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10 luglio 2014 - 12 Tamuz 5774
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Con un brevissimo annuncio in tre versi Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ comunica a Moshè la sua prossima morte, ordinandogli di salire sul monte ‘Avarìm e spingere di là lo sguardo verso la Terra Promessa, nella quale, come già sapeva, non avrebbe potuto entrare a causa della colpa commessa a Merivà. E poiché si avvicina l’ora di lasciare il popolo, il profeta si preoccupa del suo successore e della difficoltà di sceglierlo. Perciò si rivolge a D.o, che sa scrutare le anime e valutare le capacità, perché scelga uno che sappia guidare le sorti del popolo nella buona e nella cattiva sorte. La scelta cade su Yehoshùa‘, cresciuto all’ombra di Moshè, che dovrà essere da lui stesso investito coram populo, e sul quale Moshè trasferirà le prerogative, la dignità, l’autorità di cui aveva goduto fino a quel momento. Il trapasso dei poteri avviene ipso facto nei modi prescritti. Di questo solenne momento, però, la Torà fa un racconto semplice e laconico, come se si trattasse di una cosa assolutamente naturale e ordinaria.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
"Quien con niños se acuesta... cagado se levanta". Il concetto di commistione, tanto bene espresso da questo vecchio detto spagnolo, diviene ogni giorno più rilevante nella condizione geopolitica di Israele. In Israele, e in una certa misura nel mondo ebraico, abbiamo sempre sostenuto l'esistenza di una superiorità morale da parte israeliana nei confronti della controparte palestinese. Abbiamo tante volte protestato contro gli atti di barbarie commessi da Hamas, dalle brigate armate dell'OLP, da Jihad, e da Hezbollah. Abbiamo riprovato le stragi di civili eseguite con materiali esplosivi, con armi da fuoco o da taglio. Abbiamo stigmatizzato il fanatismo, l'assenza di pluralismo e l'insensibilità ai diritti civili mondo arabo. Abbiamo denunciato il rapimento dei tre giovani studenti alla fermata di autostop di fronte a Gush Ezion. Abbiamo condannato come espressione di barbarie la così frequente pratica araba della vendetta. E abbiamo sostenuto che da noi queste cose non succedono. Ora, le forme deteriori che abbiamo denunciato nel campo avverso si manifestano anche nella parte ebraica. Siamo passati dal ruolo di vittime pure a quello di compartecipi di faida. A furia di accostarci a Hamas, vi è fra di noi chi è diventato un poco Hamas. Quando la commistione fra le parti aumenta e la differenza diminuisce, alla fine si genera un tutt'uno indistinto e indistinguibile. Anche per questo bisogna provvedere con la massima determinazione e urgenza alla separazione politica delle parti perché non vengano più contaminati i canoni morali e civili della parte nostra – qualunque siano i codici di comportamento della controparte.
 
ROMA - Si presenta alle 20, al Museo ebraico, il romanzo "Daniel il matto" di Mario Pacifici. La serata è organizzata dall'assessorato alle attività culturali della Comunità ebraica in collaborazione con il Museo e con il supporto della libreria Kiryat Sefer e del Centro di Cultura ebraica. In dialogo con l'autore Mirella Serri.
 
Ucei-Fondazione Cantoni
Borse di studio per Israele
Anche per l’anno accademico 2014-2015 l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e la Fondazione Raffaele Cantoni tornano a offrire borse di studio per ragazzi italiani che intendono sostenere un progetto di formazione nello Stato di Israele.
 
