Quando si costruisce una casa è scontata l’idea che debba durare il più a lungo possibile. Quando si costruisce la sukkah si ha ben chiaro invece che nel giro di pochi giorni verrà smontata. È una stranezza cui la tradizione dedica una quantità sorprendente di regole: le pareti, le proporzioni, la posizione, il materiale del tetto, il rapporto fra ombra e luce. È una costruzione effimera sottoposta a un controllo minuzioso, la provvisorietà ha misure precise. La sukkah deve avere determinate caratteristiche, permettere una certa quantità di luce, lo schach, il tetto, deve proteggere ma contemporaneamente lasciare vedere il cielo, il vento può attraversarlo. È una cosa provvisoria con un limite temporale definito, quando invece anche le cose precarie potrebbero non avere una scadenza. La differenza può sembrare solo teorica ma basta pensare alla differenza tra chi abita temporaneamente una casa e sa quando tornerà alla propria e chi vive da anni in una casa che continua a essere temporanea perché non sa quando dovrà lasciarla. La sukkah appartiene al primo caso: una precarietà scelta, regolata, calendarizzata. Chi la abita sa che la casa “vera” è rimasta al suo posto, è una sospensione della sicurezza non la sua perdita, cosa che rinforza il paradosso della cura che viene dedicata alla costruzione della sukkah. Si misura, si controlla, si sceglie il materiale giusto per qualcosa che tra una settimana non ci sarà più, si costruisce con attenzione una casa il cui destino è scritto nel progetto. La costruzione deve riuscire a essere proprio questo: provvisoria. Sukkot viene chiamatanche zman simchateinu, il tempo della nostra gioia. Il calendario ebraico passa dal giudizio e dal digiuno a una festa fatta di cibo, vino, decorazioni, ospiti e raccolto, ma proprio durante Sukkot si legge Qohelet, con il suo poco rassicurante inventario che mette insieme piacere, ricchezza, lavoro, sapienza e morte. La festa tiene insieme così il piacere e la sua fine. La tradizione mistica, inoltre, invita nella sukkah Abramo, Isacco, Giacobbe, Mosè, Aronne, Giuseppe e Davide. Sono morti e tuttavia vengono fatti entrare, alcuni ospiti dei festeggiamenti appartengono a un passato vecchio di millenni cosicché la memoria prende posto a tavola insieme ai vivi. Allo steso tempo il mondo agricolo arriva al termine di un ciclo: Sukkot è la festa del raccolto. Un altro contrasto: è il tempo dell’abbondanza, quando i frutti sono disponibili e il lavoro della stagione sembra compiuto, e proprio allora si costruisce una casa che nega, per sua natura, l’idea di compimento. Il raccolto viene conservato; la sukkah no. E neppure la sua architettura cerca di risolvere questa tensione. Lo schach deve essere sufficiente a fare ombra, ma non così fitto da cancellare il cielo, ogni elemento porta in sé un limite. Ma anche se la luce passa, il vento si sente, il cielo resta sopra la testa l’apertura è regolata con attenzione: non si tratta di un rudere, è una costruzione. Un contrasto forte con la nostra epoca, che ha trovato modi sempre più sofisticati per conservare ciò che passa: fotografiamo un pasto prima di mangiarlo, archiviamo conversazioni, accumuliamo immagini di luoghi persone che non ci sono più. La sukkah indica una direzione diversa: si costruisce, si abita, si smonta, e l’anno successivo se ne costruirà un’altra. La continuità non dipende dalla conservazione di un oggetto, dipende dal fatto che qualcuno, ancora una volta, sappia come costruirlo.
a.t.