«Chi ha contestato la presenza delle bandiere di Israele e della Brigata Ebraica nei cortei del 25 Aprile, chi non ha saputo difendere senza ambiguità il diritto degli ebrei e di tutti gli italiani a ricordare il contributo della Brigata Ebraica alla Liberazione, chi nelle piazze si è mostrato compiacente verso la violenza Pro-Pal, non può pretendere di presentarsi da noi il 16 come se tutto questo non significasse nulla». Con queste parole il presidente della Comunità ebraica di Roma, Victor Fadlun, chiede all’Anpi di non partecipare alle commemorazioni del rastrellamento del Ghetto del 16 ottobre 1943. La vicenda è ripresa da Repubblica Roma, che ricorda le 1.022 persone deportate dai nazifascisti, di cui soltanto 16 tornarono e nessun bambino, e sottolinea come le polemiche sulle bandiere israeliane e palestinesi del 25 aprile e le contestazioni alla Brigata ebraica abbiano riaperto una frattura tra il mondo ebraico e l’associazione dei partigiani. Il quotidiano riferisce che l’Anpi provinciale si è riunita per valutare una risposta e spiega che gli inviti alle cerimonie istituzionali spettano al Comune. Libero ricorda l’intesa raggiunta a luglio tra Anpi e Ucei per ricucire i rapporti, ora nuovamente messi in discussione.
Il caso Reggio Children continua a suscitare attenzione e polemiche. Il Quotidiano Nazionale torna sulla richiesta rivolta agli insegnanti israeliani e americani di dissociarsi dal presunto «genocidio» a Gaza, riferendo che il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha chiesto al prefetto di Reggio Emilia una relazione sull’accaduto. Il sindaco Marco Massari ammette che è stato «un errore cercare una concertazione attraverso una dichiarazione su Gaza», ma respinge le accuse di antisemitismo. Il quotidiano evidenzia inoltre le contraddizioni tra le ricostruzioni del Comune e della Fondazione Reggio Children, che rivendica la natura collegiale del documento contestato. Il Giornale critica invece le prese di distanza arrivate da alcuni esponenti della sinistra, giudicandole tardive.
Gli Houthi hanno intensificato gli attacchi contro l’Arabia Saudita, colpendo l’aeroporto di Riad e gli impianti petroliferi di Aramco. La minaccia, sottolinea il Corriere, riguarda anche Israele: i ribelli yemeniti avrebbero ottenuto da un fornitore cinese componenti per costruire un missile di precisione, su modello iraniano, con una gittata di quasi 2.000 chilometri. Il quotidiano, in un approfondimento di Guido Olimpio, evidenzia le difficoltà della difesa saudita, nonostante i sofisticati sistemi antimissile: «Avere lo scudo potente non basta. Serve saperlo usare», scrive Olimpio. Il Giornale racconta invece il rifiuto del principe ereditario Mohammed bin Salman all’offerta israeliana di assistenza militare e di intelligence contro gli Houthi. Riad preferisce affidarsi agli Stati Uniti e agli accordi con Pakistan e Turchia, «frenando così le ambizioni di Netanyahu di rilanciare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita».
L’ex capo dello Shin Bet Ronen Bar ha denunciato per diffamazione Benjamin Netanyahu, accusandolo di avergli attribuito falsamente la responsabilità di aver nascosto informazioni prima del 7 ottobre. Bar riconosce il fallimento dei servizi di sicurezza, scrive il Sole 24 Ore, ma respinge l’accusa di aver deliberatamente taciuto. Repubblica racconta che il primo ministro ha ammesso per la prima volta la visita in Israele del capo dell’intelligence egiziana Abbas Kamel pochi giorni prima del massacro. «È atterrato. È rimasto 59 minuti. Anche io voglio sapere chi ha incontrato», ha dichiarato Netanyahu. Un’ammissione che riapre il caso degli avvertimenti ignorati.
«Israele è una superdemocrazia», titola Libero, analizzando le elezioni del 27 ottobre: 38 liste in corsa e nessuno dei due blocchi in grado, secondo i sondaggi, di raggiungere la maggioranza di 61 seggi. A decidere potrebbero essere pochi voti dispersi sotto la soglia di sbarramento. Il quotidiano osserva che «a guardare i programmi, la distanza fra i due campi è minore di quanto suggerisca la durezza dello scontro», soprattutto sulla questione palestinese: quasi tutti i principali partiti ebraici respingono la soluzione a due Stati. Le differenze riguardano invece giustizia, leva degli haredim, commissione d’inchiesta sul 7 ottobre e insediamenti in Cisgiordania. Proprio agli insediamenti è dedicato un reportage di Fiamma Nirenstein sul Giornale, intitolato «Coloni nel mirino: “Noi, scudo d’Israele”». La giornalista difende gli abitanti degli insediamenti, sottolineando gli attacchi che subiscono e contestando «la tendenza a generalizzare» gli episodi di violenza commessi da alcuni gruppi di giovani estremisti. «I settler non sono angeli, ma non sono certo diavoli», conclude.
