16 OTTOBRE

La cerimonia a Yad Vashem, Anav: «Conseguenze antisemitismo non si fermano mai agli ebrei»

La cerimonia a Yad Vashem, Anav: «Conseguenze antisemitismo non si fermano mai agli ebrei»

La lettura del Kaddish, affidata a David Cassuto, ha aperto a Yad Vashem la cerimonia in memoria delle vittime del rastrellamento nazista degli ebrei di Roma del 16 ottobre 1943. Dopo il raccoglimento all’Ohel Yizkor – la sala della Memoria di Yad Vashem -, l’incontro è proseguito con gli interventi del presidente della Hevrat Yehudei Italia (la comunità degli israeliani di origine italiana) Vito Anav, dell’ambasciatore d’Italia Luca Ferrari e dello storico Samuele Rocca. Davide Pacifici, Angelo Piattelli ed Ermanno Tedeschi hanno portato le loro testimonianze.
Pubblichiamo di seguito l’intervento di Anav.

Siamo qui oggi a Yad Vashem, sul monte della memoria, nel luogo in cui ogni pietra grida l’orrore e impone la verità. Ci raduniamo per commemorare il 16 ottobre 1943: il giorno in cui il male assoluto camminò per le strade di Roma, strappando più di mille ebrei dalle loro case sotto gli occhi di una città che non ha voluto parlare, protestare, reagire, difendere.
Ma il 16 ottobre non nacque dal nulla. Quel tragico sabato fu l’inevitabile compimento di un lungo processo di deumanizzazione dell’ebreo. Prima dei treni piombati, ci furono le infami leggi razziali del 1938. Ci fu l’espulsione dei nostri figli dalle scuole, l’estromissione dei padri dagli uffici pubblici, dalle professioni, dalla vita civile. L’ebreo fu metodicamente spogliato della sua dignità di essere umano nell’indifferenza generale. Perché la colpa più atroce, che oggi dobbiamo denunciare senza mezzi termini, fu il silenzio dei più. La stragrande maggioranza della popolazione scelse di non vedere, di non sentire, di girare la testa dall’altra parte mentre i propri vicini venivano cancellati, e una non piccola minoranza collaborò attivamente, per odio, per codardia, per interesse.
Questo fertile terreno d’odio era stato dissodato per secoli. Non possiamo nasconderci dietro la diplomazia delle parole felpate: vi sono precise colpe storiche della Chiesa nel processo di persecuzione e accusa contro gli ebrei nel mondo, e a Roma in particolare. Secoli di antigiudaismo teologico hanno preparato il brodo di coltura per l’antisemitismo moderno. Un esempio lampante di questa sistematica manipolazione della realtà è impresso sulla facciata della Chiesa di San Gregorio della Divina Pietà, proprio di fronte a Ponte Quattro Capi, a Monte Savello, di fronte ai giardini del Tempio maggiore di Roma. Lì, dove per generazioni gli ebrei rinchiusi nel ghetto furono costretti a subire l’umiliazione delle prediche coatte per la conversione forzata, campeggia un’iscrizione in latino ed ebraico che estrapola e decontestualizza brutalmente il testo del profeta Isaia (65, 2-3): «Ho teso tutto il giorno le mani a un popolo incredulo che cammina seguendo le sue idee per una via non buona; a un popolo che sempre mi provoca all’ira». Un singolo verso profetico, nato come paterno rimprovero all’interno del dialogo tra l’Eterno e Israele, è stato perversamente brandito come un’arma di accusa eterna per dipingere l’intero popolo ebraico come intrinsecamente peccatore e ostinato.

Quella manipolazione ieri serviva a giustificare le mura del ghetto; oggi assistiamo a un’Europa che sta pericolosamente soccombendo alla pressione ideologica, economica e demografica di interessi islamici radicali. Dobbiamo avere il coraggio di dirlo: il terrorismo e l’estremismo islamico non sono fenomeni confinati nel tempo o nello spazio, non si limitano ai tragici ricordi degli attentati di Fiumicino o al sangue versato dai terroristi nella Sinagoga di Roma, agli attentati a Parigi del 2015 alla redazione di Charlie Hebdo, allo Stade de France a Saint-Denis, che causarono 130 morti, alla carneficina del 7 ottobre 2023. Quella violenza mira molto più in alto: punta a colpire l’Europa e l’intero Occidente nei suoi ideali più profondi di libertà, democrazia e uguaglianza.

La perversione più drammatica di questa minaccia sta nel fatto che essa sfrutta a proprio vantaggio proprio il sistema democratico che intende distruggere. Si nutre dei nostri valori fondanti: la tolleranza, il pluralismo, la libertà di espressione e di culto, utilizzandoli come scudo e come arma per minare dall’interno le strutture giuridiche e culturali delle nostre nazioni. L’Occidente, accecato da un finto senso di colpa e da un pacifismo suicida, non vede che la storia si ripete. È arrivato il momento di prese di posizione chiare, nette e definitive, senza mezzi termini e messaggi confusi. Diciamo basta alla comoda e vile ipocrisia dell’«equidistanza», basta con i «ma» e con i «però» utilizzati per difendere gli antisemiti, quasi a volerli giustificare, attribuendo cinicamente la colpa della loro bassezza morale al presunto comportamento degli ebrei o dello Stato d’Israele. Non ci sono scuse, non ci sono attenuanti per chi propaga l’odio e assassina in nome di esso.

