L’amore romantico puro, intenso, colmo di dolore e dolcezza dell’attesa prima dell’incontro tra gli innamorati, è un tema piuttosto raro nei racconti del Talmud. La nostalgia d’amore come quella che troviamo, ad esempio, nel Cantico dei Cantici 3,1 – «sul mio letto, lungo la notte, ho cercato l’amore dell’anima mia. L’ho cercato ma non l’ho trovato …» – appartiene, nella vita reale, alla fase del corteggiamento, fino al matrimonio. Un’emozione di tale intensità è difficile da mantenere nella quotidianità di una coppia immersa nella lotta per l’esistenza e nelle sfide della vita.
Eppure, gli scrittori del Talmud si interessano proprio ai giorni che seguono la luna di miele: alla vita ordinaria di condivisione tra uomo e donna. Alla realtà complessa e impegnativa della convivenza, dell’educazione dei figli e delle figlie, del sostentamento della famiglia, dello studio della Torah e della sua trasmissione ai membri della casa.
C’era una volta il figlio di Rabbi Akiva, che prese moglie. Che cosa fece? Dopo averla condotta nella sua casa, rimase sveglio per tutta la notte studiando un passo della Torah. Disse a lei: «Prendi una candela e fammi luce». Ella prese la candela e rimase in piedi davanti a lui, illuminandolo dalla sera fino al mattino. Al mattino Rabbi Akiva gli si avvicinò e gli disse:
«Figlio mio, hai trovato oppure trovi?»
Egli rispose: «Ho trovato» (Yalkut Shimoni, Mishlei 18)
Le espressioni “hai trovato” e “trovi” alludono ai seguenti versetti:
«Chi ha trovato moglie ha trovato un bene…» (Proverbi 18,22)
«Trovo più amara della morte la donna…» (Kohelet 7,26)
Quale parola, dunque, utilizzeranno gli scrittori del Talmud per definire il sentimento che unisce i coniugi? Meno spesso la parola ahava, amore, e più frequentemente la radice aramaica r-h-m, il cui significato letterale rimanda all’utero materno: il luogo che sa contenere, accogliere pienamente, nutrire e custodire; uno spazio capace di adattarsi dinamicamente ai bisogni del bambino. È una scelta linguistica bella e originale per intendere un sentimento che ha mille sfaccettature: l’amore. Soprattutto se si considera che in altre lingue l’utero è diventato sinonimo di isteria e nervosismo. Perciò è anche una pretesa etica impegnativa rivolta a entrambi i coniugi: siate l’uno per l’altra, come un grembo materno.
Sarà forse questa l’immagine che ha ispirato Bialik quando, nel 1905, scrisse le righe d’amore, tra le più interpretate nella colonna sonora israeliana:
«Accoglimi sotto la tua ala, e sii per me madre e sorella; fa che il tuo grembo sia il rifugio del mio capo, il nido delle mie preghiere disperse…»
I racconti del Talmud sono per lo più brevi ed essenziali, e lasciano a noi lettori uno spazio attivo per completare ciò che rimane implicito tra le parole. Ci insegnano che la vita di coppia si svolge nella quotidianità e che, quando arriva quel raro momento decisivo e drammatico di scegliere cosa fare o cosa dire – quell’attimo tanto difficile da riconoscere – esso viene spesso mancato.
La nostra limitatezza umana, l’ego, l’errore, la debolezza: è difficile raggiungere l’ideale etico al quale i coniugi aspirano sinceramente.
Leggiamo queste storie e vorremmo dire al protagonista: «Scendi dal tetto! Torna a casa da tua moglie», oppure anche: «Aspetta un momento! Non replicare subito con rabbia». Ma restiamo fuori da ciò che accade tra le pagine del Talmud e siamo costretti – ed è bello che sia così – a esaminare le nostre stesse vite.
I racconti, a volte, si concludono con una prospettiva di consolazione lucida e onesta. Non ci offrono necessariamente un momento catartico di eroismo morale, di grandezza, di vittoria straordinaria o di gesti romantici più grandi della vita. Ci mostrano invece un movimento interiore minuscolo, che molto spesso nasce in conseguenza a un cuore spezzato, una ferita dell’ego, un fallimento. È un movimento dell’anima verso l’altro e verso la verità, verso l’autenticità, e il ritorno a un legame umano sincero: quello in cui tutti vorremmo vivere la nostra vita di coppia.
La professoressa Ruth Calderon è un’ex parlamentare della 19esima Knesset, eletta del partito Yesh Atid nel 2013. È studiosa del Talmud, nonché figura di spicco nel campo dell’educazione e della cultura ebraica. Tra i suoi meriti vi è la fondazione delle case di studio Elul e Alma, aperte a chiunque desideri avvicinarsi allo scaffale dei libri ebraici e israeliani canonici attraverso uno studio vivo, personale e pluralista che unisce interpretazioni rabbiniche a ricerche accademiche.
