Una delle cose più peculiari di Sukkot è che la festa prescrive di abitare una casa provvisoria dalla quale però, a certe condizioni, si è autorizzati a uscire. La halakhah stabilisce quando la pioggia è abbastanza forte da permettere di lasciare la sukkah e tornare in casa: il criterio della Mishnah, in Sukkah 2:9, è allo stesso tempo molto concreto e un po’ spiazzante: si può uscire quando la pioggia è sufficiente a guastare il mikpah, una pietanza densa. Non quando il tetto cede, quando la pioggia è abbastanza insistente da rovinare un piatto. La Mishnah aggiunge una parabola: un servo arriva a riempire una coppa al padrone e il padrone gli rovescia addosso il contenuto di una brocca. È un’immagine strana ma chi ha versato, a chi? chiede il Talmud, e risponde: il padrone ha rovesciato la brocca sul servo e gli ha detto, in sostanza, «non desidero il tuo servizio». La pioggia che costringe a lasciare la sukkah diventa, nella parabola rabbinica, un congedo. L’uomo è venuto a fare ciò che deve fare e il padrone gli dice di smettere. Non c’è nessun nessun merito speciale nel restare sotto l’acqua fino a inzupparsi. La stessa pagina del Talmud racconta di Abaye e rav Yosef: sono nella sukkah, il vento fa cadere frammenti sul cibo e rav Yosef decide di portare le proprie cose in casa. Abaye gli ricorda che la soglia fissata dalla Mishnah è quella del mikpah ma rav Yosef risponde che, per lui, la situazione equivale già a un piatto guastato. Anche una regola apparentemente precisa finisce così per essere mediata dal corpo di una persona, dalla sua sensibilità, dal suo modo di stare dentro una situazione. È il rapporto rabbinico con la norma: la regola non scompare davanti alla realtà e allo stesso tempo non pretende che la realtà sia sempre quella prevista dalla regola. C’è una soglia, certo, e c’è il caso concreto. Sukkot sposta per sette giorni la vita fuori dalla casa. Si mangia sotto un tetto di rami, si guarda il cielo attraverso le sue aperture, si cerca di abitare quella costruzione come se fosse una casa. Poi comincia a piovere e il Talmud discute esattamente quando è arrivato il momento di rientrare; quando smette, molto semplicemente, si torna fuori.
Nei paesi del Nord, dove durante Sukkot la pioggia può essere tutt’altro che un’eccezione, la halakhah non pretende che si mangi nella sukkah a ogni costo. La regola classica è che chi soffre per le condizioni atmosferiche è esentato, come se fosse dentro casa e il tetto cominciasse a gocciolare. Se piove abbastanza da rovinare il cibo o rendere disagevole il pasto, ci si può ritirare al coperto; esiste un maggior rigore per la prima sera e molte autorità richiedono comunque di mangiare almeno un kezayit nella sukkah, aspettando eventualmente che la pioggia diminuisca. Nei luoghi molto freddi la sukkah è qualcosa di più simbolico che realmente abitabile: si continua però a recitare le benedizioni e a compiere ciò che le condizioni consentono, anche grazie a sukkot più protette, pareti più solide e coperture temporanee, sempre rispettando le regole halakhiche sulla struttura e sul s’chach.