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Iron Dome, la "cupola" che salva le vite
Intervistato dalla Cnn, Shimon Peres ha lanciato un chiaro avvertimento: “Un attacco via terra potrebbe accadere presto. Non posso dare una data. Se stanotte si fermassero i lanci di missili, ad esempio, non ci sarebbe nessuno sconfinamento. Ma se continuano, presto o tardi, questa sarà la risposta”. È questa la chiave che viene scelta da molti giornali per ripercorrere le ultime ore di tensione in Medio Oriente. “Israele a Hamas: fermatevi”, titola il Corriere della sera. “Fermatevi o invadiamo Gaza”, la prima pagina di Repubblica. “Israele: basta razzi o invadiamo”, la scelta del Messaggero. Sotto il fuoco continuo di Hamas, ieri Israele ha vissuto l’incubo di un attacco (sventato grazie a Iron Dome) alla centrale nucleare di Dimona. Inviato a Gaza, Maurizio Molinari racconta il conflitto visto dagli abitanti della Striscia, spesso utilizzati dai terroristi di Hamas come scudi umani per accrescere, con il più aperto disprezzo del valore della vita, la conta dei morti. L’obiettivo di Hamas, sottolinea Molinari, è quello di riuscire in risultato mai raggiunto nemmeno dagli Hezbollah: “Portare la morte a Tel Aviv o colpire la centrale nucleare di Dimona, presa di mira già ieri”. Sul Corriere, Davide Frattini racconta proprio la storia della “cupola di ferro” che ha permesso di scongiurare la caduta di missili sulla popolazione delle principali città israeliane. Anni di ricerche, anni di incertezze. Fino agli evidenti successi delle scorse ore. “Le idee bizzarre e quasi fantascientifiche dei primi abbozzi – spiega Frattini – sono state sostituite da un misto di algoritmi matematici, tecnologia radar, prontezza umana”. Su Repubblica le riflessioni dell’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon, che in una lettera al direttore scrive: “È tempo che la comunità internazionale faccia rispettare le condizioni che essa stessa ha stabilito per Hamas: riconoscimento di Israele, degli accordi precedenti e l’abbandono del terrorismo. È anche tempo che il presidente dell’Autorità palestinese rompa quest’alleanza con Hamas e torni al tavolo dei negoziati con Israele senza precondizioni. L’unica via per giungere a una soluzione concordata di due Stati per due popoli passa attraverso l’unione degli elementi pragmatici contro quelli estremisti e attraverso il negoziato”. In un ‘intervista a Umberto De Giovannangeli dell’Unità ribadisce il concetto: “La nostra richiesta all’Europa, all’Italia e a tutta la comunità internazionale è di premere fortemente su Hamas affinché accetti le tre condizioni fondamentali per il negoziato. Senza di queste, nessun governo di unità palestinese potrà essere legittimato”. Impegnato a sensibilizzare l’opinione pubblica anche il suo omologo presso la Santa Sede Zion Evrony, che ai lettori di Avvenire scrive: “Immaginate la vostra città, la vostra casa sotto continuo attacco missilistico. Provate a pensare ai vostri figli che, mentre le sirene cominciano a suonare, stanno andando a scuola e hanno solo quindici secondi di tempo per trovare un rifugio. Quindici secondi che possono significare vita o morte. Israele vive una situazione molto difficile e ha il dovere di difendersi da un’organizzazione terroristica, Hamas, il cui unico scopo è quello di distruggerci”.
 
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  davar
israele
Nuove tensioni, nervi saldi
Le sirene continuano a suonare. E La popolazione israeliana sta offrendo una nuova prova di equilibro e disciplina in una situazione estremamente delicata. Ancora una giornata con l'ulalato degli allarmi, le corse nei rifugi, la mappa delle città obiettivo dei razzi e report sul lavoro del sistema di difesa Iron Dome, la cupola di ferro programmata per intercettare i missili diretti verso edifici o centri abitati. Così trascorrono le ore in Israele mentre agli abitanti di Tel Aviv e della regione centrale del paese, le autorità hanno per la prima volta raccomandato di rimanere nelle vicinanze dei rifugi. (Nell'immagine la situazione di queste ore raccontata dal grande vignettista Michel Kichka)
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israele
Lo shekel resta forte

Tiene lo Shekel, la moneta israeliana, nonostante la difficile atmosfera che si vive in Israele. Tiene la fiducia degli investitori nel mercato israeliano nonostante la pioggia di razzi che ha investito il paese e che avrebbe potuto destabilizzare l'economia locale.  Dopo le notizie negative degli scorsi giorni, che davano uno shekel in flessione rispetto al dollaro - la valuta israeliana aveva perso lo 0.34% rispetto alla moneta americana e lo 0,14% nei confronti dell'euro – la Banca di Israele ha fissato ieri il tasso di cambio a NIS (shekel) 3.436/$, con un rialzo dello 0,204%. “Fluttuazioni prevedibili che non incidono sull'economia considerata nel suo insieme”, aveva dichiarato al quotidiano economico israeliano Globes Yossi Fraiman, presidente del fondo investimenti Prico. Se da una parte la situazione monetaria tiene, meno positive le notizie legate al turismo.
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israele
 Chi calpesta il valore della vita
Da una parte il rispetto di ogni singola individualità. Dall’altra il fanatismo ideologico e il disprezzo più assoluto della vita umana. Israele-Hamas: due modelli contrapposti le cui specificità emergono con particolare evidenza in queste ore di tensione. Tra le prime preoccupazioni dell’esercito israeliano, infatti, vi è da sempre quella di informare la popolazione civile prima di ogni attacco così da permettere la messa in sicurezza della stessa. Così è stato e così continua ad essere durante questa nuova crisi con Gaza. Ad aggiornare sul progresso dell’iniziative è il sito stesso dell’esercito in cui, oltre alle diverse informative diramate, vengono documentati i comportamenti tenuti dalla leadership di Hamas, sempre pronta a farsi scudo degli abitanti della Striscia per far lievitare il numero di morti e accreditarsi, attraverso meccanismi ben rodati, un maggior consenso nell’opinione pubblica.
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iSRAELE
Ripensare Gaza
Il primo ministro Beniamin Netanyahu ha respinto sdegnosamente alcune settimane fa l’idea che Abu Mazen si associ con Hamas e assuma la responsabilità anche per la Striscia di Gaza. Mi sembra che abbia fatto prova di scarsa immaginazione. Esaminiamo alcuni fatti. Qualche settimana fa Abu Mazen ha annunciato l’ingresso di alcuni membri di Hamas nel governo di Ramallah. Impegnati su una strada sola, gli israeliani hanno respinto con sdegno la proposta, che va invece seriamente soppesata.

