L’odio è una lente attraverso cui si guarda la realtà, selezionando persone e caratteristiche fino a trasformarle in un nemico. Il bersaglio viene giudicato cattivo «per ciò che è, non per ciò che ha fatto», spiega lo psicologo Fabio Sbattella. Una condanna che può estendersi a un intero gruppo e rendere accettabile la sua esclusione. Come si costruisce questo sguardo? E come si può cambiarlo? Sono le domande al centro del seminario «La costruzione del nemico. Una lettura psicoanalitica e psicosociale», promosso dall’Associazione Medica Ebraica alla Casa della Psicologia di Milano, con il patrocinio dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia.
In apertura lo psicoanalista David Meghnagi, tra gli organizzatori dell’iniziativa, ha richiamato la responsabilità degli psicologi: offrire strumenti per comprendere cosa accade «quando le parole si ammalano, quando le persone vengono demonizzate, quando il pensiero viene semplificato». Un compito che, a suo giudizio, la professione ha in larga parte smarrito, partecipando alle contrapposizioni anziché aiutare a comprenderle.
Per la presidente dell’Ame Rosanna Supino, la giornata è un’occasione per tornare a ragionare e ritrovare «un senso della convivenza e del rispetto che forse abbiamo perso». Da qui il ringraziamento all’Ordine degli Psicologi della Lombardia per l’accoglienza e il patrocinio a un’iniziativa non semplice da organizzare. Supino ha richiamato anche la sofferenza vissuta come italiana ed ebrea nel contesto attuale: «Questo antisemitismo risorto, o forse mai quietato, mi fa paura e dovrebbe farla a tutti, non solo agli ebrei». Riconoscere questo odio, ha ricordato il rabbino capo di Milano Alfonso Arbib, è il primo passo per combatterlo. «Quando parliamo di antisemitismo parliamo di una malattia, di una patologia. Può essere combattuto, ma dobbiamo avere coscienza che esiste», mentre da più parti l’attuale ondata di odio contro gli ebrei è stata minimizzata o del tutto negata.
Danilo Corona, vicepresidente dell’Ordine degli Psicologi della Lombardia, ha riconosciuto che sostenere l’iniziativa è stata «una scelta difficile», in una comunità professionale attraversata da opinioni differenti. Proprio per questo l’Ordine ha ritenuto importante creare occasioni «di confronto, di dialogo e di apertura», coerenti con il compito della professione.
Dal conformismo all’esclusione
Responsabile dell’Unità di ricerca di Psicologia dell’emergenza dell’Università Cattolica, Sbattella ha distinto l’odio dalla rabbia: «L’odio non è un’emozione», ma «un atteggiamento, un sentimento, un modo di essere nel mondo che si protrae nel tempo». Coinvolge pensieri, affetti e una spinta ad agire contro l’altro. Attraverso relazioni, narrazioni e istituzioni, la sua legittimazione può diventare collettiva: «Non solo costruiscono odio, ma dicono: è giusto così, dobbiamo distruggere l’altro e non siamo cattivi nel farlo».
Un ruolo centrale spetta al conformismo, alimentato dalla fiducia nella presunta competenza altrui o dalla paura dell’esclusione: «Se non firmi questa cosa, sei fuori. Se non sei con noi, sei contro di noi». La contrapposizione tra «noi» e «loro» cancella le differenze individuali e rafforza l’appartenenza: «Non so chi sono, ma sono contro». Anche i gesti positivi dell’avversario vengono letti come insinceri o strategici, in «una struttura di credenze che si autoalimenta».
Sbattella ha illustrato una «scala della persecuzione»: etichettamento, stereotipizzazione, attribuzione di minaccia, esclusione morale, discriminazione istituzionale, persecuzione e violenza. Precisando nelle slide che «non è una sequenza inevitabile»: i processi possono sovrapporsi, invertirsi o non verificarsi. Per contrastarli occorre riconoscere la propaganda e prestare attenzione al linguaggio: «Rifiutiamo le narrazioni manichee». E recuperare l’incontro: «Dialogare con gli altri, non con te stesso».
