Il 28 settembre del 2016, dieci anni fa, moriva Shimon Peres. Ricordiamo il grande statista israeliano insieme alla figlia, la psicolinguista Tsvia Peres Walden.
«Immaginazione e creatività da una parte, estremo pragmatismo dall’altra. Mio padre sapeva combinare questi due elementi alla perfezione, amalgamando il tutto con una curiosità vorace che lo ha mantenuto giovane fino all’ultimo istante. Leggeva un libro alla mattina, uno a mezzogiorno, uno alla sera. Approfittava di ogni momento libero per arricchire il proprio bagaglio di conoscenze», ci racconta.
Primo ministro di Gerusalemme a metà degli anni Ottanta e poi di nuovo in carica ad interim dopo l’uccisione di Yitzhak Rabin nel novembre del 1995, più volte ministro con deleghe dagli Esteri alla Difesa, passando pure da Finanze e Trasporti, architetto del programma nucleare come deterrente contro l’aggressività di parte del mondo arabo e islamico, Premio Nobel per la Pace al tempo degli Accordi di Oslo, nono presidente dello Stato ebraico (2007-2014). Una biografia straordinaria. La figlia ricorda come in questi mesi cadano «anche i trent’anni dall’istituzione del Centro Peres per la Pace, uno dei suoi lasciti più vivi: venne fondato pochi mesi dopo l’assassinio di Rabin». Peres arrivò nel nascente Stato d’Israele dalla natia cittadina polacca di Višneva, oggi Bielorussia, dove era venuto al mondo nel 1923. Il sionismo, ha spesso raccontato, anche la sera del Nobel, «mi ha salvato la vita».
Per un nuovo Medio Oriente
«Uff, già dieci anni», sospira la figlia. «Mi conforta il fatto che, dovunque vada, sento persone che lo rimpiangono e comprendono meglio oggi la sua visione». Peres è stato molte cose, nella sua lunga carriera politica dentro il partito laburista e nelle istituzioni. Per la professoressa Walden, l’eredità più grande resta però il suo impegno per plasmare un “nuovo” Medio Oriente «in cui ebrei e arabi imparino sempre di più a cooperare, perché il nostro destino è questo: sento oggi parlare spesso di “grande Israele”, ma non c’è Israele più grande di quello che investe nell’innovazione e nell’educazione; per fortuna abbiamo numerose eccellenze».
Appuntamento mancato
È forse la strada degli Accordi di Abramo? Peres padre li avrebbe condivisi? «Sì, anche se con qualche osservazione. Vanno bene come principio generale, ma di fatto ignorano i palestinesi. Sarà difficile realizzare qualcosa di davvero duraturo finché questo aspetto resterà marginale. Credo che mio padre sarebbe d’accordo con me». Ovviamente, prosegue, «conosco la storia e non sono un’ingenua: se oggi la situazione è quella che è, una grande responsabilità ce l’hanno le dirigenze palestinesi nell’aver sempre mancato l’appuntamento per un compromesso». Il ricordo di Peres cade in un momento turbolento per Israele e per la regione, tra conflitti irrisolti e venti di guerra senza fine. La figlia parla di «necessario momento di ricostruzione del nostro cammino ebraico, perché purtroppo c’è chi ha lavorato per portarci fuori strada». Il riferimento, esplicito, è ad alcune parole d’ordine e violenze “sdoganate” da leader politici estremisti. «Mio padre, con Dimona, ha lavorato per dare a Israele una posizione di forza», afferma. «Quel progetto contiene però un principio: partendo da quella posizione, ogni nostro sforzo deve essere dedicato alla diplomazia. Senza, sono dolori. Temo che questa lezione non sia stata appresa fino in fondo da chi ci governa. Alcune situazioni di violenza non contrastate con la necessaria fermezza in Cisgiordania, dove secondo me non dovremmo neanche stare, rappresentano un deragliamento rispetto ai valori ebraici». Walden ha varie rimostranze. Il 7 ottobre «siamo stati attaccati nel modo in cui sappiamo e abbiamo dovuto reagire; ma al di là dei successi militari, che da soli non bastano, a livello diplomatico tutto quel che è accaduto in seguito è stato un fallimento: ne paghiamo il conto non soltanto noi cittadini israeliani, ma anche le comunità ebraiche nella Diaspora».
Insegnare l’arabo nelle scuole
La professoressa Walden ritiene che Israele abbia dentro di sé risorse umane e morali molto forti, che l’appuntamento elettorale di fine ottobre rappresenti in questo senso uno spartiacque e che, a prescindere dalle iniziative dei suoi tanti nemici, lo Stato ebraico debba mantenere un saldo cammino dentro la moralità. «Mio padre amava Israele, di cui si è sempre considerato prima di tutto un servitore», riflette. «Allo stesso modo la amo io, a volte con preoccupazione perché ritengo che alcuni valori “storici” siano annacquati rispetto a un tempo, ma sempre con la consapevolezza di quanto speciale sia la storia di questo nostro piccolo Paese. Ci abbiamo messo duemila anni per ricostituirlo. Non ci faremo ora scoraggiare da chi rema in direzione contraria alla democrazia, io perlomeno non lo farò». E come studiosa del linguaggio, ha una proposta: «Da tempo sono favorevole all’insegnamento obbligatorio dell’arabo in tutte le scuole israeliane. Per dialogare con i palestinesi, per far sì che questo dialogo abbia un senso e costruisca un futuro diverso per tutti, dobbiamo conoscerli meglio».
Adam Smulevich