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Bokertov 17 settembre 2026

Bokertov 17 settembre 2026

«Stavo aspettando il bus alla fermata della linea 67, ero andato a prendere i miei figli che tornavano da scuola, guardavo lo smartphone quando, senza nemmeno alzare la testa, ho sentito tre ragazzi arabi che mi insultavano». È il racconto al Giornale del rabbino aggredito ieri pomeriggio a Milano, episodio a cui danno ampio spazio tutti i principali quotidiani. Corriere e Repubblica ricostruiscono l’aggressione avvenuta in piazzale Bande Nere, a pochi isolati dal quartiere ebraico. Il rabbino, riconoscibile dall’abbigliamento, viene prima insultato e accerchiato dai tre giovani. «Provano a rubargli il cappello. In qualche modo riesce a riprenderlo, ma viene spinto. Cade», racconta il Corriere: a quel punto partono «calci, pugni» e «sputi». Repubblica aggiunge che, quando l’uomo estrae lo smartphone per registrare l’aggressione, i tre gli sfilano nuovamente il cappello e, al suo tentativo di recuperarlo, arrivano «altre botte». Sono proprio i video consegnati alla polizia ad aiutare a ricostruire l’accaduto. Un ventenne tunisino è stato arrestato con l’accusa di violenza per motivi religiosi; altri due giovani, di origine tunisina e marocchina, sono stati denunciati per lo stesso reato. «Una cosa così violenta non è mai successa. Mi vergogno del mio Paese», commenta il presidente della Comunità ebraica di Milano, Walker Meghnagi, che parla di «un’aggressione a scopo razziale» e ricorda la necessità di approvare una legge contro l’antisemitismo. Da Roma, il presidente della Comunità ebraica Victor Fadlun denuncia «l’indifferenza» con cui viene accolto il moltiplicarsi degli episodi di antisemitismo. Condanna bipartisan dalla politica, sottolineano Messaggero e Stampa. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha definito l’aggressione «un episodio vile e inaccettabile» e assicurato che «l’odio antisemita è una piaga che non possiamo e non vogliamo tollerare». Per i tre giovani ci saranno anche conseguenze amministrative: il Corriere riferisce che per tutti è previsto il foglio di via da Milano.

Sotto attacco degli Houthi, l’Arabia Saudita guarda a Israele per rafforzare la propria sicurezza, mentre mostra i suoi limiti il Patto della Mecca con Turchia e Pakistan. Sul Foglio Eyal Zisser, docente all’Università di Tel Aviv, definisce quell’alleanza «simbolica» e sottolinea come Israele possa offrire a Riad «un enorme know-how in intelligence», oltre a capacità di difesa antimissile, intercettazione dei droni e allerta precoce. I due Paesi starebbero già discutendo una cooperazione attraverso la mediazione del Centcom. Per Zisser, la minaccia comune potrebbe così anticipare nei fatti la normalizzazione: «Prima ancora di aprire ambasciate» sta già producendo una collaborazione regionale. Una lettura simile arriva dal Giornale, dove Fiamma Nirenstein sottolinea a sua volta i limiti dell’intesa saudita con Ankara e Islamabad. Il principe saudita Mohammed bin Salman, scrive, «ha capito di nuovo che l’amicizia si trova dove si deve abbattere un nemico comune». Riad si è quindi rivolto all’Egitto e al Centcom, mentre «Israele è tornato a essere un esplicito interlocutore almeno, si dice, su sicurezza e intelligence». Di fronte alla minaccia degli Houthi e dell’Iran, conclude Nirenstein, «la realtà è più forte dei giochi di potere»: «Di là tradimento, di qua interessi comuni».

Da novembre il colonnello dei carabinieri Vittorio Stingo guiderà Eubam Rafah, la missione europea incaricata di supervisionare il valico tra Gaza ed Egitto. Lo riferisce il Foglio, secondo cui la nomina è stata apprezzata dagli Stati Uniti, che chiedono all’Italia un maggiore coinvolgimento nella Striscia. Washington vorrebbe circa 200 carabinieri per addestrare le forze di sicurezza palestinesi, inizialmente in Giordania e successivamente anche a Gaza. Roma resta però cauta, soprattutto per l’incertezza sulla futura amministrazione della Striscia e sulla catena di comando a cui dovrebbero rispondere i militari italiani.

Gli Stati Uniti hanno approvato una vendita di armi a Israele per 2,8 miliardi di dollari, una delle maggiori forniture americane al Paese. Il pacchetto, scrivono Stampa e Libero, comprende 40 mila bombe da una tonnellata, il cui impiego a Gaza e in Libano ha suscitato critiche per l’impatto sui civili. Le consegne potrebbero richiedere mesi o anni, anche se, sottolinea il New York Times, esistono procedure per accelerarle.
Il magnate Robert Kraft ha confermato di aver fatto pressione perché il rapper Macklemore fosse escluso dal tour americano di Ed Sheeran, dopo le sue dichiarazioni pro-palestinesi e una storia di «retorica e di immagini antisemite». Il Corriere traccia il profilo di Kraft: miliardario ebreo americano, proprietario dei New England Patriots e del Gillette Stadium e storico sostenitore di Israele. Kraft ha precisato che la decisione non intende «sminuire la sofferenza dei palestinesi innocenti» e si è detto solidale con il popolo palestinese «contro Hamas». Il Corriere cita la lettura di Haaretz di queste parole: un segnale di un cambiamento di clima «anche tra sostenitori tradizionali di Israele». Repubblica e Stampa raccontano la protesta esplosa nel mondo musicale dopo l’esclusione di Macklemore. Diversi artisti hanno abbandonato il tour di Sheeran in solidarietà con il rapper: Aaron Rowe, i Beoga, Lukas Graham e Finneas, fratello e collaboratore di Billie Eilish. Sheeran sostiene che la decisione sia stata presa esclusivamente dai promoter e di aver cercato una soluzione. Secondo Repubblica, al centro della polemica c’è il timore che le pressioni dei proprietari degli stadi possano creare un precedente sulla libertà degli artisti di esprimere posizioni politiche.

