Da tempo sostengo la necessità di cambiare il linguaggio e le forme di comunicazione sull’antisemitismo. Sono convinto, infatti, che la parola stessa “antisemitismo”, e la sua derivata “antisionismo”, non siano più interpretate in maniera univoca dalle diverse generazioni che ne fanno uso e non siano dunque più un terreno praticabile di confronto né consentano un dibattito costruttivo. Ho anche sostenuto che ci sono nuovi strumenti di comunicazione, fra i quali Instagram, sui quali vale la pena investire per raggiungere fasce d’età differenziate.
Con le amiche e gli amici di Collettiva Shanì, un gruppo che da qualche tempo opera con grande acume in questo contesto, abbiamo scelto di ragionare sul concetto di “goysplaining”. Si tratta della rimodulazione in chiave ebraica del “mansplaining”, un termine nato dall’unione delle parole inglesi man (uomo) ed explaining (spiegare). La scrittrice americana Rebecca Solnit nel 2008, nel suo testo Men Explain Things to Me, ha messo in luce un certo approccio paternalistico maschile di chi si propone di spiegare alle donne concetti in ambiti di cui sono esperte. Una dinamica non dissimile si è sviluppata negli ultimi anni in rapporto agli ebrei, generando il neologismo goysplaining.
Già anni fa il quotidiano Haaretz raccontava che «il goysplaining è la tendenza dei non ebrei a spiegare con condiscendenza agli ebrei perché sbagliano a offendersi». Troviamo anche attestazioni “più leggere” di goysplaining: un articolo di The Forward del 2015 raccoglieva esperienze di goysplaining nelle quali persone ebree devono affrontare l’atteggiamento “saputello” di amici, colleghi e familiari non ebrei, ma in un contesto che rimaneva di dialogo.
Queste definizioni non descrivono però propriamente un fenomeno molto più profondo. La deriva di matrice statunitense, che negli ultimi anni è approdata anche in Europa, disegna una frattura, un solco sempre più profondo che – soprattutto nel mondo progressista – colloca gli ebrei nell’ambito dell’élite umana “bianca”, dedita all’esercizio violento del potere, a fronte di una massa di oppressi che comprende popolazioni di colore, il variegato arcipelago LGBTQ+, le donne, gli immigrati, Sinti e Rom, e chiunque sia o si ritenga emarginato. Tutti, esclusi gli ebrei.
Qualcuno aveva cominciato a notarlo anche prima del 7 ottobre. Un articolo del 2017 pubblicato su Tablet Magazine denunciava le derive dell’attivismo intersezionale, mostrando come questo portava a etichettare gli ebrei come «bianchi, privilegiati e dalla parte del potere», spingendo a escluderli e lasciando germogliare antisemitismo e antisionismo.
Anni fa, Francesco Guccini comunicava la rappresentazione alternativa di sé in forma immediatamente percepita: «Io ricco, io senza soldi, io radicale, io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!». Per i giovani degli anni 70, ebreo era sinonimo di emarginato e perseguitato. Oggi tutto è cambiato, e questo mutamento si riflette nello svilupparsi di nuovi linguaggi. Con la presa d’atto che la violenza sulle donne rappresenta un grave allarme sociale, il mansplaining diviene sempre più un linguaggio non praticabile. Allo stesso modo, l’innegabile violenza razzista che colpisce la gente di colore ci costringe a una posizione di ascolto verso le denunce della comunità nera. Negli ambienti dell’attivismo antirazzista è piuttosto chiaro il dovere di accogliere le parole di dolore di chi subisce questo tipo di violenze.
Con gli ebrei – al contrario – questo meccanismo si inceppa. Quando, ormai da molti anni, gli ebrei chiedono di essere ascoltati in relazione alla risorgente ondata di episodi e di linguaggi antisemiti e fanno presente che la retorica unilaterale, piena di odio e spesso falsa contro Israele, inciti e radicalizzi persone fino a renderle pericolose, scatta immediatamente il goysplaining. Oggi questa modalità si esprime in diverse forme: c’è chi vuole convincere gli ebrei che la rappresentazione della loro storia sarebbe falsata (non è mai esistito un popolo ebraico, gli ashkenaziti non sarebbero veri ebrei ma discendenti dai kazari e altre simili amenità). Oppure si spiega che sì, l’antisemitismo esiste, ma si tratta di un fenomeno ormai marginale e comunque da inquadrare come forma di razzismo, quindi non meritevole di una legge ad hoc (in un paese, l’Italia, che ha formulato solo pochi decenni fa un’intera legislazione incentrata sull’antisemitismo). Oppure c’è chi pubblicamente indica chi sarebbero i “veri” ebrei e come costoro si dovrebbero comportare.
Tutto questo, naturalmente, si complica quando al concetto di ebreo si aggiunge quello di sionista. I social, le manifestazioni di piazza e le conferenze si vanno vieppiù popolando di “esperti” che spiegano agli ebrei la differenza tra sionista ed ebreo. Oppure, altra dinamica non infrequente, asseriscono di conoscere bene questa differenza, ma poi evitano accuratamente di spiegarla, facilitati anche dal trovarsi in ambienti (trasmissioni, podcast, eventi) che non contemplano contraddittorio o almeno qualche domanda incalzante.
Una dinamica che in altri contesti suonerebbe come offensiva alle orecchie di chiunque. Proviamo a immaginare la reazione comune in presenza di un pubblico dibattito sull’aborto tra esperti solo di genere maschile. In qualsiasi contesto si tratterebbe di un evento inammissibile. Ma per ebrei e sionisti invece si può. Il o la goysplainer di turno cercherà di convincere dell’esistenza di una differenza antropologica tra l’ebreo (che è tale solo se ben radicato in diaspora, impegnato nella difesa di diritti umani e schierato politicamente) e il sionista, un genere, invece, di persona dedita esclusivamente all’oppressione delle popolazioni altre (arabi, ma non solo), intimamente violenta, connessa ai poteri forti, sterminatrice per vocazione.
Potremmo pensare che si tratti di accademia, un nuovo modo di declinare il discorso pubblico antisemita. È, invece, un fenomeno diverso e inedito. Si moltiplicano infatti i luoghi pubblici, i salotti televisivi, le manifestazioni, in cui il goysplaining viene accettato e proposto come discorso autorevole. Si tratta di una deriva inaccettabile e pericolosa. Se ne può uscire solo guardando a ogni forma di boicottaggio ideologico come a un pericolo cui opporsi, segnalando ogni riduzione della complessità della storia ebraica a slogan propagandistici e contrastando la diffusione di disinformazione e misinformazione su ebraismo, storia ebraica, sionismo.
Gadi Luzzatto Voghera
con Collettiva Shanì