C’è oggi un’accettazione dell’antisemitismo a livello sociale e mediatico «legata prevalentemente a condizioni di superficialità, ignoranza, malafede e pregiudizio» e che utilizza concetti, pratiche e cliché tra i «più tipici dell’antisemitismo storico», denuncia in una intervista ad Avvenire la presidente Ucei, Livia Ottolenghi. «Ci sono, da una parte, parole e ragionamenti che vengono presentati in modo elaborato, pseudo-intellettuale, dall’altra abbiamo terminologie brutali, con frasi d’odio», prosegue. «E tutto questo è accettato con incredibile naturalezza». La presidente Ucei definisce il disegno di legge sull’antisemitismo «un atto di giustizia, perché vuole contrastare questo clima, che viene strumentalizzato anche a scopi politici, in sovrapposizione con la situazione mediorientale». E questo, aggiunge, «a scapito delle misure di prevenzione che sono l’obiettivo del provvedimento e si basano sul riconoscimento del fenomeno».
In tema antisemitismo resta in primo piano la vicenda milanese con protagonista suo malgrado il rabbino Tzemach Mizrachi. «Continuerò a girare con la giacca e il cappello da rabbino. Non mi nasconderò, non ci nasconderemo. Non cambierò il mio stile di vita. Però cercheremo di evitare situazioni pericolose», racconta al Corriere della Sera il 51enne esponente del movimento Chabad. Mizrachi parla anche con altri quotidiani. «Continuerò la mia vita di sempre, non lascerò che questa gente ci chiuda in casa nella paura», chiarisce anche con Repubblica, mentre con il Tempo riflette sull’odio antiebraico e su «un sistema influenzato da quello che si scrive e si racconta sugli ebrei e su Israele». Con il Corriere ricostruisce la dinamica del fatto. «Non sono caduto com’è stato detto», spiega il rabbino, aggiungendo che il racconto emerso è stato esagerato da ogni parte. Intanto, informa Libero, «è già stato scarcerato ed è ora sottoposto alla misura cautelare dell’obbligo di firma due volte alla settimana» un ventenne di origine tunisina che avrebbe preso parte all’aggressione «nonostante le accuse pesantissime rivolte contro di lui».
«Questa aggressione serva almeno a qualcosa. Faccia riflettere chi è ancora contrario al ddl antisemitismo», dichiara al Riformista il presidente della Comunità ebraica milanese Walker Meghnagi. «La politica deve accelerare. È un provvedimento ormai improrogabile», insiste Meghnagi. La sopravvissuta alla Shoah, Edith Bruck, spiega al Giornale di sentirsi delusa «dal mondo, dall’umanità, dalla storia» per il fatto di vivere «ancora nell’antisemitismo». «La barbara aggressione al rabbino milanese rende ancora più drammaticamente attuali le querele e gli esposti che ho presentato in questi mesi, insieme anche ad amici dissidenti iraniani, contro la continua esposizione di simboli terroristi e antisemiti nelle piazze italiane», scrive Davide Romano sul Tempo.
Settantamila telefonate, tredici milioni di messaggi di testo inviati, quattordici milioni di messaggi vocali e sette milioni di volantini distribuiti. Sono solo alcuni numeri «degli sforzi di Israele mentre ha fatto la guerra ad Hamas per esortare i civili di Gaza a evacuare certe zone per la propria sicurezza o per informarli su specifici percorsi di evacuazione umanitaria». Ne scrive il Foglio, in un articolo contro la demonizzazione dell’Idf «sul modello Naza». Il film influenza anche la campagna elettorale. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che presenterà «due progetti di legge «per revocare la cittadinanza a chi diffama le forze armate e per aumentare di venti volte l’importo del risarcimento nei casi di diffamazione» (Il Giornale).
Repubblica anticipa un brano dal libro La fortezza Israele, anatomia di un Paese senza pace (ed. Laterza) della sua inviata Francesca Caferri. «C’è una cosa che non si può mai dimenticare per capire l’Israele di oggi», sostiene la giornalista. «Il fatto che per due anni consecutivi, fino al cessate il fuoco dell’ottobre 2025, su tutti i canali, ad ogni ora del giorno, le televisioni hanno raccontato solo un unico, lunghissimo giorno: il 7 ottobre del 2023». Per Caferri, questo aspetto «è la base per comprendere come il Paese vede la realtà e ciò che ha scelto di non vedere».