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Miele artificiale

C’è chi ha salutato come una grande e buona innovazione la notizia che due fratelli israeliani, di nome curiosamente Dwash (miele in ebraico), abbiano messo a punto un processo industriale per produrre un composto dolce con caratteristiche simili al miele, al fine di evitare lo “sfruttamento” (sarebbe più corretto parlare di “utilizzo”) delle api per produrre il miele.
L’iniziativa, stando alle spiegazioni di un giornale, sarebbe partita per evitare che le api, “bottinando” in campi infestati da pesticidi, si avvelenino e scompaiano. Preoccupazione più che giusta, ma il rimedio non è altrettanto corretto.
L’importanza delle api non è data dalla produzione del miele, che può essere considerato un “sottoprodotto”, bensì dal “lavoro” di fecondazione delle piante agricole.
A questo punto è bene fare un passo indietro. Tutte le piante per produrre (semi e frutti) hanno bisogno che si svolga correttamente il processo di impollinazione seguito dalla fecondazione. Molte piante portano gli organi di entrambi i sessi. Esiste a questo proposito un’ ampia e variegata casistica utilizzata dai botanici sistematici e nella quale non è facile e quindi opportuno, addentrarsi in questa sede.
Malgrado questa situazione, apparentemente facilitante, la fecondazione (che porta alla successiva formazione e crescita del “prodotto”) è bene avvenga tra varietà diverse. La pratica agricola conosce bene questi meccanismi ed esistono indicazioni oramai codificate sui “tipi” che devono essere piantati in prossimità al fine di facilitare il lavoro delle api e ottenere un proficuo incrocio seguito dalla formazione di frutti (o semi) che costituiscono (l’atteso) prodotto. Non basta quindi (come indicato nell’ articolo) scrollare le piante fiorite (al fine di far cadere il polline sul pistillo) per ottenere un’ impollinazione di successo e quindi buona. Il profano può essere tratto in inganno dalla presenza nello stesso fiore di organi dei due sessi: una fecondazione “buona” deve avvenire tra varietà diverse, Di qui la necessità di piantare, non troppo distanti tra loro, varietà differenti, ma appropriate, al fine di ottenere una buona e (quindi produttiva) fecondazione. Le api quando “bottinano” restano fedeli alla specie: se una mattina cominciano a bottinare su un melo, lasciato il primo albero non passano ai fiori di un’altra specie anche se nelle vicinanze questa è in fiore. Continueranno con il melo, trasportando sul proprio corpo il polline della prima pianta visitata e rilasciandolo sui fiori della seconda. Ma il frutticoltore deve utilizzare intelligentemente questa “fedeltà” alla specie, cambiando le varietà, ma non le specie, in modo da avere un’appropriata fecondazione incrociata (cioè tra varietà diverse della stessa specie). L’autofecondazione auspicata dai fratelli Dwash potrebbe avere un successo limitato, ma nel lungo periodo indebolirebbe le specie portandole verso l’estinzione.
Il miele è soltanto un (gradevole e remunerativo) sottoprodotto. La vera (e grande) funzione delle api è il trasporto del polline da una pianta all’altra effettuando nel corso di questi voli la fecondazione delle piante. Il miele artificiale può essere un brillante esercizio di tecnologia: la scomparsa delle api sarebbe però la morte di buona parte dell’agricoltura, nonché di tantissime piante selvatiche che sarebbero destinate ad una rapida estinzione.
Il rimedio per salvare le api (e soprattutto la fecondazione delle piante) non è quindi produrre il miele artificiale, ma evitare l’ utilizzo di prodotti tossici a questi piccoli, ma preziosi collaboratori dell’Umanità (e dell’ambiente).

Roberto Jona, agronomo