È bello vedere in questi moderni batei midrash, religiosi e laici, donne e uomini insieme sulle pagine del Talmud, per riscoprire attraverso di esse sia se stessi sia il rapporto con gli altri.
Calderon è l’unica parlamentare israeliana che, pur non definendosi osservante delle mitzvot, ha scelto di citare un volume del Talmud nel suo discorso inaugurale alla Knesset e di studiare in chavrutà (in compagnia) con il pubblico un racconto talmudico tratto dal trattato Ketubot che descrive il rapporto tra marito e moglie, traendone delle riflessioni sulla realtà israeliana. Questa scelta le è valsa reazioni favorevoli ma anche terrorizzate, sia da parte del mondo ultraortodosso – che rivendica l‘esclusiva dello studio delle fonti ebraiche – sia da parte di realtà laiche che si ritraggono di fronte a tutto ciò che sa di coercizione religiosa nelle istituzioni pubbliche.
Nei suoi libri, raccolte di racconti talmudici e loro interpretazioni, Calderon è solita descrivere il Talmud come il culmine di una conversazione iniziata con le parole di Dio ad Abramo e proseguita senza interruzione fino ai giorni nostri. Ogni volta che apriamo una pagina del Talmud per studiarla tutti coloro che l’hanno studiata prima di noi tornano, per così dire, in vita e, attraverso le loro parole, conversano anche con noi, lettori odierni.
Calderon paragona le centinaia di frammenti letterari disseminati nella Ghemarà (brevi racconti haggadici, spesso in forma di miniature narrative di dieci righe o anche meno ) a diamanti incastonati nel tessuto della Halakhà. Il racconto talmudico, inserito organicamente nella pagina del Talmud, appartiene alla Haggadà, alla dimensione immaginativa e narrativa del discorso, e costituisce un ulteriore aspetto della discussione halakhica. Esso amplia e, a volte, mette alla prova la Halakhà, il discorso giuridico fondato sulla regola, rappresentandone il complemento e l’altra faccia.
Nella figura del vero talmid chacham, il sapiente, colui che interpreta la legge e insegna ai suoi discepoli ad applicarla nella vita, convivono entrambe le dimensioni: quella giuridica, fredda e impersonale, accanto a quella unica e irripetibile, indefinibile, come la vita stessa.
Quando il profeta Osea descrive il dinamismo del rapporto tra marito e moglie e il fatto che, nel corso della vita coniugale, essi arriveranno a chiamarsi con nomi vari, scrive:
(2,18) «In quel giorno – parole del Signore – mi chiamerai “mio marito” (‘ishì) e non mi chiamerai più “mio padrone” (ba‘alì)».
In tutta la Bibbia ricorre continuamente l’immagine secondo cui l’alleanza tra Dio e Israele è paragonata al matrimonio tra un uomo e una donna, e il peccato di Israele nel rendere culto ad altri dèi è paragonato al peccato di una moglie che tradisce il marito e segue degli estranei. Tuttavia, Osea si distingue da tutti gli altri profeti perché la sua stessa vita familiare divenne simbolo di ciò che accadeva tra Israele e il suo Dio.
Nel versetto sopra, egli descrive una relazione di coppia caratterizzata, inizialmente, da rapporti di sottomissione, timore, possesso e doveri, destinati però, con la redenzione, a trasformarsi in rapporti di vicinanza, reciprocità, amicizia e intimità.
È interessante notare che ancora oggi infuria una sorta di “guerra terminologica” riguardo alla parola prosaica “mio marito”. Molte donne rifiutano categoricamente di usare il termine ba‘ali (ילעב) e adottano con entusiasmo l’appellativo descritto dal profeta Osea, che, a quanto pare, anche nella sua stessa casa si confrontava con dilemmi simili.
Il rabbino Elisha Aviner, riferendosi a Ketubot (il trattato dedicato soprattutto alle norme relative alla ketubah, documento con cui il marito assume i propri obblighi nei confronti della moglie al momento del matrimonio, nonché ai diritti, ai doveri e agli obblighi reciproci dei coniugi nell’ambito della vita matrimoniale) propone di intendere i termini ba‘alì e ‘ishì, che evocano rispettivamente il dominio e l’affetto, non come due alternative contrapposte nel rapporto di coppia, bensì come due livelli della comprensione del rapporto tra uomo e donna: il livello del ba‘alì e quello dell’‘ishì. «Chiunque studi il trattato Ketubot», osserva, «vede che nel matrimonio, nella costruzione della famiglia, esiste un aspetto di ba‘alì: è la dimensione dei doveri e delle responsabilità reciproche dei coniugi – obblighi economici, obblighi di natura coniugale. A prima vista sembra trattarsi soltanto di un sistema di diritti e doveri, di ciò che lui deve e di ciò che lei deve, un insieme di obblighi e calcoli. Ma esiste anche un’altra dimensione: quella dell’amore coniugale e dell’affetto della giovinezza. I doveri possono essere definiti; l’affetto, invece, è qualcosa di infinito e non può essere definito. Per questo leggiamo e comprendiamo il trattato Ketubot, come il trattato del ba‘alì, ma non troveremo mai un trattato dell’‘ishì».
