Un uomo armato di fucile ha aperto il fuoco davanti alla sinagoga di Belleville, in Ontario, mentre una ventina di fedeli erano riuniti per l’inizio di Yom Kippur. Nello scontro sono rimasti gravemente feriti l’aggressore e uno dei due agenti di polizia di guardia; alcuni proiettili hanno infranto le finestre del tempio, ma nessuno dei presenti è stato colpito. Libero inserisce l’episodio nel clima di crescente allarme per l’antisemitismo in Canada. Il premier dell’Ontario Doug Ford si è detto «indignato per la sparatoria avvenuta mentre i membri della comunità ebraica di Belleville celebravano lo Yom Kippur».
Nella notte di Yom Kippur sono state vandalizzate con vernice verde e nera, a Trastevere, le pietre d’inciampo dedicate a Michele Ezio Spizzichino e Aurelio Spagnoletto, deportati e uccisi ad Auschwitz. Le stesse pietre erano già state danneggiate nel 2023, ricorda il Corriere Roma. Victor Fadlun, presidente della Comunità ebraica di Roma, parla di «un oltraggio alla memoria della Shoah romana» e sottolinea come i colori richiamino la bandiera palestinese: «Quelle pietre saranno ripulite e continueranno a parlare alle coscienze di tutti».
Dopo la pesante sconfitta della Cdu nelle elezioni regionali, il cancelliere tedesco Friedrich Merz esclude cambi di rotta e promette di proseguire con le riforme. Il Corriere della Sera misura la portata della battuta d’arresto: a Berlino, dove i cristiano-democratici esprimevano il sindaco, sono stati superati di quasi sette punti dall’estrema sinistra della Linke; in Meclemburgo-Pomerania Anteriore sono precipitati al 4,9%, restando per la prima volta nel Dopoguerra fuori da un Parlamento regionale. Due settimane prima, in Sassonia-Anhalt, la Cdu aveva dimezzato i voti, mentre l’estrema destra dell’AfD aveva raggiunto il 43,8%. Merz ha parlato di «una profonda cesura» e ammesso: «Sappiamo di avere grandi problemi di consenso»; ha ringraziato la Spd per la volontà di restare nella coalizione, definito la Linke una forza «non democratica» e lanciato l’allarme sull’antisemitismo: «Il fatto che la vita ebraica in Germania non sia più sicura è l’eredità più pesante degli ultimi anni». Il Giornale descrive un Merz che «barcolla ma non molla» e cita un altro suo passaggio: «È una vergogna per la Germania quello che è divenuto possibile dal 7 ottobre». Il Foglio fotografa il paradosso politico: «In Germania, tutti contro Merz», ma «nessuno si fa avanti per davvero» per sostituirlo.
Elif Eralp, candidata della Linke e possibile prima sindaca di origine turca di Berlino, è tra i volti del successo che ha portato il partito al 25,7% e al primo posto nella capitale. Giurista e figlia di rifugiati politici turchi, Eralp ha costruito la campagna soprattutto sull’emergenza abitativa, promettendo un «tetto agli affitti», riporta Repubblica, citando le polemiche legate alle posizioni della Linke su Israele. Eralp ha preso le distanze dalle frange più radicali, sostiene il quotidiano, ribadendo: «Noi ci impegniamo per la protezione e la sicurezza degli ebrei ed egualmente per la protezione e la sicurezza dei palestinesi». Il Foglio dà invece spazio alle preoccupazioni del presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, Josef Schuster, che ha denunciato come durante la campagna elettorale da esponenti e dalla base della Linke si siano ripetutamente superati «i confini dell’antisemitismo». Schuster ha ricordato i cori «Intifada» e «Morte alle Idf» risuonati durante un evento del partito. Anche il Giornale sottolinea le ambiguità della base della Linke, ricordando la presenza alle feste per la vittoria di Ibrahim Ibrahim, sostenitore del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, e di Issa Remmo, capo di un clan malavitoso di origine araba, poi allontanato. La Stampa presenta un reportage dalla «piccola Palestina berlinese»: il quartiere di Neukölln, dove racconta un voto alla Linke nato dall’incrocio tra emergenza degli affitti, immigrazione e Gaza. «Für Neukölln. Für Migration. Für Palästina», recita il volantino di un candidato del partito.
Il voto tedesco viene letto da due prospettive diverse sul Corriere e sulla Stampa. Sul quotidiano di via Solferino, il politologo Wolfgang Schröder considera l’exploit della Linke «un fenomeno specificamente berlinese» e respinge l’accusa generalizzata di antisemitismo: nella Linke della capitale «c’è un gruppo forte, ma piccolo», ma sostenere che l’intero partito sia antisemita «naturalmente è una sciocchezza». Più preoccupato Giovanni Di Lorenzo, direttore di Die Zeit, intervistato dalla Stampa: nella Linke berlinese vede «una fortissima corrente anti-israeliana con elementi addirittura filo Hamas», pur aggiungendo che Eralp «si è distaccata». Sulle preoccupazioni della comunità ebraica aggiunge: «Sono paure fondate. Girare oggi a Berlino con un simbolo ebraico come la kippah è pericoloso».
