GAZA

Hamas perde consensi, la lotta armata no

Hamas perde consensi, la lotta armata no

A due anni dall’uccisione di Yahya Sinwar, l’architetto delle stragi del 7 ottobre, a vacillare non è solo la struttura di comando di Hamas ma anche la sua pretesa di aver condotto i palestinesi alla vittoria. Sinwar fu ucciso il 16 ottobre 2024 durante uno scontro con soldati israeliani a Tel Sultan, nell’area di Rafah, e solo in seguito i militari scoprirono chi fosse il terrorista colpito. Per le Idf la sua eliminazione «ha rappresentato un punto di svolta» per l’organizzazione terroristica nella Striscia: difficoltà nelle decisioni e nel coordinamento, vuoti nella leadership, capacità di comando indebolite e problemi di coesione interna.
In occasione dell’anniversario, diverse testate israeliane hanno esaminato alcuni manoscritti attribuiti a Sinwar e diffusi dalle Idf. «Bisogna pianificare in anticipo azioni da cui escano immagini di terrore», scriveva il leader di Hamas nelle istruzioni per l’attacco. Chiedeva di filmare e trasmettere rapidamente esecuzioni a bruciapelo, persone sgozzate, prigionieri in ginocchio, e di organizzare incendi di interi quartieri e kibbutz. «Cinque o dieci immagini così faranno sprofondare il loro cuore». Il massacro e la sua diffusione erano parte della stessa strategia.

Un’occasione politica-militare per Israele
Il prezzo di quella strategia lo ha pagato la popolazione della Striscia, e una parte di essa comincia a chiederne conto. Due studi dell’Institute for National Security Studies (Inss) di Tel Aviv descrivono il logoramento della narrazione di Hamas e il dibattito sul disarmo. Monitorando i social di Gaza, la ricercatrice Orit Perlov raccoglie domande come questa: «Che cosa ha guadagnato la Palestina dal 7 ottobre, oltre ad altro sangue, distruzione e sfollamento?». I commenti analizzati sui social non costituiscono un campione rappresentativo dei gazawi, sottolinea Perlov, ma mostrano critiche al prezzo che la strategia di Hamas ha imposto alla popolazione. «La resistenza non è un assegno in bianco», si legge in uno dei messaggi citati. Per i critici di Hamas, rinunciare alle armi è un passaggio necessario per fermare la guerra e avviare la ricostruzione. Anche alcuni sostenitori accetterebbero un disarmo parziale: consegnare le armi pesanti a un soggetto palestinese, in cambio del ritiro israeliano e della ricostruzione, mantenendo quelle leggere per consentire al movimento terroristico di restare una forza armata e organizzata nella Striscia. Altri si oppongono a qualsiasi consegna. La distinzione, sintetizza Perlov, è tra chi vuole far uscire dalla guerra Gaza e i suoi abitanti e chi vuole assicurare un futuro a Hamas.

Le crepe nel consenso
Sul consenso per il gruppo terroristico si concentra Kobi Michael, ricercatore senior dell’Inss ed esperto del conflitto israelo-palestinese. In un’analisi dell’11 ottobre, basata su sondaggi palestinesi e dell’Inss, rileva un indebolimento della narrazione secondo cui «la resistenza sta vincendo». Secondo le rilevazioni del Palestinian Center for Policy and Survey Research citate da Michael, la quota di palestinesi convinti della vittoria di Hamas è scesa dal 70% del dicembre 2023 al 20% dell’agosto 2026; cresce invece l’interesse per i negoziati e le alternative alla lotta armata. Restano però contraddizioni profonde. La delusione verso Hamas non si traduce automaticamente in sostegno alle alternative, Fatah o Autorità nazionale palestinese. E il 72% degli intervistati si oppone al disarmo dell’organizzazione prima del completo ritiro israeliano. «L’etica della resistenza armata rimane profondamente radicata nelle basi psicologiche della società palestinese, anche mentre i palestinesi si confrontano con la dolorosa esperienza del suo fallimento», osserva Michael. La consapevolezza del prezzo pagato non coincide ancora con una scelta politica alternativa. Per il ricercatore, queste crepe rappresentano «una rara finestra di opportunità strategica» che Israele deve tradurre in iniziativa politica. «Una vittoria militare e sul piano delle percezioni, non accompagnata da un’iniziativa politica, potrebbe dissiparsi e dare origine a un’altra ondata di frustrazione e violenza». La strada indicata dall’esperto comprende il sostegno a interlocutori palestinesi pragmatici e un piano di ricostruzione legato allo smantellamento delle infrastrutture militari e all’esclusione di Hamas dai centri di potere. Senza strutture di governo alternative e una prospettiva credibile, avverte Michael, «l’indebolimento dell’organizzazione rischia di non diventare un cambiamento duraturo».

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