Forse sono i racconti talmudici, con la loro elaborazione emotiva, intuitiva e artistica, incastonati nel cuore delle discussioni halakhiche spesso condotte in modo asciutto e analitico, a costituire l’ulteriore livello del dibattito che può essere definito come “banco di prova”. Essi ci invitano a non accontentarci di una comprensione puramente intellettuale della Halakhà, ma invece a immaginare tramite i brevi racconti una vita più piena e più integra: a comprendere la parola di Hashem attraverso l’incontro con l’altro, nella vita reale.
Durante l’ultimo seminario di Moked, interamente dedicato al tema dell’amore, Elisabetta Di Porto e io abbiamo guidato uno studio in chavruta di alcuni racconti del Talmud incentrati sulle relazioni di coppia. Ci siamo immerse nel mondo intimo dei maestri della Mishnah e del Talmud, esplorando anche la loro vita quotidiana: la struttura della famiglia e le dinamiche interne, le consuetudini della tavola e dell’ospitalità, le modalità del vestire, ciò che vedevano dalla finestra, il ritmo delle loro giornate.
Ci siamo chieste come comprendessero le proprie emozioni e come le esprimessero. E, soprattutto, se l’amore così come lo intendiamo oggi avesse un significato nel loro mondo. Quali erano le realtà contrastanti che orientavano le loro scelte? Possiamo riconoscervi dei paralleli con i conflitti che caratterizzano la vita contemporanea?
Nel trattato Ketubot 62,2 si affronta la questione di quanto tempo un marito possa allontanarsi dalla moglie per dedicarsi allo studio della Torah o al lavoro. Chi desiderava studiare la Torah nelle yeshivot migliori, spesso si allontanava fino a Babilonia, nelle scuole dirette dai più grandi maestri. Lo studio della Torah da parte del marito era, ed è ancora in alcuni ambienti ebraici, considerato un valore spirituale, religioso e di crescita personale non solo per lui ma anche per l’intera famiglia, e la storia di rabbi Akiva e della moglie Rachel, storia che rompe le solite convinzioni ed esalta la pazienza e il senso di partecipazione della donna, portato alla fine di questa serie di racconti di coppia, lo dimostra (Ketubot 62).
Altri racconti, invece, presentano, con ammirevole sincerità, frammenti di vita dei saggi che non sono riusciti a conciliare questi due valori, ovvero la famiglia e lo studio della Torah o la famiglia e la carriera e che, insieme all’intero nucleo famigliare, hanno pagato un prezzo elevato: figli che non riconoscevano più il padre, padri che hanno ceduto l’educazione dei figli alla generazione dei nonni, coppie che dopo molti anni di separazione non sapevano più tornare insieme.
Le similitudini con la vita odierna non mancano, basta immaginare un docente universitario che ottiene una borsa di ricerca presso un’università prestigiosa all’estero: non dispone dei mezzi per trasferire con sé la famiglia e desidera partire da solo per un periodo, convinto che, una volta conclusi gli studi, potranno tornare a vivere tutti insieme, felici per molti anni.
Oppure, se facciamo un tuffo nella realtà israeliana odierna, un ufficiale che riceve una promozione e viene nominato comandante di battaglione: il nuovo incarico gli impone lunghi periodi sul campo e rientri a casa sempre più sporadici. Può accettare un’opportunità professionale del genere nonostante l’opposizione del coniuge? E se la coppia si è sposata quando il marito era ancora un ufficiale di grado inferiore, il fatto stesso che appartenesse alla carriera militare implica forse che la moglie avesse già acconsentito, in anticipo, alle future promozioni e alle conseguenti assenze?
Nel corso della discussione talmudica i racconti riportati riflettono le diverse posizioni dei maestri riguardo ai doveri del marito e alla sua presenza in casa accanto alla moglie, ma ci dimostrano anche che le leggi della Halakhà incontrano realtà diverse in ogni casa e in ogni coppia.
Rav Rechumi che non tornava a casa era il primo racconto che abbiamo trattato nel nostro workshop. Poche righe che aprono un panorama umano molto denso.
Rav Rechumi studiava la Torah a Mehosa, diretta da Ravà.
Era abituato a tornare a casa sua alla vigilia di Yom Hakipurim.
Una volta l’attirò il suo studio.
