La recente edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica, a Taranto, è stata aperta da un’immagine familiare: al tramonto del venerdì si accendono le candele e la famiglia si raccoglie attorno alla tavola. È da questa iconografia concreta dello Shabbat che chi scrive, referente della Sezione locale della Comunità ebraica di Napoli e promotrice dell’iniziativa, ha cominciato a parlare di ahavah, l’amore. Non una parola astratta, ma un’esperienza fatta di presenza, responsabilità e condivisione.
Subito dopo l’apertura si è svolta la cerimonia di donazione dei libri alla biblioteca. Tra i volumi consegnati c’è stato Una vita così lunga e così breve di cui sono autrice: è il racconto di una vita e di una famiglia, nel quale biografia, memoria e presenza ebraica sul territorio si incontrano. Insieme a questo, opere di Sigmund Freud e Franz Kafka, autori lontani per scrittura e sensibilità, ma testimoni del ruolo fondante della cultura ebraica nella società europea e occidentale. Da qui anche un augurio rivolto agli studenti che iniziavano il nuovo anno scolastico: tornare ai libri di carta, alle pagine da leggere e annotare per realizzare un percorso di crescita intellettuale che la scuola dovrebbe aiutare a custodire.
A segnare la giornata sono state anche alcune assenze e contestazioni. Non sono intervenuti rappresentanti del Comune di Taranto né esponenti di altre istituzioni politiche, benché il programma annunciasse i saluti dell’amministrazione comunale. All’esterno della biblioteca si erano inoltre raccolti alcuni manifestanti pro-Palestina. Grazie anche al supporto di Digos, Polizia e Carabinieri, non si è verificato alcun incidente e gli incontri sono proseguiti, mantenendo al centro il loro tema: conoscere una cultura attraverso le sue parole, la sua storia e le diverse sensibilità che la attraversano.
Al termine della prima parte sono uscita a a parlare con i manifestanti. Il colloquio è rimasto civile e si è concluso con l’impegno a rivedersi. Nel pomeriggio, davanti alla biblioteca, non c’era più alcun manifestante. Non significa che ogni distanza fosse stata colmata, ma resta un piccolo fatto concreto: il dialogo aveva vinto.
Il primo approfondimento è stato affidato ad Aurelio Arnese, professore associato dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro presso il Dipartimento Jonico. Nei “Frammenti d’amore” delle fonti filosofiche e giuridiche greche e romane ha mostrato come gli affetti non appartengano soltanto alla sfera privata: ogni società prova a dare una forma ai legami, alle responsabilità e ai doveri che ne derivano.
È quindi intervenuta Stefania Peluso, archeologa classica, con un dottorato conseguito in Germania e un’esperienza di ricerca post-dottorale a Haifa. Il suo “Eros vs Ahavah” ha messo a confronto tradizione greca e mondo ebraico-mesopotamico. Non per disegnare due universi chiusi e contrapposti, ma per osservare come l’amore cambi significato a seconda delle parole, dei racconti e delle immagini usate per pensarlo.
Con Anna Maestripieri il discorso si è spostato su Eretz Israel, la “terra stillante latte e miele”. Bibbia, poesia e musica hanno raccontato un legame fatto di appartenenza, lontananza e desiderio, custodito e trasmesso fra le generazioni. Proprio la musica è entrata più volte nella relazione, dando voce a ciò che le sole definizioni non riuscivano a contenere.
Nel pomeriggio monsignor Ciro Marcello Alabrese, vicario episcopale dell’Arcidiocesi di Taranto per l’Educazione, la Scuola, l’IRC e l’Università, ha proposto una riflessione sul “Cammino dell’uomo”: l’incontro con l’altro, la responsabilità e la ricerca di senso come terreno di dialogo tra tradizioni differenti.
I lavori sono poi proseguiti con la presentazione del dottor Ilan Brauner, la cui voce ha permesso di attraversare la storia della famiglia ebraica dal ghetto allo Stato di Israele. Nato in Israele nel 1939 e in Italia dal 1960, medico legale e appassionato studioso del Novecento, Brauner ha letto la famiglia come il luogo in cui i cambiamenti sociali e l’emancipazione si misurano con il bisogno di trasmettere identità, memoria e pratiche ebraiche. La continuità, in questa prospettiva, non coincide con l’immobilità: passa anche dalla capacità di attraversare il cambiamento.
La musica non ha avuto il ruolo di semplice intermezzo. Silvia Imperiale Majno alla voce, Gabriele Grassi al violino, Emanuele Latanza alle percussioni e Marianna Calò al pianoforte hanno accompagnato gli interventi, entrando nel racconto della giornata. La conclusione è stata affidata al gruppo Shanà Tovà, con Nadia Martina alla voce e Fabio Zurlo alla fisarmonica.
Ahavah è rimasta così una parola aperta: non una definizione da imparare, ma una domanda capace di tenere insieme terra, famiglia, responsabilità e memoria.
TARANTO
Una giornata della cultura fra assenze, contestazioni e dialogo