L’Occidente deve svegliarsi, perché si inizia sempre individuando una vittima predestinata, comoda e storicamente collaudata: l’ebreo. Ma le conseguenze dell’antisemitismo non si fermano mai agli ebrei. Usare il popolo ebraico come capro espiatorio è solo il primo passo di una strategia di conquista culturale e politica; se le democrazie occidentali continueranno a cedere su questo fronte, finiranno per precipitare in un baratro identitario e sociale che coinvolgerà e travolgerà tutti, nessuno escluso.

Oggi, le stesse identiche menzogne del passato vengono usate per contestare il diritto degli ebrei a essere rispettati nel consesso umano e dello Stato d’Israele nel consesso delle nazioni. Assistiamo sgomenti alle accuse infondate, ai teoremi costruiti sul nulla, alle mezze o nulle «prove» addotte nei tribunali internazionali e nelle piazze per delegittimare lo Stato ebraico. Siamo spettatori di una mostruosa guerra giuridica, in cui il diritto internazionale viene distorto e piegato a scopi politici. Nelle aule dell’Aia e dell’Onu assistiamo al cinico capovolgimento semantico della realtà: parole nate per proteggere i popoli dallo sterminio vengono oggi pervertite e usate come clave retoriche contro lo Stato degli ebrei. Si costruiscono accuse infamanti basate su dossier fabbricati da organizzazioni colluse con il terrore, si pretenderebbe di negare a uno Stato sovrano il diritto elementare alla legittima difesa, equiparando l’aggressore barbaro alla nazione aggredita. Si usano sofisticati sofismi legali e acrobazie dottrinali solo per tentare di dimostrare l’indimostrabile e criminalizzare Israele.

A queste infamie rispondiamo a tono e senza alcuna diplomazia: Israele non deve scusarsi per il proprio diritto a esistere e a difendersi. Siamo rispettosi delle leggi e della morale, ma non saremo mai più vittime consenzienti. Il clima attuale in Europa e nel mondo ha già ampiamente superato la soglia di pericolo per la tenuta stessa delle democrazie. Siamo forse vicini a un punto di non ritorno. Abbiamo assistito allo sdoganamento del permesso di essere apertamente antisemiti. Ciò che fino a qualche anno fa veniva taciuto per decenza o per calcolo di politically correct, oggi viene urlato alla luce del sole, celato dietro la maschera ipocrita dell’antisionismo, ma intriso dello stesso identico, evidente livore antisemita di sempre.

Non si scordino gli assassini che c’è una differenza fondamentale tra il 1943 e oggi. Allora gli ebrei d’Europa camminavano come pecore al macello della storia, privi di una patria, privi di armi, traditi dai propri concittadini e senza un rifugio. Oggi quella stagione è finita per sempre. Oggi esiste lo Stato d’Israele. Non siamo più polvere al vento delle decisioni altrui; abbiamo una terra, abbiamo una dignità sovrana e abbiamo le forze per difendere ogni singolo ebreo ovunque nel mondo.

Eppure, persino nel buio più fitto, l’umanità ha saputo irradiare sprazzi di luce. Ricordiamo oggi con profonda speranza e doverosa gratitudine i Giusti tra le Nazioni, coloro che rischiarono la vita per salvare la nostra. Uomini e donne straordinari come il campione di ciclismo Gino Bartali, che pedalò chilometri portando documenti falsi nascosti nel telaio della sua bicicletta per sottrarre i nostri fratelli alla morte.

La lotta partigiana ha dato dignità all’Italia, riscattandone l’onore dopo la vergogna del fascismo. Proprio per questo, ferisce profondamente l’attuale inaccettabile comportamento di settori dell’Anpi, che arrivano a contestare o a marginalizzare la memoria della Brigata ebraica, quegli uomini che vennero volontariamente dall’allora Palestina mandataria per versare il proprio sangue e combattere in prima linea per la liberazione della penisola italiana dai nazifascisti. E mentre i nostri fratelli della Brigata ebraica morivano a decine per liberare l’Europa dall’oppressione nazifascista, il muftì di Gerusalemme era alleato di Hitler. Quanto può essere sorda la Storia? Quanto grave è l’Alzheimer di cui soffrono molti storici? Negare o infangare il contributo della Brigata ebraica e dei partigiani ebrei non è solo un errore storico, è un insulto alla Resistenza stessa.

Non temiamo nulla e nessuno. Forti della nostra storia, fieri della nostra identità e protetti dal nostro Stato, continueremo a pretendere verità e rispetto.

Vito Anav
presidente della Hevrat Yehudei Italia

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