Nella guerra contro l’Iran gli Usa potrebbero impiegare quella che è stata definita la «madre di tutte le bombe». Si tratta, informa tra gli altri il Corriere della Sera, di un ordigno non nucleare concepito per avere un grande impatto e potrebbe venire usato contro infrastrutture «o piuttosto per un’incursione sulla montagna Pickaxe, il grande bunker che ospita un sito legato al programma nucleare: secondo le fonti citate dalla Cnn, che ha rivelato lo scenario, il ricorso a quest’arma servirebbe alla Casa Bianca come via d’uscita dal conflitto: un attacco pesante, con effetti devastanti, per poi proclamare “la vittoria”». L’azione, si legge, «sarebbe in parallelo a raid tradizionali sulle posizioni nemiche».
«Abbiamo sempre voluto la pace. La vogliamo ancora, nonostante tutto», racconta alla Stampa l’ex ostaggio Aviva Siegel, rapita da Hamas nel kibbutz Kfar Aza e rilasciata nel novembre del 2023. «La pace con l’Egitto e con la Giordania sono la prova che altrove è possibile», insiste Siegel. Riguardo al 7 ottobre chiede al prossimo governo, chiunque lo guidi, che le responsabilità «vengano stabilite e attribuite, e che qualcuno trovi le parole per promettere agli israeliani che non succederà di nuovo». Hamas è indebolito ma non sconfitto, sostiene l’ex parlamentare israeliana Ruth Wasserman Lande in un colloquio con il Riformista. Per Wasserman, già vice-ambasciatrice dello Stato ebraico in Egitto e consigliera di Shimon Peres, il gruppo terroristico palestinese continua a esercitare il proprio potere a Gaza «e lo fa attraverso l’intimidazione e la repressione di chi viene considerato dissidente o parla contro l’organizzazione», ma il controllo «non è solo militare». Il Foglio parla dell’ultimo rapporto del Simon Wiesenthal Center, intitolato “The War on Western Minds: Iran’s 30-Year Campaign to Divide the West” (la guerra sulle menti occidentali: la campagna trentennale dell’Iran per dividere l’occidente). La Repubblica islamica, accusa il centro, «ha strumentalizzato l’antisemitismo nella sua “guerra soft” contro l’occidente per diffondere retorica antiamericana e antisraeliana».
«Se pubblichi libri che invitano al boicottaggio delle attività economiche di un Paese in guerra e accusi le sue autorità politiche e militari di genocidio, puoi mettere tranquillamente in conto di non esservi accolto con entusiasmo. E magari anche di rimanere fuori dai suoi confini». È quanto scrive Libero a proposito del visto negato da Israele alla giornalista Martina Stefanoni di Radio Popolare.
«Per noi il 16 ottobre non è solo storia ma un lutto, è una ferita aperta nella carne, è il giorno in cui 1.022 persone furono strappate dalle loro case dai nazifascisti, trascinate via e deportate in treno verso i campi di sterminio», dichiara a Libero il presidente della Comunità ebraica romana Victor Fadlun, contrario alla presenza oggi dell’Anpi. «Come possiamo celebrarlo e onorarlo con chi nelle piazze, anche di recente, ha contestato la presenza delle bandiere di Israele, con chi sfila con i propal, con chi è palesemente dalla parte di chi vorrebbe la fine di Israele?».
«C’è un nuovo nemico per il mondo islamico e per i propal», chiosa il Giornale. Il “nemico” in questione è Andrea Bocelli, «contro cui gruppi pro-palestinesi e l’Indonesia, il Paese a maggioranza musulmana più popoloso al mondo, hanno lanciato un appello chiedendo di boicottare i suoi concerti» per la “colpa” di essersi esibito in passato in Israele.
Libero segnala una lettera di scuse del sindaco di Reggio Emilia, Marco Massari, sul caso delle scuole ebraiche Usa che hanno rinunciato alla partecipazione all’iniziativa Reggio Children per le pressioni ricevute per sottoscrivere un documento contro il governo israeliano. Il dibattito politico sulla vicenda, riporta Libero, arriva ora in Parlamento.