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Elia Richetti,
rabbino
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Con
un brevissimo annuncio in tre versi Ha-Qadòsh Barùkh Hu’ comunica a
Moshè la sua prossima morte, ordinandogli di salire sul monte ‘Avarìm e
spingere di là lo sguardo verso la Terra Promessa, nella quale, come
già sapeva, non avrebbe potuto entrare a causa della colpa commessa a
Merivà. E poiché si avvicina l’ora di lasciare il popolo, il profeta si
preoccupa del suo successore e della difficoltà di sceglierlo. Perciò
si rivolge a D.o, che sa scrutare le anime e valutare le capacità,
perché scelga uno che sappia guidare le sorti del popolo nella buona e
nella cattiva sorte. La scelta cade su Yehoshùa‘, cresciuto all’ombra
di Moshè, che dovrà essere da lui stesso investito coram populo, e sul
quale Moshè trasferirà le prerogative, la dignità, l’autorità di cui
aveva goduto fino a quel momento. Il trapasso dei poteri avviene ipso
facto nei modi prescritti. Di questo solenne momento, però, la Torà fa
un racconto semplice e laconico, come se si trattasse di una cosa
assolutamente naturale e ordinaria.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
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"Quien
con niños se acuesta... cagado se levanta". Il concetto di commistione,
tanto bene espresso da questo vecchio detto spagnolo, diviene ogni
giorno più rilevante nella condizione geopolitica di Israele. In
Israele, e in una certa misura nel mondo ebraico, abbiamo sempre
sostenuto l'esistenza di una superiorità morale da parte israeliana nei
confronti della controparte palestinese. Abbiamo tante volte protestato
contro gli atti di barbarie commessi da Hamas, dalle brigate armate
dell'OLP, da Jihad, e da Hezbollah. Abbiamo riprovato le stragi di
civili eseguite con materiali esplosivi, con armi da fuoco o da taglio.
Abbiamo stigmatizzato il fanatismo, l'assenza di pluralismo e
l'insensibilità ai diritti civili mondo arabo. Abbiamo denunciato il
rapimento dei tre giovani studenti alla fermata di autostop di fronte a
Gush Ezion. Abbiamo condannato come espressione di barbarie la così
frequente pratica araba della vendetta. E abbiamo sostenuto che da noi
queste cose non succedono. Ora, le forme deteriori che abbiamo
denunciato nel campo avverso si manifestano anche nella parte ebraica.
Siamo passati dal ruolo di vittime pure a quello di compartecipi di
faida. A furia di accostarci a Hamas, vi è fra di noi chi è diventato
un poco Hamas. Quando la commistione fra le parti aumenta e la
differenza diminuisce, alla fine si genera un tutt'uno indistinto e
indistinguibile. Anche per questo bisogna provvedere con la massima
determinazione e urgenza alla separazione politica delle parti perché
non vengano più contaminati i canoni morali e civili della parte nostra
– qualunque siano i codici di comportamento della controparte.
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ROMA
- Si presenta alle 20, al Museo ebraico, il romanzo "Daniel il matto"
di Mario Pacifici. La serata è organizzata dall'assessorato alle
attività culturali della Comunità ebraica in collaborazione con il
Museo e con il supporto della libreria Kiryat Sefer e del Centro di
Cultura ebraica. In dialogo con l'autore Mirella Serri.
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Ucei-Fondazione Cantoni
Borse di studio per Israele
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Anche
per l’anno accademico 2014-2015 l’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane e la Fondazione Raffaele Cantoni tornano a offrire borse di
studio per ragazzi italiani che intendono sostenere un progetto di
formazione nello Stato di Israele.
