L’inquietudine quotidiana dell’attesa elettorale

Sono in Israele per una delle mie ricorrenti visite familiari da papà e da nonno.
L’atmosfera che stavolta respiro non è più quella post-7 ottobre della tragedia ancora palpabile, quella del dramma di una guerra interminabile con i suoi lutti giornalieri, quella dell’attesa sfibrante e angosciosa per gli ostaggi nutrita di appelli e di proteste, quella della gioia incontenibile accompagnata comunque da un macigno di dolore che ha accolto al loro ritorno i sopravvissuti dalle viscere di Gaza. In questi giorni è l’attesa elettorale a dominare tra la gente, sui giornali, nei notiziari televisivi. Non si tratta del normale clima pre-elettorale vissuto come una prassi dai rodati sistemi democratici, di cui certo Israele fa parte da sempre. Stavolta si percepisce qualcosa di diverso, un’atmosfera insieme più impalpabile e più inquieta. Lo snodo che il Paese si trova davanti è avvertito da tutti come decisivo rispetto al futuro, sia per le prospettive geopolitiche dell’area mediorientale – sia per la sicurezza, la stabilità, la vitalità interne della società israeliana – sia per i rapporti dello Stato col resto del mondo, mai così in crisi come negli ultimi anni.
Ma se tutti sentono la particolarità di questa fase storica e il suo peso esistenziale, ben diverse tra loro sono le prospettive delle varie posizioni politiche e assai variegata l’immagine di Israele a cui esse guardano. C’è chi vede nella scadenza del 27 ottobre l’occasione per voltare pagina dopo l’incubo iniziato tre anni fa, ma anche chi purtroppo fa leva su quella tragedia e sul conflitto che ne è seguito per coltivare ambizioni oltranziste che aumenterebbero i pericoli per il Paese.
L’aria che tira pare talvolta anche inquietante, come dimostrano fra l’altro le minacce personali ricevute in questi giorni da Yair Golan, leader del partito dei Democratici. Il vento dei coloni e dei loro attacchi a villaggi palestinesi della Cisgiordania rischia di contagiare la democratica contesa elettorale.
Ma a quali scenari dobbiamo prepararci? Le prospettive per un’autentica svolta sembrano reali. Gadi Eisenkot e il suo Yashar paiono in grado di superare i voti del Likud di Netanyahu, ma questo certo non basta per ottenere la maggioranza dei seggi alla Kenesset. Ecco che gli altri schieramenti e le possibili alleanze diventano decisivi. Sembra di capire, da quanto si legge e si ascolta, che la forza trainante del Paese prema per una sterzata anti-Netanyahu, accusato di perseguire i propri interessi di potere e la propria incolumità giudiziaria più che il bene della società israeliana e ritenuto il principale responsabile del baratro politico in cui lo Stato si trova a livello internazionale. Ma proprio qui emerge il limite a mio giudizio più evidente e pericoloso del sistema politico israeliano: la sua intrinseca frammentarietà, la sua pervicace litigiosità interna, la sua incapacità di pervenire ad efficaci accordi pre-elettorali in grado di dare vita a blocchi politici forti da contrapporre ad avversari comuni, in questo caso a Netanyahu e al suo governo uscente di destra. In sostanza, mi pare sintomatico e grave che Ganz, Liberman, Lapid e Bennett (anche se questi ultimi sono riusciti ad unirsi in un solo schieramento) non possano o non sappiano trovare un accordo chiaro tra loro e con Eisenkot in funzione anti-Netanyahu. Correre come cani sciolti sperando in un’alleanza post-voto è molto pericoloso, soprattutto quando si ha a che fare con una volpe esperta come Bibi. Non ho inserito Golan in questo elenco perché la linea del suo partito appare decisamente più a sinistra e quindi difficilmente conciliabile con quella degli altri schieramenti.
Se poi ci chiediamo a cosa guarda il fronte/non fronte degli avversari dell’attuale premier, scopriamo che nessuno (neppure Golan) parla di un futuro Stato palestinese. Solo a un ingenuo osservatore europeo ciò potrà sembrare strano. Presentarsi agli elettori israeliani inserendo nel programma politico le trattative e la disponibilità alla nascita dell’entità nazionale espressione di quello che fino ad oggi è stato il nemico più agguerrito e indomabile sarebbe innanzitutto stupido e controproducente dal punto di vista meramente elettorale. Ma soprattutto, al di là di ogni considerazione strumentale, come si può ragionevolmente pensare che la società israeliana possa oggi accettare l’idea di uno Stato espressione del popolo che per decenni l’ha colpita col terrorismo più spietato? Come può l’Occidente chiedere un simile impegno a Israele quando non sarebbe certo disposto ad accettare niente di simile ai propri confini? Questo, anche se certo alla lunga (ma ci vorranno alcune generazioni) la soluzione dei due Stati si presenta come l’unica giusta e praticabile.
Molto più concreti e centrali per l’ israeliano medio sono i temi su cui si concentrano i partiti che sperano di ribaltare Netanyahu: l’obbligo effettivo della leva nella Tzavah per gli haredim, al di là dei mille sotterfugi e accordi politici che sinora hanno consentito ai partiti religiosi di accontentare i propri supporter e al premier di garantirsi il loro appoggio; l’istituzione di una commissione incaricata di svolgere un’indagine approfondita e senza compromessi sulla situazione e le eventuali responsabilità in alto loco che hanno reso possible il 7 ottobre; gli squilibri sociali eccessivi che caratterizzano lo sviluppo recente della popolazione israeliana; la forte crescita della delinquenza comune; il futuro politico della Striscia di Gaza. Stranamente, ma non troppo, non sembra essere particolarmente importante agli occhi dei vari schieramenti l’immagine dello Stato ebraico nel mondo: agli israeliani paiono interessare cose più tangibili legate al proprio sviluppo, del quale desiderano essere arbitri esclusivi. E qui credo sbaglino, perché i legami internazionali e la qualità dei rapporti diplomatici sono fattore essenziale per la vita di una nazione.
Il mondo intero guarda con vivo interesse alle elezioni israeliane: e questo interesse appare spesso ambiguo, dettato come è da una lettura in genere assai poco obiettiva della genesi e dello svolgimento dell’attuale conflitto mediorientale, tesa a concentrare su Israele le responsabilità delle peggiori nefandezze e a dare del Paese l’immagine di uno Stato criminale; prodotto, ahimè, di un ormai consueto antisemitismo. Di ben altro tono è il coinvolgimento della diaspora rispetto all’imminente scadenza politica: ovunque per gli ebrei Israele rappresenta un pezzo fondamentale e irrinunciabile della propria identità, del proprio futuro. La speranza è che non per ingraziarsi i suoi odiatori, ma per il mondo ebraico nel suo complesso e soprattutto per sé stesso Israele riesca a compiere la svolta politica necessaria al suo stesso bene.

David Sorani

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