L’81esima Assemblea generale dell’Onu si apre a New York con il presidente Usa Donald Trump impegnato sui principali dossier internazionali, con incontri con il presidente francese Emmanuel Macron e quello ucraino Volodymyr Zelensky, sul quale Washington preme per una de-escalation degli attacchi alle infrastrutture energetiche russe, sottolinea il Sole 24 Ore. In agenda anche un vertice con i Paesi del Golfo, preoccupati dalla guerra con l’Iran e dall’offensiva degli Houthi. Nessun incontro è previsto con il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, sottolinea il quotidiano economico. Giovedì Trump riceverà a Washington Xi Jinping per discutere, tra gli altri temi, di Iran, Taiwan e intelligenza artificiale.
Rebeca Grynspan è la favorita per diventare il prossimo segretario generale dell’Onu. L’ex vicepresidente del Costa Rica, 70 anni e figlia di profughi ebrei polacchi, ha ottenuto nove voti favorevoli nella terza consultazione preliminare del Consiglio di sicurezza. Se eletta, sarebbe la prima donna alla guida delle Nazioni Unite. Attualmente è segretaria generale dell’Unctad, ricorda il Corriere.
Gli Stati Uniti frenano sull’intervento contro gli Houthi, lasciando l’Arabia Saudita senza il sostegno militare diretto chiesto a Washington. Repubblica scrive che Trump, intenzionato a non aprire un nuovo fronte mentre prosegue la guerra con l’Iran, avrebbe fermato all’ultimo momento un raid quando i bombardieri erano già pronti al decollo. Washington avrebbe inoltre avviato colloqui con gli Houthi in Oman per garantire la sicurezza delle navi americane e israeliane a Bab el-Mandeb, ma non di quelle saudite. Il Sole 24 Ore lega la scelta al rischio di un nuovo conflitto costoso e alla crescente importanza di Bab el-Mandeb dopo la quasi paralisi di Hormuz. Trump avrebbe scelto «il pragmatismo diplomatico»: «Meglio non entrare in una nuova guerra, evitare ulteriori rincari del greggio e che vengano colpite le navi americane». «Con buona pace dei sauditi».
Avvenire segnala la manifestazione di oggi a Roma di un centinaio di religiosi della rete «Preti contro il Genocidio», provenienti da otto Paesi. Il quotidiano cita lo stallo dei negoziati su Gaza e la decisione israeliana di chiudere, in coincidenza con le festività ebraiche, l’accesso ai fedeli musulmani alla Moschea di Ibrahimi a Hebron, «per aprirla ai coloni illegali dei Territori Occupati». L’articolo si chiude dando evidenza alla posizione di Hamas, che parla di «un flagrante attacco alla sacralità e all’identità della moschea». Anche il Foglio parla della manifestazione, ma critica la richiesta del «disarmo dello Stato di Israele» contenuta nel manifesto dei sacerdoti e denuncia l’assenza di riferimenti al massacro del 7 ottobre. «Ce ne sarebbero tanti di sudari da portare in corteo», conclude il quotidiano, citando altre guerre e persecuzioni: «Sceglierne uno soltanto significa cedere all’ideologia».
Sul Riformista Paolo Crucianelli torna sull’aggressione antisemita al rabbino di Milano e denuncia soprattutto il «silenzio» della politica. Se il governo ha reagito con tempestività, osserva, sono mancate una condanna «univoca e corale» dell’opposizione e prese di posizione pubbliche dei suoi leader. «Ogni voce che manca, specie se autorevole, lascia uno spazio che qualcun altro riempie di normalità».
«Il niqab sminuisce il ruolo e la dignità della donna musulmana», afferma Hassen Chalghoumi, presidente della Conferenza degli imam europei, sostenendo la scelta del governo Meloni di vietare il velo integrale nelle scuole. Intervistato dal Giornale, parla anche di «una questione di sicurezza» e accusa salafiti e Fratelli Musulmani di promuovere una visione rigorista dell’Islam. «Il vero razzismo è accettare che una donna, in Italia, in Europa, sia vestita di nero dalla testa ai piedi, senza volto, senza identità», sostiene Chalghoumi, favorevole anche a limitare la concentrazione di studenti stranieri per evitare «ghetti scolastici».
«Ucraina e Gaza: se l’Occidente usa due pesi e due misure», titola il Corriere un editoriale di Goffredo Buccini. Partendo dal rapporto di Freedom House, che indica i territori ucraini occupati dalla Russia come i luoghi meno liberi al mondo, Buccini osserva che, mentre «Free Palestine» ha riempito le piazze occidentali, «assai più scarsa è sempre stata la solidarietà per gli ucraini sotto il tallone russo». Un «doppio standard» che ha prodotto «una grave confusione tra aggressori e aggrediti» e, sul Medio Oriente, contribuito a saldare «antisionismo e antisemitismo» in «un grumo pericoloso per la nostra convivenza», come mostrano le crescenti aggressioni contro membri delle comunità ebraiche.
Ed Sheeran ha chiesto scusa durante il primo concerto americano del Loop Tour dopo le polemiche per l’esclusione di Macklemore per le sue posizioni propalestinesi: «Ho commesso degli errori» e «quello che sta accadendo a Gaza è catastrofico». Sul Foglio Brendan O’Neill, direttore della testata conservatrice Spiked, interpreta il caso come «una conversione forzata» al «culto di Gaza»: Sheeran, sostiene, sarebbe stato sottoposto a pressioni perché inizialmente aveva riconosciuto la sofferenza «da entrambe le parti». Per O’Neill, nel mondo culturale «ora è vietato non sostenere “Free Palestine”» e «l’israelofobia è la colla morale dell’establishment culturale».