ISRAELE

Netanyahu all’Onu, la stampa si divide tra forza e isolamento

Netanyahu all’Onu, la stampa si divide tra forza e isolamento

«Vinceremo. Non abbiamo altra scelta». È il messaggio portato giovedì dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. In circa quaranta minuti Netanyahu ha ripercorso i tre anni trascorsi dal 7 ottobre 2023, rivendicando i risultati di una guerra combattuta «su sette fronti»; ha ricordato la «linea rossa» tracciata dallo stesso podio nel 2012 sul programma nucleare iraniano e difeso la scelta di colpire gli impianti di Teheran: «Se non l’avessimo fatto, oggi saremmo tutti morti».
Sull’accusa di genocidio a Gaza, la replica è netta: «La più grande menzogna del secolo». Netanyahu ha citato le misure adottate dalle Idf per limitare le vittime civili e accusato Hamas di usare la popolazione come scudo umano. «Israele non ha commesso un genocidio, lo ha impedito». Nel mirino anche il sindaco di New York Zohran Mamdani. «Da quando è stato eletto, molti ebrei non si sentono più al sicuro a New York», ha affermato, accusandolo di vicinanza a sostenitori di Hamas. «Ha cercato di mettermi a tacere. Ma non può mettere a tacere la verità».
C’è poi un «ottavo fronte», quello «per la verità», combattuto sui media e sui social. Netanyahu ha attaccato il Qatar, ricordando come finanzi università americane e Al Jazeera per orientare i giovani contro Israele e l’Occidente e definito il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan «un tiranno» che sostiene Hamas. Ai leader dell’Europa occidentale ha invece imputato di aver «scelto la debolezza» e di essersi arresi «alle folle antisemite».
Non sono mancati, come nei passati interventi all’Onu, gli oggetti di scena: un pager per evocare l’operazione contro Hezbollah – «Hezbollah se li ricorda certamente» – e un terminale Starlink destinato simbolicamente alla delegazione iraniana.
Il tono duro e accusatorio era stato fissato fin dall’apertura: mentre molte delegazioni lasciavano l’aula, Netanyahu le ha definite «codardi morali».
Sui principali quotidiani israeliani le letture divergono. Per alcuni il discorso conferma la capacità di Netanyahu di difendere il Paese davanti al mondo. Per altri è stato un intervento rivolto agli elettori di casa privo di orizzonte politico.

Forza e leadership
Makor Rishon, testata di riferimento della destra nazionalreligiosa, riassume così il discorso: Netanyahu «ha messo in guardia dall’ascesa del jihad, elogiato la resilienza dei cittadini israeliani e spiegato perché l’attacco all’Iran sia stata una decisione facile». Nelle stesse ore il giornale ha pubblicato una lunga intervista al capo del governo israeliano, in cui il confronto con Teheran diventa la prova della sua leadership alla vigilia delle elezioni. Sul rapporto con Donald Trump prima degli attacchi all’Iran, Netanyahu nell’intervista sintetizza così la propria linea: «Ti informo, non ti chiedo il permesso».
Tornando al discorso all’Onu, Israel Hayom, vicino al primo ministro, apre la doppia pagina sul discorso con una citazione: «Alcuni leader in Occidente si sono arresi alle folle antisemite». Il quotidiano dà spazio alla «guerra per la verità», ai successi militari e agli affondi contro Qatar e Turchia.

Un palco elettorale
All’estremo opposto Haaretz. «Netanyahu non è andato all’Assemblea generale per rivolgersi al mondo: stava facendo campagna elettorale», scrive Ben Samuels, secondo cui il premier ha trasformato l’Onu in «un comizio elettorale travestito da diplomazia». L’aula semivuota, il mancato incontro con Trump e i pochi bilaterali sarebbero segnali dell’isolamento crescente del Paese. Il messaggio, sostiene Samuels, è quello di un Israele «assediato, con nemici ovunque e critici schierati dalla loro parte».
Critico anche Ynet. «Netanyahu ha combattuto la battaglia di Israele all’Onu, ma ha parlato a un mondo che non ascolta più», il titolo dell’editoriale del corrispondente da New York, Itamar Eichner. Il giornalista riconosce a Netanyahu efficacia e padronanza del palco, ma insiste su ciò che è mancato: «nessun orizzonte diplomatico, nessuna visione del dopoguerra, nessun rilancio degli Accordi di Abramo». L’immagine destinata a restare, per Ynet, non è il pager né lo Starlink, ma le delegazioni che lasciano l’aula. «Aveva un discorso, ma pochi ascoltatori».

Il futuro che manca
Più sfumato Zvika Klein sul Jerusalem Post: elogia l’inglese «impeccabile» e l’abilità di Netanyahu nel difendere Israele davanti a una platea ostile, ma gli rivolge una domanda: «Dove stiamo andando?». Nei precedenti interventi all’Onu, ricorda Klein, il primo ministro aveva parlato di Arabia Saudita, Accordi di Abramo, Siria e Libano. Stavolta è stato molto più chiaro su contro chi Israele combatte che sul futuro diplomatico che immagina. Klein ha apprezzato il passaggio su Israele come «un solo popolo che combatte per un solo futuro», ma chiede al premier di rivolgere lo stesso messaggio direttamente agli israeliani.
Più severo David Horovitz, direttore del Times of Israel. Il discorso è «una forte difesa di Israele», ma pesano le omissioni: «Nessun riferimento alla sua principale responsabilità nel fallimento che non ha impedito il 7 ottobre» e «nessun riconoscimento della sua convinzione dichiarata che Hamas fosse sotto controllo».
In chiusura Horovitz si chiede se un intervento difficilmente capace di convincere i critici all’estero possa spostare qualche voto in patria. Netanyahu, scrive, continua a puntare sull’inglese, sul dominio del palcoscenico internazionale, «su parole come vittoria, resilienza, continuità dello Stato ebraico». Ma il problema è duplice: «Gran parte del mondo ha smesso di ascoltare». E per molti israeliani, dopo il 7 ottobre, anche le sue parole più studiate «restano soltanto parole».

d.r.

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