David
Sciunnach,
rabbino
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“Esse
furono causa d’intima amarezza…” (Bereshìt 26, 35). Il Grande Maestro
italiano Rabbì Ovadià Sforno commenta questo verso dicendo che le mogli
che prese Esav furono come un rasoio e un coltello e abbreviarono la
vita di Itzhàk e Rivkà. Infatti la parola morat – amarezza, è simile a
morah – rasoio, che compare in Giudici (13, 5) “Sulla cui testa non
passerà rasoio”.
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David
Assael,
ricercatore
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Impossibile
aggiungere parole dopo gli efferati attentati di ieri, acclamati da
Hamas e sostenuti da tanti nei territori palestinesi e nei quartieri
arabi di Gerusalemme. Dobbiamo solo tristemente constatare che, ormai,
non esistono più luoghi protetti (neanche i luoghi di culto), una
mutazione del conflitto in chiave religiosa, modi di uccidere sempre
più barbari e imprevedibili.
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Orrore a Gerusalemme,
dolore e rabbia
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Dolore,
rabbia e indignazione, queste le reazioni dopo il terribile attentato
di ieri in una sinagoga di Har Nof a Gerusalemme: due terroristi
palestinesi hanno fatto irruzione armati di asce, coltelli e pistole e
hanno ucciso quattro rabbini durante la preghiera del mattino. Definiti
‘lupi solitari’, “dalle 7.01 alle 7.08 i due cugini Uday e Ghassan Abu
Jamal, due ventenni di Gerusalemme Est – scrive la Repubblica – hanno
dato la caccia dentro il grande palazzo che ospita la sinagoga e anche
la yeshivah, urlando ‘Allah Akbar’. Di quei minuti di terrore restano
le porte di vetro della sinagoga sforacchiate dai proiettili della
polizia, una lunga scia di sangue nell’androne sul pavimento di marmo
lucido, i libri che le vittime avevano in mano squadernati in terra
maculati di rosso, come i tallit abbandonati sui banchi, occhiali
spezzati in terra”. Le squadre speciali della polizia sono poi entrate
in azione, uccidendo i terroristi e salvando gli altri uomini in
preghiera. “Mentre il premier Netanyahu riuniva il gabinetto
d’emergenza – continua Repubblica – e Hamas si felicitava con i killer,
le strade si sono svuotate di colpo. (…) Gerusalemme somiglia sempre
più a una città sul fronte di una guerra, con sei attentati e 12 morti
in meno di quattro settimane”.
Maurizio Molinari su la Stampa racconta la reazione sconvolta del capo
di Zaka, il gruppo di volontari che recuperano il resto dei corpi delle
vittime, Meshi Zahav: “Abbiamo affrontato attentati con più vittime ma
davanti a una sinagoga con il sangue ovunque, libri di preghiera in
terra, talletot strappati ho pensato alla Shoah”. L’attacco è stato
definito dalla radio israeliana “Il pogrom di Gerusalemme”. E mentre il
rabbino capo Ytzhak Yosef chiede protezione per ogni sinagoga, “il
premier Benjamin Netanyahu punta l’indice verso: Abu Mazen, Hamas e
Jihad islamica che incitano all’odio, abbiamo pagato un prezzo alto di
sangue alle loro bugie”.
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orrore a gerusalemme - la nota dell'ari
"Forza morale contro la barbarie"
L’Assemblea dei Rabbini d’Italia esprime sgomento e orrore per il
tragico attentato nella sinagoga di Gerusalemme, prega per la
guarigione dei feriti, invoca il conforto divino per le famiglie delle
vittime.
Nella loro orrenda ferocia, gli assassini che hanno massacrato ebrei
inermi, intenti alla preghiera del mattino, hanno anche segnato, con le
loro stesse mani macchiate di sangue innocente, l’inesorabile
fallimento cui andrà incontro la loro cieca violenza, che è purtroppo
in grado di seminare vittime e spargere dolore ma non otterrà, come non
ha mai ottenuto, di piegare la fede, la forza morale e la resistenza
spirituale del popolo ebraico.
I Tallitot e i Tefillin – lo scialle della preghiera e i filatteri –
insieme ai libri sacri, intrisi del sangue ebraico, ci ricordano
momenti tragici che la nostra storia ha purtroppo vissuto più volte.