Sergio Minerbi, diplomatico
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iSRaele 
La vita a Saad
Vivo a Saad, un kibbutz fiorente proprio di fronte a Gaza. Sono già una ventina di giorni che riceviamo quotidianamenti missili verso le nostre case, in genere due o tre a settimana, ma ultimamente siamo passati a una decina al giorno quando finalmente il nostro governo ha deciso di agire. Ora sentiamo i nostri aerei che bombardano la Striscia e dalla finestra vediamo le colonne di fumo a Gaza. Purtroppo i loro leader si nascondono sottoterra e non fanno nemmeno capolino per vedere cosa succede alla gente per paura di essere individuati ed eliminati.


Susanna Cassuto Evron
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j-ciak - QUI GERUSALEMME
Cinema, il festival non si ferma
Non si voleva provocare né fare politica. Noa Regev, direttore della Cinematheque di Gerusalemme, in questi giorni lo aveva ripetuto fino alla noia. Eppure mai programma di un festival cinematografico era apparso provocatorio e politico come quello del Jerusalem Film Festival che s’inaugura questa sera a Gerusalemme, con affondi sulla convivenza tra ebrei e arabi (“Dancing Arabs” di Eran Riklis) e sul rapimento razzista che nel 2013 a Parigi vide la morte di Ilan Halimi, quasi atroce presagio della fine di Eyal, Gilad e Naftali (“24 Hours”).
Il clima drammatico ha però indotto gli organizzatori a modificare il programma anche se il festival, come nella migliore tradizione d’Israele, non si ferma.


Daniela Gross
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  pilpul
Setirot - Finale di partita
“Endgame”, finale di partita, o meglio fine del gioco. Tuttavia quello di Sayèd Kàshua non era propriamente un gioco, era/è la sua vita, la grande scommessa della sua esistenza. Sfida che ha perduto – e insieme a lui credo che siano/siamo stati sconfitti in molti – nel momento in cui ha dato l’addio con quel titolo, “Endgame” appunto, ai lettori della rubrica che teneva settimanalmente su “Haaretz”. «Ho capito che la bugia ripetuta ai miei figli – arabi e ebrei possono condividere questa nazione da uguali – è diventata insostenibile», scrive oggi, e se ne va. Sayèd Kàshua se ne va. Via da Israele. Lui che ragazzetto partì dal villaggio di Tira accompagnato dal padre per studiare da interno in un rinomato collegio di Gerusalemme aperto a ogni etnia e religione. Lui che Gerusalemme, da allora, non l’aveva più lasciata. Lui che ha voluto scrivere da sempre e soltanto in ebraico.

Stefano Jesurum, giornalista
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Time out - L'evidenza
Capitano giorni in cui si pensa che è tutto inutile, che provare a raccontare la verità sulla situazione in Israele non serva a nulla. In parte è così. Dovremmo avere il coraggio di pensare che non sia la capacità di fare informazione a mancare ad Israele e a chi ne sostiene le sue ragioni, ma che, il più delle volte, la circolazione di alcune idee non dipendano solo da un cortocircuito mediatico, ma dall’odio che circonda lo Stato ebraico e i suoi abitanti. Perché in fondo è semplice antisemitismo quello di alcuni giornalisti e opinionisti che neanche di fronte all’evidenza riescono a comprendere le necessità di uno Stato da sempre sotto attacco.

Daniel Funaro
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