Scaffale

Solo un litigio per la terra?

Solo un litigio per la terra?

Non c’è situazione conflittuale e bellica, nella storia dell’umanità, probabilmente, che – in rapporto col numero di abitanti delle zone interessate, l’ampiezza geografica delle stesse, la posizione più o meno periferica o centrale rispetto alle aree di maggiore interesse politico, economico e militare della terra – abbia occupato e continui a occupare, da più di un secolo, una posizione di così spiccata preminenza, nell’opinione pubblica mondiale, quale il conflitto mediorientale. E già questa abnorme attenzione, di per sé, dovrebbe essere oggetto di specifica attenzione. Una disputa (apparentemente) territoriale, tra dei popoli tutto sommato piccoli e di non grande rilievo economico e politico, in una zona abbastanza desertica e priva di consistenti risorse naturali, lontana da tutti i centri del potere (in America, Europa, Asia), dovrebbe restare confinata ai margini della cronaca, o, comunque, lontana dalle prime pagine dei giornali e dalle classifiche dei libri più venduti. E invece…
Come mai tanta ossessiva, morbosa attenzione? Ed è un serpente che si morde la coda, perché sembra proprio che la sovraesposizione mediatica contribuisca non già a trovare o ipotizzare possibili soluzioni (cosa apparentemente impossibile), ma ad allontanarle sempre di più, alimentando sempre di più un incendio che pare non volersi spegnere mai, proprio mai.
All’infinita serie di volumi in materia (alcuni dei quali ottimi, altri opinabili, altri davvero degni soltanto della spazzatura) si aggiunge ora, pubblicato per la prima volta in edizione italiana, un interessante saggio (apparso per la prima volta, nell’edizione originale francese, nel 2023), scritto dall’illustre studioso ebreo franco-marocchino Georges Bensoussan (grande esperto di storia ebraica e, in particolare, della Shoah): Le origini del conflitto arabo-israeliano (1870-1950), a cura di Claudia Bourdin ed Emanuele Segre Amar, Livorno, Belforte, pp. 170, euro 25.
Il lavoro, sintetico ma molto accurato, ricostruisce quelle che appaiono le tappe essenziali di questa controversa storia di “impossibile convivenza”. E va apprezzata, in primo luogo, la scelta dell’autore di avere scelto come titolo l’espressione “conflitto arabo-israeliano”, anziché, come quasi sempre si fa, sbagliando clamorosamente, “conflitto israeliano-palestinese”. Contro gli ebrei non si sono infatti mai schierati soltanto i cosiddetti “palestinesi”, ma l’intero mondo arabo (sia pure spesso – per fortuna, mi permetto di dire – fortemente diviso al suo interno), oltre che buona parte del “resto del mondo”. Anzi, secondo me anche il titolo “arabo-israeliano” è riduttivo. Come ho avuto di dire e spiegare, in diverse occasioni, questo conflitto non è infatti nient’altro che una delle tante espressioni dell’antica “questione ebraica”. Una specifica “questione della questione”.
Il libro è articolato in dodici brevi ma densi capitoli, preceduti da una premessa e seguiti da una nota conclusiva. Nel primo (Il teatro del conflitto) si chiariscono le coordinate storiche e geografiche della Palestina e di Israele; nel secondo (Una tragedia annunciata [1860-1917]) si ricostruisce la nascita dei nazionalismi ebraico e palestinese; nel terzo (La Palestina nel tumulto della Grande guerra) si esaminano le ricadute della guerra mondiale su quella parte dell’impero ottomano, e i divergenti interessi della grandi potenze; nel quarto (I primi anni del mandato britannico) si analizza la natura della politica inglese e la nascita del “rifiuto” arabo verso la convivenza pacifica con gli ebrei; nel quinto (Il confronto) si interpreta la difficile e confusa situazione del primo dopoguerra; nel sesto (Gli anni della rottura [1929-1937) si ricostruiscono i disordini del 1929 e l’approfondimento della divaricazione tra le diverse parti in campo; nel settimo (La rivolta e le prospettive di una soluzione politica [1937-1939]) si rievocano il fallimento del piano Peel e il famigerato “Libro bianco”; nell’ottavo (Il conflitto arabo-ebraico nella Seconda Guerra Mondiale) si espongono le vicende mediorientali nei terribili anni della guerra e della Shoah; nel nono (Palestina 1945-1947: il nodo gordiano) si spiega come si sia, invano, cercato di trovare una soluzione con la famosa Risoluzione delle Nazioni Unite del 29/11/1947; nel decimo (Il collasso della società palestinese [dicembre 1947-maggio 1948]) si prende in considerazione la situazione degli arabi di Palestina tra la data della Risoluzione e la fine del Mandato britannico (14/5/1948, data, com’è noto, anche della Dichiarazione d’Indipendenza di Israele); nell’undicesimo (La guerra generale [maggio 1948-aprile 1949]) si ricostruiscono le vicende della prima vera e propria guerra tra gli ebrei (ormai israeliani: all’epoca appena 65.000 anime) e i cinque stati arabi nemici (rappresentanti, complessivamente, circa trenta milioni di persone) arabi; nel dodicesimo e ultimo (Una questione senza fine) l’Autore comunica le sue previsioni per il futuro, la cui essenza è ben sintetizzata dal titolo. Il libro è senz’altro ricco di interessanti annotazioni, e molto affidabile sul piano documentario.
Quanto alle tesi dell’autore, però, non sono d’accordo con lui. Bensoussan indica le origini del conflitto nella inconciliabilità tra i due opposti nazionalismi ebraico e palestinese («La natura atipica del movimento nazionale ebraico ha determinato la singolarità di questo conflitto, che ha favorito degli schemi di spiegazione classici e persino semplificazioni spesso inadeguate per spiegarlo… Se questo conflitto mette in scena due nazionalismi che si contendono una stessa terra, oppone anche due società separate da barriere di ordine culturali, essenziali, ma spesso sottovalutate. Da lì due discorsi che si sviluppano parallelamente, animati da logiche altrettanto legittime, ma che continuano a ignorarsi l’una l’altra»).
Queste frasi, specchio una visione che emerge diverse volte nel libro, mi sembrano fuori bersaglio. Non è vero che il contrasto è tra due opposti e inconciliabili nazionalismi. Se fosse così, esso sarebbe stato e sarebbe di facilissima soluzione. Mille volte, negli ultimi 130 anni, sono state prospettate diverse soluzioni eque, semplici e razionali che avrebbero appagato le aspirazioni di tutti. Non si tratta di due bambini litigiosi che continuano a fare i capricci. Anche, perché, litigando litigando, ormai i bambini sono più che cresciuti, sono diventati decisamente vecchi. E, soprattutto, sono molti, molti più di due.
Condivido in pieno, purtroppo, le conclusioni pessimistiche dello scrittore, ma non la sua analisi.


Francesco Lucrezi

Nell’immagine: carri armati israeliani avanzano nel Golan, 1967 – Government Press Office (Israel), CC BY-SA 4.0

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