Oggi piangiamo i nostri morti, ricordando analoghe sofferenze del
presente e del passato, ma anche con la coscienza di poter guardare
dall’alto popoli e governi, istituzioni religiose, poteri vari che nel
corso dei secoli hanno sfogato contro di noi ogni sorta di violenza e
crudeltà, ma che oggi fanno parte di pagine chiuse della storia. Loro
sono ombre oscure ma ormai prive di consistenza mentre noi siamo un
popolo vivo, che guarda al futuro. Anche coloro che oggi hanno portato
la loro sanguinaria sfida tra le pareti di una sinagoga, non
riusciranno nei loro propositi.
Molto però rimane da compiere da parte nostra, certamente prendere
tutte le misure di prevenzione e di tutela, impegnarsi con forza e
dignità a mantenere la nostra vita quotidiana, come dimostra
emblematicamente l’immagine dei numerosi fedeli che hanno affollato la
stessa sinagoga subito dopo i funerali delle vittime, ma anche, come
espresso da rav Yuval Sherlow in una riflessione diffusa poco dopo il
tragico evento (riportata dal sito di “Maariv”), “attenuare il dolore e
il senso di distruzione attraverso un risveglio di vita morale, di
giustizia e di compassione, di coscienza e di verità, di santità e di
Torah, di Mitzvot e di studio, di gentilezza verso l’amico, verso lo
straniero e il diverso”.
Parecchie di queste sollecitazioni riguardano in questo momento ogni
persona, indistintamente, che desideri conservare viva la propria
coscienza di essere umano, nella consapevolezza che anche la forza
morale sia un elemento indispensabile per respingere le minacce della
violenza e della barbarie che si affacciano, non solo per Israele ma
per il mondo intero.
Rav Giuseppe Momigliano,
presidente Assemblea dei Rabbini d’Italia
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orrore a Gerusalemme
Italia ebraica in raccoglimento
Rabbia,
dolore, commozione. Sentimenti che attraversano i volti delle molte
centinaia di ebrei romani ritrovatisi oggi nelle diverse sinagoghe
della Capitale per la preghiera del mattino. Ognuno ha con sé Talled e
Tefillim, come li avevano con sé i quattro rabbini barbaramente uccisi
ieri a Gerusalemme. Un’immagine potente, una risposta identitaria
all’odio del terrorismo palestinese. “Non ci piegheremo alla violenza,
non rinunceremo a vivere il nostro essere ebrei”, spiega il rabbino
capo Riccardo Di Segni al termine della funzione. Una delle vittime,
spiega poi, era imparentata con il rav Joseph Dov Soloveitchik, tra le
figure più significative sulla scena dell’ebraismo statunitense e
internazionale. Le parole tratte da una derashà dello stesso rav
Soloveitchik, cui sono state dedicate in passato importanti iniziative,
toccano temi profondamente attuali alla luce della nuova pagina di
orrore scritta ieri in Israele. Presenti in sinagoga, tra gli altri, il
segretario della Comunità ebraica Emanuele Di Porto e l’assessore ai
rapporti istituzionali Ruben Della Rocca. Un momento di raccoglimento,
pochi minuti dopo, si svolge invece nel cortile della scuola ebraica.
Assieme al leader comunitario Riccardo Pacifici l’ambasciatore di
Gerusalemme in Italia Naor Gilon, il ministro israeliano Silvan Shalom
e il parlamentare Pd Emanuele Fiano. Veglie e riflessioni sono in
programma nelle prossime ore in diverse sinagoghe e Comunità
dell’Italia ebraica. Da Torino a Napoli, da Genova a Trieste. A Milano,
tra i vari appuntamenti, ci si ritroverà al Tempio di via Guastalla a
partire dalle 19. La convocazione arriva a seguito di una nota diffusa
dal presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi e dal rabbino
capo Alfonso Arbib.
