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Antisemitismo e derive
da influencer

I recenti episodi di comunicazione sui social, con messaggi decisamente antiisraeliani dagli evidenti risvolti antisemiti, costringono a guardare con forte preoccupazione a una dinamica in crescendo del discorso d’odio. Non si possono che contestare con durezza sia le affermazioni di Michela Murgia a supporto di Hamas (un regime fascista e fondamentalista che non prevede libertà al femminile), sia i filmatini finto-sciocchi e in realtà scioccanti della giovane influencer romana Tasmin Ali che calpesta una stella di Davide indicandola come fosse un escremento.
Al netto dell’odiosità dei messaggi di due donne che apertamente in diverse occasioni si sono espresse per la difesa della dignità e libertà di genere contraddicendosi poi con queste misere esternazioni, credo debba far riflettere proprio la dinamica comunicativa che sta alla base di questi messaggi. Che si tratti di Twitter o di Tik Tok, il mestiere dell’influencer è fondato sul trovare la formula giusta per raccogliere il maggior numero di simpatie, quindi di like e di followers. Se per fare questo si ricorre a dichiarazioni apertamente antisemite, evidentemente è ormai diffusa la consapevolezza che facendo ciò si va incontro ai favori di un pubblico molto numeroso. I sondaggi ci dicono proprio questo, e non ci stancheremo mai di ripeterlo: Sono milioni in Italia le persone che apertamente sono antisemite senza veli, e altri milioni sono coloro che esprimono giudizi comunque critici, ma in maniera più selettiva o contro la religione ebraica, o contro Israele. Contro queste derive le strategie sono chiare e devono essere perseguite con convinzione: una vigilanza attiva sull’universo della comunicazione, un lavoro costante di educazione soprattutto rivolta alle giovani generazioni, una attività culturale che induca comunità apparentemente distanti a esperienze di incontro e di dialogo. Si tratta di un lavoro duro, spesso frustrante, ma è la sola strada che si può percorrere per prospettare un futuro di convivenza e di solidarietà.

Gadi Luzzatto Voghera, direttore Fondazione Cdec