Sua moglie lo aspettava: ora arriva. Ora arriva.
Non arrivò.
Si indebolì la sua mente e versò una lacrima che scese dal suo occhio.
Lui era seduto sul tetto, si ruppe il tetto sotto di lui e morì.
(Bavli, Ketubot 62, 2)
Rechumi, uomo il cui nome allude ad “amore”, aveva l’abitudine di tornare a casa ogni vigilia di Yom Kippur. In aramaico, beitò (la sua casa) significa anche “sua moglie”: la moglie è la casa. Un uomo senza moglie è un senzatetto, è privo di una casa. Interessante la sua scelta di studiare la Torah sul tetto.
Il testo racconta dunque che era solito tornare da sua moglie ogni vigilia di Yom Kippur. Ruth Calderon, nel suo libro Hshuk, Habait, Halev (Keter, 2001), ci fa notare l’ironia sottile dei maestri del Talmud quando ci dicono che «era solito» tornare a casa ogni vigilia di Yom Kippur, sembra quasi suggerire: una volta all’anno, e questa sarebbe un’abitudine? Non è poi così frequente. Viene poi spontaneo chiedersi: che giorno sceglie un uomo per tornare dalla moglie? Proprio la vigilia di Yom Kippur, che non è certo un momento dedicato all’intimità, ma alla preghiera, e neppure in casa. Un anno, però, una sola volta, accadde qualcosa di diverso. «L’attirò il suo studio», dice il testo, l’insegnamento appreso nel beit hamidrash lo affascinò a tal punto che perse la cognizione del tempo. Non uscì quando avrebbe dovuto, non riuscì a staccarsi dallo studio e non tornò a casa. Sua moglie lo aspettava, ripetendosi: «Ora arriva. Ora arriva». È quell’attesa in cui ogni notifica, ogni telefonata, ogni passo che si sente fuori, ogni colpo alla porta, ti fa credere che sia lui. Ora arriva. «Ma lui non arrivò».
A un certo punto, la donna capisce che quell’anno lui non arriverà più. Forse è già risuonato lo shofar che conclude il Giorno dell’Espiazione e ormai nessuno entrerà più nel villaggio, a causa della santità della festa. Questa donna, che ha atteso per tutto l’anno, che per molti anni ha vissuto aspettando quell’unico giorno, non riesce più a trattenersi. Il suo animo viene meno, «si indebolì la sua mente». Ha versato una sola lacrima. Il testo usa un verbo attivo, non passivo: è lei a lasciar scendere quella lacrima sulla guancia, a farla sgorgare dall’occhio, dopo anni in cui – così immaginiamo – non aveva pianto. Conosciamo bene la forza delle lacrime. Non possiamo non ricordare il versetto di Kohelet che descrive questa dura sensazione di solitudine di fronte all’ingiustizia:
«Ecco le lacrime degli oppressi e nessuno li consola, da parte dei loro oppressori sta la violenza, mentre per essi non c’è chi li consoli» (4,1).
Tuttavia, i nostri maestri in Vaikrà Rabbah ribaltano questa prospettiva e ci promettono che il Santo Benedetto Egli Sia, si schiera sempre dalla parte dell’oppresso. Difficile accettare che l’oppressore in questo racconto sia il marito, rav Rechumi, il talmid chacham Rechumi. Possibile che la passione per lo studio della Torah possa ferire un’altra persona, una persona a cui ci si tiene? Possibile che questa ferita capiti proprio nel giorno di Kippur, il giorno in cui le porte del cielo sono aperte e siamo richiesti di esaminare ancora di più i nostri comportamenti verso l’altro? Anche qui, l’associazione con l’odierna realtà israeliana è impressionante. Lo menzionava Calderon nel suo primo discorso parlamentare, ed è ancora più rilevante oggi. Chi mantiene sulle sue spalle la “casa”?
Il legame matrimoniale? Mentre la società ultraortodossa vede nello studio della Torah un valore supremo che protegge il popolo e richiede una dedizione totale a vita, la popolazione laica e il sionismo religioso lo considerano una violazione del principio di uguaglianza civile nei doveri e nell’economia, una violazione del contratto matrimoniale tra religiosi e laici in Israele.
La tristezza della moglie di Rav Rechumi ha conseguenze devastanti: nel momento in cui una sola lacrima scende dai suoi occhi, anche il tetto sul quale il rabbino è seduto a studiare cede sotto di lui ed egli precipita trovando la morte.
Il movimento narrativo è sincronizzato in modo sorprendentemente preciso, creando un chiaro parallelismo quasi visivo, come fosse proiettando su uno schermo diviso, tra il fluire della lacrima femminile e la caduta del marito, sottolineando così il nesso causale ed emotivo tra il dolore della donna e il tragico destino del marito.
Ruth Mussi Segre