Ruggero Gabbai ci risponde sulla strada da Gerusalemme a Tel Aviv, dove mercoledì sera l’ambasciata italiana in Israele ha organizzato la proiezione del suo “Liliana”, uscito nel 2024. Domenica invece sarà protagonista alla ventunesima edizione della Festa del Cinema di Roma con la prima del suo “Nedo, un italiano”. Liliana Segre e Nedo Fiano, due voci di Memoria «indispensabili e da ascoltare con particolare attenzione in un momento in cui tutto viene rovesciato: noi che ci occupiamo di questi temi non dobbiamo però arretrare», sottolinea il regista milanese. Nel suo curriculum ci sono molti lavori dedicati ai sopravvissuti allo sterminio nazifascista, elaborati a partire dall’Archivio della Memoria realizzato dalla Fondazione Cdec di Milano negli anni Novanta per oltre 400 ore complessive di testimonianza. Una mole di materiale alla quella ha contribuito lo stesso Gabbai. “Nedo, un italiano”, scritto insieme a Marcello Pezzetti e in proiezione al festival romano il 18 ottobre alle 16, è una produzione Forma International con Rai Cinema, con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura e il supporto di Goren Monti Ferrari Foundation, Fondazione Museo della Shoah, Fondazione Henry Krenter e lo stesso Cdec. Del testimone nato a Firenze nel 1925 e morto nel 2020 a Milano, numero di matricola A5405 tatuato sul braccio, sarà possibile ascoltare la voce nitida raccolta tra la casa dell’infanzia a Firenze, il carcere delle Murate, il campo di concentramento di Fossoli e quello di sterminio di Auschwitz-Birkenau. Furono proprio Gabbai e Pezzetti ad accompagnarlo in quei luoghi nel 1994. Ma a parlare oltre trent’anni dopo quel viaggio sono anche i tre figli di Nedo Fiano: Enzo, Andrea ed Emanuele e i nipoti Uria, Dafna, Talia, Nannerel e Davide, intenti non solo a ricordare ma anche a ripercorrere le tappe della “marcia della morte” alla quale il nonno fu sottoposto dopo Auschwitz-Birkenau, transitando in altri sette campi tra i quali Stutthof nelle vicinanze di Danzica, Echterdindge nella periferia di Stoccarda e Buchenwald a Weimar. «Le generazioni successive hanno molto chiara l’eredità di Nedo e il suo anelito di giustizia: non a caso alcuni di loro sono diventati giudici e costituzionalisti», osserva Gabbai. Come scrive nelle note di regia, grazie anche al loro esporsi prendono vita «un lessico familiare e un dialogo intergenerazionale su piani temporali diversi, creando tasselli di memoria condivisa che evidenziano come la grande storia del conflitto mondiale si fonda con la storia personale di una famiglia stravolta» da quelle vicende, perseguitata prima nei diritti e poi nelle vite. Nel film parla anche Liliana Segre, in virtù dello «stretto rapporto personale con Nedo», che considerava come un fratello putativo. Ad accomunarli è la forza dello stesso messaggio. «Per quasi 40 anni Fiano ha portato alle giovani generazioni un racconto vero e crudo», sottolinea Gabbai, convinto che la sua voce resti ancora oggi «esemplare per rettitudine, chiarezza e voglia di giustizia» e che le sue parole siano un monito «in un mondo sempre più complesso da decifrare in cui le nuove ondate di violenza e guerra fanno perdere punti di riferimento etici e morali che sembravano acquisiti anche grazie ai testimoni dell’orrore nazista».
a.s.