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Iron Dome, la "cupola" che salva le vite
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Intervistato
dalla Cnn, Shimon Peres ha lanciato un chiaro avvertimento: “Un attacco
via terra potrebbe accadere presto. Non posso dare una data. Se
stanotte si fermassero i lanci di missili, ad esempio, non ci sarebbe
nessuno sconfinamento. Ma se continuano, presto o tardi, questa sarà la
risposta”. È questa la chiave che viene scelta da molti giornali per
ripercorrere le ultime ore di tensione in Medio Oriente. “Israele a
Hamas: fermatevi”, titola il Corriere della sera. “Fermatevi o
invadiamo Gaza”, la prima pagina di Repubblica. “Israele: basta razzi o
invadiamo”, la scelta del Messaggero. Sotto il fuoco continuo di Hamas,
ieri Israele ha vissuto l’incubo di un attacco (sventato grazie a Iron
Dome) alla centrale nucleare di Dimona. Inviato a Gaza, Maurizio
Molinari racconta il conflitto visto dagli abitanti della Striscia,
spesso utilizzati dai terroristi di Hamas come scudi umani per
accrescere, con il più aperto disprezzo del valore della vita, la conta
dei morti. L’obiettivo di Hamas, sottolinea Molinari, è quello di
riuscire in risultato mai raggiunto nemmeno dagli Hezbollah: “Portare
la morte a Tel Aviv o colpire la centrale nucleare di Dimona, presa di
mira già ieri”. Sul Corriere, Davide Frattini racconta proprio la
storia della “cupola di ferro” che ha permesso di scongiurare la caduta
di missili sulla popolazione delle principali città israeliane. Anni di
ricerche, anni di incertezze. Fino agli evidenti successi delle scorse
ore. “Le idee bizzarre e quasi fantascientifiche dei primi abbozzi –
spiega Frattini – sono state sostituite da un misto di algoritmi
matematici, tecnologia radar, prontezza umana”. Su Repubblica le
riflessioni dell’ambasciatore d’Israele a Roma Naor Gilon, che in una
lettera al direttore scrive: “È tempo che la comunità internazionale
faccia rispettare le condizioni che essa stessa ha stabilito per Hamas:
riconoscimento di Israele, degli accordi precedenti e l’abbandono del
terrorismo. È anche tempo che il presidente dell’Autorità palestinese
rompa quest’alleanza con Hamas e torni al tavolo dei negoziati con
Israele senza precondizioni. L’unica via per giungere a una soluzione
concordata di due Stati per due popoli passa attraverso l’unione degli
elementi pragmatici contro quelli estremisti e attraverso il
negoziato”. In un ‘intervista a Umberto De Giovannangeli dell’Unità
ribadisce il concetto: “La nostra richiesta all’Europa, all’Italia e a
tutta la comunità internazionale è di premere fortemente su Hamas
affinché accetti le tre condizioni fondamentali per il negoziato. Senza
di queste, nessun governo di unità palestinese potrà essere
legittimato”. Impegnato a sensibilizzare l’opinione pubblica anche il
suo omologo presso la Santa Sede Zion Evrony, che ai lettori di
Avvenire scrive: “Immaginate la vostra città, la vostra casa sotto
continuo attacco missilistico. Provate a pensare ai vostri figli che,
mentre le sirene cominciano a suonare, stanno andando a scuola e hanno
solo quindici secondi di tempo per trovare un rifugio. Quindici secondi
che possono significare vita o morte. Israele vive una situazione molto
difficile e ha il dovere di difendersi da un’organizzazione
terroristica, Hamas, il cui unico scopo è quello di distruggerci”.
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Setirot
- Finale di partita |
“Endgame”,
finale di partita, o meglio fine del gioco. Tuttavia quello di Sayèd
Kàshua non era propriamente un gioco, era/è la sua vita, la grande
scommessa della sua esistenza. Sfida che ha perduto – e insieme a lui
credo che siano/siamo stati sconfitti in molti – nel momento in cui ha
dato l’addio con quel titolo, “Endgame” appunto, ai lettori della
rubrica che teneva settimanalmente su “Haaretz”. «Ho capito che la
bugia ripetuta ai miei figli – arabi e ebrei possono condividere questa
nazione da uguali – è diventata insostenibile», scrive oggi, e se ne
va. Sayèd Kàshua se ne va. Via da Israele. Lui che ragazzetto partì dal
villaggio di Tira accompagnato dal padre per studiare da interno in un
rinomato collegio di Gerusalemme aperto a ogni etnia e religione. Lui
che Gerusalemme, da allora, non l’aveva più lasciata. Lui che ha voluto
scrivere da sempre e soltanto in ebraico.
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - L'evidenza |
Capitano
giorni in cui si pensa che è tutto inutile, che provare a raccontare la
verità sulla situazione in Israele non serva a nulla. In parte è così.
Dovremmo avere il coraggio di pensare che non sia la capacità di fare
informazione a mancare ad Israele e a chi ne sostiene le sue ragioni,
ma che, il più delle volte, la circolazione di alcune idee non
dipendano solo da un cortocircuito mediatico, ma dall’odio che circonda
lo Stato ebraico e i suoi abitanti. Perché in fondo è semplice
antisemitismo quello di alcuni giornalisti e opinionisti che neanche di
fronte all’evidenza riescono a comprendere le necessità di uno Stato da
sempre sotto attacco.
Daniel Funaro
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