Israele ha revocato l’autorizzazione d’ingresso a due giornaliste italiane, Martina Stefanoni di Radio Popolare e Serena Bilanceri, collaboratrice del quotidiano tedesco Taz, segnalano Corriere e Fatto Quotidiano. Radio Popolare denuncia una forma di censura preventiva in vista delle elezioni israeliane del 27 ottobre.
A un anno dalla tregua, a Gaza 1,4 milioni di persone rischiano una grave insicurezza alimentare entro dicembre. È l’allarme di Emergency, ripreso dal Sole 24 Ore, che riporta difficoltà nell’ingresso degli aiuti, l’aumento del 207% dei prezzi dei beni essenziali e la carenza di acqua potabile. L’ong avverte che l’arrivo dell’inverno aggraverà ulteriormente la crisi umanitaria.
Una studentessa iraniana di 23 anni, Najmeh Amini, è stata condannata a morte per un post sui social giudicato blasfemo dalle autorità. Al suo caso dedica un approfondimento Repubblica: arrestata durante le proteste antigovernative, la giovane è detenuta da gennaio nel carcere di Mashhad. «Non voglio fare l’eroina, voglio solo che la mia voce sia ascoltata», ha scritto dal carcere. Le organizzazioni per i diritti umani denunciano l’uso crescente della pena capitale per reprimere il dissenso: dall’inizio dell’anno, secondo Iran Human Rights, sono già state eseguite oltre 600 condanne a morte. Sulla Stampa, la Nobel per la Pace iraniana Shirin Ebadi parla di un «salto di qualità» nella repressione di Teheran: «È come se il regime agisse in piena impunità, convinto di non dover più rispondere a nessuno».
A tre settimane dalle elezioni di metà mandato negli Uniti, il rapporto con Israele divide il Partito democratico americano. Il Foglio racconta l’ascesa di candidati vicini alla sinistra radicale, favorevoli a interrompere il sostegno militare a Israele, e la risposta dei Democrats for Israel, impegnati a sostenere candidati non antisionisti. «L’antisionismo è semplicemente una nuova parola per dire antisemitismo», affermano i rappresentanti dell’organizzazione, secondo cui dopo il 7 ottobre il sostegno a Israele è diventato decisivo per molti elettori ebrei. Pur temendo la crescente influenza delle posizioni radicali, i Democrats for Israel ritengono che queste rappresentino ancora una minoranza del partito, stimata intorno al 20 per cento.
Un diciannovenne è stato arrestato in provincia di Pavia dopo il ritrovamento in casa sua di armi da fuoco e materiale neonazista. Il giovane è indagato per propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa. L’inchiesta è collegata a quella su un coetaneo, già ai domiciliari, che gestiva una chat dedicata alla propaganda neofascista, neonazista e antisemita.
Il Giornale denuncia legami tra l’Associazione Amicizia Bergamo Palestina, vicina ad ambienti della sinistra locale, e il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (Fplp). Dei 94mila euro raccolti dall’associazione, oltre 60mila sarebbero stati trasferiti a un’organizzazione umanitaria di Gaza che, secondo il quotidiano, gravita nell’orbita del Fplp. Il Pd bergamasco aveva ospitato a un incontro pubblico Eyas Awad, referente dell’associazione. Sulle stesse pagine, un’inchiesta basata su documenti dei servizi segreti italiani declassificati ricostruisce i presunti rapporti tra Cosa Nostra e il terrorismo palestinese di Abu Nidal negli anni Ottanta, attraverso traffici di armi e droga tra Sicilia e Medio Oriente. Le informative citano anche la presenza di esponenti mafiosi in Libano e un possibile progetto di attentato contro l’ambasciata americana a Roma.
La scrittrice irlandese Sally Rooney ha deciso, d’accordo con il suo editore Faber and Faber, di interrompere la distribuzione dei suoi libri nel Regno Unito. La scelta, spiega il Corriere, è legata al suo sostegno a Palestine Action, organizzazione messa al bando dalle autorità britanniche come terroristica. Rooney aveva annunciato di voler destinare al gruppo i proventi dei diritti d’autore, rischiando così di commettere un reato. Le copie già presenti nelle librerie non saranno ritirate.
Un nordafricano di 23 anni, arrivato a Trieste con un visto per studio, è stato rimpatriato dopo aver pubblicato sui social contenuti di sostegno a Hamas e al 7 ottobre, oltre a messaggi ostili ai cristiani e di incitamento alla violenza. Libero riferisce che il giovane era stato segnalato per terrorismo e che il suo permesso di soggiorno era stato revocato.