Non piegarsi al potere
Dai meccanismi generali dell’odio alle sue manifestazioni nella storia ebraica: lo psicoanalista Ricardo Rafael Ileyassoff ha esordito contestando il termine antisemitismo. Sarebbe più opportuno parlare di «odio contro gli ebrei», per coglierne la persistenza attraverso forme storiche differenti, senza limitarlo alla dimensione razziale affermatasi nell’Ottocento. Una delle sue radici, secondo Ileyassoff, risiede nel rifiuto ebraico di piegarsi a un potere che pretende obbedienza. Lo ha spiegato attraverso il racconto della Meghillat Ester: Mordechai rifiuta di inchinarsi davanti ad Aman, alto dignitario del re di Persia. Quest’ultimo trasforma l’offesa personale in un’accusa contro l’intero popolo ebraico, presentato come estraneo alle leggi del regno, e ne progetta lo sterminio. Il rifiuto dell’idolatria del potere diventa così motivo di persecuzione, «ma c’è una differenza fra legge e potere».
Ascoltare tutte le sofferenze
Sul tema del trauma e della perdita di fiducia nelle istituzioni si è soffermata la psicologa dell’emergenza Maria Teresa Fenoglio. Quando crollano i riferimenti che garantiscono sicurezza e continuità, ha spiegato, può indebolirsi la capacità di tollerare l’incertezza e riconoscere la complessità. La costruzione di un nemico assoluto offre allora una spiegazione a un mondo divenuto incomprensibile. Per interrompere questa dinamica occorre recuperare la capacità di «farsi attraversare dalla sofferenza degli altri, da tutte le sofferenze», interrogando anche le proprie identificazioni. Serve inoltre uno spazio di mediazione: prima ancora delle istituzioni, «una parola che non sia propaganda», capace di rendere possibile l’incontro e l’ascolto reciproco.
Le vittime come soggetto terzo
Nella seconda parte Luca Guglielminetti, esperto di prevenzione della radicalizzazione e sostegno alle vittime del terrorismo, ha insistito sulla reciprocità dei processi violenti: «Due gruppi si radicalizzano l’uno contro l’altro» e i loro percorsi possono alimentarsi a vicenda. Ha poi distinto il vittimismo dalla scelta di chi rifiuta di essere ridotto alla propria condizione di vittima. Tra gli esempi, il Forum dei familiari degli ostaggi rapiti il 7 ottobre, impegnato fin dall’inizio a chiedere al governo di considerare prioritario il salvataggio delle loro vite. «La consapevolezza che questi esprimono è di essere un attore terzo tra i due soggetti in conflitto», ha osservato.
Curare le parole
Soffermandosi sulle strategie educative, Meghnagi ha distinto la lotta all’antisemitismo dal contrasto generico al pregiudizio. L’odio antiebraico riemerge «come un fiume carsico»: l’antisemitismo razziale ha incorporato elementi dell’antigiudaismo religioso, che riaffiorano oggi nella demonizzazione politica degli ebrei e di Israele. Tra i segnali indicati, l’impedire all’ex deputato Pd Emanuele Fiano di parlare all’università e l’etichetta di «sionista» utilizzata per delegittimare chi mette in discussione l’opinione dominante. Fenomeni da analizzare senza equiparare il presente alle persecuzioni del passato, ma riconoscendo i meccanismi di esclusione.
Contrastare questo odio «richiede lo studio, la creazione di spazi condivisi in cui è possibile riflettere», ha spiegato Meghnagi. Una campagna di comunicazione non basta: «Chi forma gli educatori, se gli educatori sono veicolati dal pregiudizio?». Il lavoro educativo deve affrontare la storia delle accuse antiebraiche e le loro trasformazioni: dall’equazione tra sionismo e razzismo alla pretesa di alcuni psicoterapeuti americani di curare gli ebrei da una presunta «malattia chiamata sionismo». Una patologizzazione del dissenso che Meghnagi ha accostato alla pratica sovietica di rinchiudere gli oppositori nei manicomi. Da qui la necessità di intervenire «spiegando l’origine dei termini, contestualizzando sul piano storico». «In psicoanalisi la parola è uno strumento per curare e in politica la cura delle parole diventa fondamentale»: una responsabilità da esercitare senza adottare, in risposta all’ostilità, lo stesso linguaggio della banalizzazione.
Camerino: scienza e politica
In chiusura la psicologa Donatella Camerino, nell’intervento dedicato al caso Hans Asperger, ha ricostruito il contesto della Vienna del primo dopoguerra, dove si svilupparono servizi e pratiche educative attenti ai bambini in difficoltà. Ha poi mostrato come l’intreccio tra giudizio medico e sociale potesse trasformare la scarsa capacità di adattamento in una condizione da correggere, fino a giustificare l’allontanamento dei minori dalle famiglie e il loro inserimento in istituti. Un richiamo al rischio che gli strumenti della cura, influenzati da criteri politici e sociali, diventino strumenti di classificazione ed esclusione.
d.r.