Almeno 20 persone, tra cui undici bambini, sono morte nel crollo di un palazzo di cinque piani a Gaza City, già danneggiato dai bombardamenti israeliani. Lo riferisce il Corriere della Sera, secondo cui nell’edificio vivevano circa cento persone e una ventina risultano ancora disperse. I soccorritori scavano anche «a mani nude», mentre Israele limita l’ingresso di ruspe e materiali da costruzione, considerati a «doppio uso» perché potrebbero essere utilizzati da Hamas. Repubblica raccoglie la testimonianza del sindaco Yahya al Sarraj: gli abitanti erano tornati nel palazzo perché «non ce la fanno più a vivere in tenda e non hanno alternative». Sul Sole 24 Ore padre Gabriel Romanelli, parroco dell’unica parrocchia cattolica di Gaza, dichiara: «Le persone non hanno altra scelta che restare in questi edifici».

Il caso Naza continua a dominare la campagna elettorale israeliana. Repubblica racconta la protesta di decine di attivisti di estrema destra davanti alla casa della regista Rachel Szor, con cartelli «Wanted» e richieste di arresto. Netanyahu ha rilanciato l’ipotesi di revocare la cittadinanza ai registi: «Sarà revocata la cittadinanza a chiunque diffami i soldati delle Idf in tutto il mondo», una misura che richiederebbe però una nuova legge. «Se Hamas promuove Naza», titola il Foglio dopo che il gruppo terroristico ha invitato la Corte penale internazionale, l’Onu e le ong a utilizzare le testimonianze del documentario contro Israele. «Non mi sorprende che i terroristi approvino il film, mi sconcerta l’applauso di 25 minuti a Venezia», afferma l’intellettuale liberal israeliano Yossi Klein Halevi, che contesta anche la credibilità delle testimonianze. E osserva che oggi persino un pacifista come Amos Oz in certi ambienti occidentali «verrebbe boicottato» e non riceverebbe una standing ovation. Luigi Manconi su Repubblica legge le nuove vittime a Gaza come parte di una guerra ormai «cronica» e sostiene, richiamando il documentario Naza, che le morti civili non possano essere liquidate come semplici «effetti collaterali». Manconi denuncia il rischio di una compressione delle libertà in Israele, ma respinge il sillogismo antisemita secondo cui «le vittime si sono fatte carnefici», definendolo «privo di qualunque fondamento».

Amnesty International accusa le autorità iraniane di crimini contro l’umanità per la repressione delle proteste, dalla rivolta «Donna, Vita, Libertà» del 2022 fino ai massacri del gennaio 2026, e individua 87 funzionari da indagare. Libero accoglie il rapporto con forte sarcasmo: «Pure Amnesty si è accorta dei crimini dell’Iran», titola, accusando l’organizzazione di essere arrivata con «quattro anni di ritardo» e contestandole di affiancare alla denuncia di Teheran quella degli «attacchi illegali» di Stati Uniti e Israele.

«Il ddl sull’antisemitismo è osteggiato dai pro-Pal perché smaschera il loro odio verso gli ebrei», titola il Riformista un intervento di Giuliano Cazzola. Secondo l’autore, i critici del provvedimento gli attribuiscono «censure inesistenti» alla libertà di espressione. Il vero problema, sostiene, è un altro: la contestazione di Israele si trasforma sempre più spesso in ostilità verso gli ebrei della diaspora, considerati responsabili delle scelte del governo israeliano.

Lo scrittore Salman Rushdie, intervistato da Repubblica a Pordenonelegge, indica nell’avanzata dell’estrema destra in Europa e negli Stati Uniti una delle principali minacce alla democrazia e attacca Donald Trump: «È una minaccia, punto», espressione di una leadership segnata da «volgarità e menzogne». Lo scrittore riflette anche sull’attentato subito negli Usa per mano di un estremista islamico, sull’immigrazione e sul ruolo dell’arte come spazio di resistenza agli autoritarismi. Su Israele attacca il primo ministro Benjamin Netanyahu e la sua reazione a Naza: «Nulla di lui mi stupisce più: la sua crudeltà nutre il mostro dell’antisemitismo». Rushdie si congratula invece con i registi del documentario, che a suo giudizio «cercano di proteggerci dal contagio dell’odio».

Rachel Bespaloff, filosofa di origine ebraico-ucraina ed esule negli Stati Uniti durante la persecuzione nazista, è al centro della nuova edizione di Sull’Iliade, breve saggio filosofico dedicato al poema omerico, pubblicata da Castelvecchi e curata da Cristina Guarnieri. Intervistata dal Foglio, Guarnieri sottolinea la lettura della guerra come «conflitto ineludibile» e la scoperta, nell’Iliade, della «forza della vulnerabilità», capace di spezzare «l’automatismo della violenza».

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