrato il ministro degli Esteri siriano Asaad al-Shaibani, mentre l’Azerbaigian starebbe lavorando con discrezione per ricucire i rapporti tra i suoi due alleati. Israele, sottolinea Libero, resta diffidente nei confronti di Barrack, considerato a Gerusalemme «pericolosamente pro-Erdogan».

Per il Messaggero il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu «è terrorizzato e torna a terrorizzare i civili in Libano, a Gaza e in Cisgiordania» con nuovi attacchi per presentarsi alle elezioni del 27 ottobre come «il salvatore del paese», mentre i sondaggi lo descrivono appaiato al partito Yashar dell’ex capo di Stato maggiore Gadi Eisenkot, tra i 22 e i 24 seggi ciascuno. Quasi tre israeliani ebrei su quattro, rivela un sondaggio dell’Israel Democracy Institute citato dal quotidiano, temono per l’integrità del voto di ottobre e anche il presidente Isaac Herzog teme violenze nel periodo elettorale.

Su La Stampa Anna Foa analizza le elezioni israeliane del 27 ottobre chiedendosi: «Se Israele riuscirà o meno a liberarsi di Netanyahu, e con lui del suo governo di fanatici razzisti e suprematisti». La novità della campagna elettorale è la formazione di alcune nuove liste arabo-ebraiche. Ma la collaborazione con i partiti arabi non è scontata: il favorito oggi all’opposizione, il centrista Eisenkot si è espresso contro questa collaborazione, attirandosi la critica citata da Foa dello scrittore israeliano Assaf Gavron: «Continuare a parlare degli arabi come se non fossero politicamente legittimati non fa che rafforzare proprio quell’idea».

«Se da Tel Aviv si guarda a ovest, verso l’Italia, non c’è solo acqua. C’è il tessuto connettivo tra Gerusalemme, Atene e Roma, pilastri della civiltà occidentale», scrive Omer Lachmanovitch, direttore di Israel Hayom, tradotto oggi dal Foglio. Lachmanovitch sostiene che la lotta di Israele è «la linea del fronte dell’Occidente» contro uno «spettro islamista radicale» che minaccia «non solo la sponda orientale del Mediterraneo, ma anche il cuore delle città europee».

Libero pubblica una lettera di un lettore che segnala le contestazioni organizzate contro l’arrivo di israeliani negli aeroporti italiani. «Quei gruppi sono razzisti e antisemiti. Trattano da complici di “genocidio” chiunque arrivi da Israele, indipendentemente da ciò che pensa e che fa», risponde il vicedirettore Fausto Carioti, che aggiunge: «La libertà di manifestazione non ha nulla a che vedere con quelle scene».

«Il Novecento è un terreno minato. Un passato che non passa», è il titolo di un editoriale del docente Andrea Atzeni sul Foglio sull’insegnamento della storia contemporanea nelle scuole italiane. Atzeni denuncia come i manuali cadano in «innocenti spropositi», tra cui «Israele travisato per un risarcimento della Shoah a spese del fantomatico popolo palestinese», e come i docenti «finiscano tutti per perdersi nel ripudio delle guerre prossime oppure nella denuncia di fantasiosi genocidi remoti», lasciando che gli studenti accedano alle vicende attuali «soltanto tramite i social e i podcast».

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