Nei giorni scorsi la ben oliata macchina di disinformazione antiebraica ha partorito l’ultima genialata, ossia che anche i musulmani siano stati deportati nei lager aperti dal Terzo Reich; ciò è stato presumibilmente affermato con lo scopo di ridimensionare la fenomenologia deportatoria attuata dal regime nazionalsocialista nei riguardi della popolazione ebraica d’Europa.
Musulmani non ce n’erano ma è pur vero che i Lager pullulavano di Muselmänner, termine cinico e dispregiativo nella lingua tedesca del sec. XX appositamente coniato non già per additare qualcuno come musulmano (cosa per la quale sarebbe stato sufficiente l’uso del termine tedesco Muslim) ma per riferirsi a prigionieri a uno stadio terminale di deperimento organico, sfinimento psicologico e totale apatia, incapaci di reggersi in piedi sugli zoccoli in uso nei lager e supini in ginocchio con la testa in avanti, postura simile a quella del fedele musulmano sulla Sajjāda (tappeto per la preghiera islamica); un’altra spiegazione egualmente accreditata riporta il medesimo termine riferito a deportati ebrei di carnagione più scura e tratti marcatamente semitici i quali spiccavano all’occhio tra quelli di più generica carnagione chiara.
È altrettanto vero che nei lager furono trasferiti numerosi ebrei provenienti da Paesi a maggioranza musulmana che si affacciano sul Mediterraneo come Algeria e Tunisia, protettorati francesi rimasti sotto il Governo di Vichy dopo l’armistizio del giugno 1940; nel 1943 arrivò a Bergen-Belsen un gruppo di giovani ebrei tunisini accompagnati dal loro maestro i quali generalmente rimanevano appartati dalla restante popolazione ebraica del Lager ed erano particolarmente osservanti.
Un giorno la deportata ebrea Ester Rayz, deportata a Bergen-Belsen, ascoltò dai tunisini (e memorizzò) il meraviglioso canto Ashreinu; a ragione delle regole di alimentazione ebraica rigidamente osservate, i tunisini rifiutavano il cibo loro fornito e così si lasciavano morire di inedia.
Al pioniere della ricerca musicale concentrazionaria Aleksander Kulisiewicz, deportato a Sachsenhausen poiché colpevole di aver denunciato su un giornale polacco a fine agosto 1939 l’allineamento politico della Slesia al nazionalsocialismo, non poté sfuggire la presenza di una delle figure più tragiche dell’universo concentrazionario ossia i l Muselman. Trobadour di Sachsenhausen e giornale vivente del lager, Kulisiewicz creò la macabra e sarcastica canzone Muselmann-Kippensammler sulle melodie Shanghai e Zulejka del compositore e attore ebreo Menashe Oppenheim dedicata al prigioniero raccoglitore di mozziconi di sigaretta sempre chino a terra sulle ginocchia e a testa in giù alla stregua di un fedele musulmano nel disperato e degradante tentativo di scambiare rimasugli di tabacco con razioni minime di cibo o, peggio, per masticare quei mozziconi e in tal modo lenire i morsi della fame.

Uomo dalla memoria gigantesca, impossibilitato a scrivere in quanto prigioniero politico, Kulisiewicz stese la canzone dopo la prigionia; il brano non assume i toni del lamento pietistico bensì quelli della ballata grottesca, cruda e tagliente, il testo recita:
Mi brontola lo stomaco
e il gelo penetra attraverso il midollo e le gambe.
Cosa debbo fare di me stesso, non ho niente da trangugiare […]
Sento che è la fine, non ho più alcuna forza, il mio tempo è giunto al termine.
E allora bisogna crepare e andare al crematorio […]
E mi si chiama essere umano!
Perché, non lo so. Perché?…
Testimone degli eventi, Kulisiewicz ricorda nei suoi testi “una fila di prigionieri, Muselmänner, in piedi con gli zoccoli di legno ai piedi, vicino al cancello sulla strada mentre vengono condotti via per essere liquidati” (“Schlange von Häftlingen, der Muselmänner, die in Holzpantinen an der Strasse am Tor standen und zu Liquidierung abgeführt wurden”); egli impiega un’ironia amara e provocatoria per descrivere la disumanizzazione dei Muselmänner e trasforma o, meglio, mimetizza l’orrore in un vero e proprio reportage poetico-musicale a difesa della dignità umana.
La melodia brillante quasi da spettacolo circense (Kulisiewicz ne sapeva qualcosa avendo in gioventù lavorato in un circo come assistente del clown Max Winkler) scaraventa l’ascoltatore in una dimensione assurda e deforme rendendo ancor più spettrale l’agonia del Muselmann; mentre il becero revisionismo da salotto si affanna a inventare dal nulla presunti islamici nei lager, la macchina sterminatoria del Reich riservava la parola Muselmann a un ebreo che aveva staccato la spina dal mondo e, lui sì, supplicava la terra di inghiottirlo prima che altri provvedessero a farlo.
La strada è tutta in salita e la pancia dell’antisemitismo si nutre avidamente di terrapiattismo cerebrale contemporaneo; basterebbe una canzone di quel Pico della Mirandola polacco chiamato Aleksander Kulisiewicz a oliare gli ingranaggi arrugginiti della Storia.
È proprio quel che faremo.
Francesco Lotoro