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orrore a gerusalemme
Israele, giorno di lutto e tensione
Il giorno dopo il terribile attentato alla sinagoga Kehilat Bnei Torah
di Gerusalemme, decine di persone si sono recate questa mattina al
tempio per pregare. La Comunità si è riunita per ricordare le cinque
vittime della feroce aggressione di ieri, quattro rabbini e un
poliziotto (nell'immagine, il fiume di persone che oggi si è recata a
portagli l'ultimo saluto), caduti per mano del rabbioso odio di due
terroristi palestinesi. Presenti, tra gli altri, anche il ministro
dell'Economia Naftali Bennett (di Habayt HaYehudi) e il parlamentare
rav Dov Lipman (Yesh Atid). “Sono qui per dare supporto alle persone
che in questa sinagoga fanno regolarmente minyan e per far arrivare il
messaggio che il popolo ebraico non si farà intimidire dal terrorismo”,
ha dichiarato rav Lipman. Sulle mura e le finestre ci sono ancora i
segni dell'attentato compiuto dai due terroristi in modo premeditato
(conoscevano il tempio e sapevano che la mattina avrebbero trovato i
religiosi in preghiera) quanto sanguinario. Pistole, coltelli e
machete, le armi usate per spargere morte dai due, poi uccisi dalla
polizia. “Le immagini di martedì dell'attacco alla sinagoga di
Gerusalemme – scrive oggi su Yedioth Ahronot Nahum Barnea, celebre
penna del giornalismo israeliano - ci riporta in dietro ai momenti più
difficili del popolo ebraico, ai progrom, alle rivolte, alla Shoah:
ebrei massacrati mentre sono coperti dai talled, nel bel mezzo della
preghiera; libri sacri intrisi di sangue; una sinagoga profanata”. Dopo
dieci anni di relativa calma, afferma con amarezza Barnea, siamo
tornati alla più cruda violenza, siamo tornati indietro invece che
andare avanti. E la domanda che oggi in Israele rimbalza su vari media,
su cui riflettono gli analisti, riguarda il futuro: cosa si può fare
per andare avanti e cambiare le cose?
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orrore a gerusalemme
Cinque vite spezzate
Le
immagini che hanno fatto il giro del mondo rappresentano scene di
violenza inaudita: un’ascia abbandonata, delle tefilloth, i libri di
preghiera, macchiati di sangue. E poi quei talledot. Dei talledot
riversi a terra che avvolgevano i corpi delle vittime, dei mantelli
bianchi che coprivano l’assassinio perpetrato da due cugini palestinesi
di Gerusalemme Est, che ieri mattina hanno fatto irruzione nella
sinagoga di Har Nof durante Shachrit ed hanno compiuto una delle stragi
più agghiaccianti degli ultimi anni. Racconta alla Stampa il capo di
Zaka, il gruppo di volontari che recuperano il resto dei corpi delle
vittime, Meshi Zahav: “Abbiamo affrontato attentati con più vittime ma
davanti a una sinagoga con il sangue ovunque, libri di preghiera in
terra, talledot strappati ho pensato alla Shoah”. Quei talledot a terra
sono schiaffi in pieno viso ed i corpi che celavano racchiudevano la
vita di quattro uomini, che come ogni giorno erano andati in sinagoga
per innalzare la loro preghiera di pace: Rabbi Aryeh Kopinsky, 43 anni,
Rabbi Avraham Shmuel Goldberg, 68, and Rabbi Kalman Levine di 55 anni e
Rabbi Moshe Twersky, 59. I funerali sono stati fatti il pomeriggio il
pomeriggio stesso nel cimitero di Ghivat Shaul. Nel tenativo di salvare
i fedeli, ha poi perso la vita il poliziotto druso Zidan Saif, colpito
da uno dei due attentatori.
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Periscopio
- L'asino che vola |
Appare
davvero difficile esprimere con freddezza i sentimenti di esecrazione,
rabbia, disgusto suscitati dall’orribile strage perpetrata nella
sinagoga di Har Nof: un eccidio che segue una sanguinosa scia di
attentati che, nelle ultime settimane, ha seminato morte e terrore
nelle strade di tutta Israele, con una macabra esibizione di fantasia
criminale da parte di vasti e organizzati gruppi di assassini, forti, a
quanto pare, di un larghissimo consenso tra masse imbevute di fanatismo
e ignoranza, a cui, fin dalla più tenera età, non è stata mai insegnata
altra parola all’infuori del verbo ‘odiare’. Automobili, gru, asce,
pistole, razzi, pugnali: tutto va bene per colpire, tanto meglio se si
tratta di bambini, di donne, di anziani, di rabbini in preghiera, di
madri col carrozzino. È evidente che, al di là dell’obiettivo
immediato, che è quello di seminare morte, dolore e distruzione,
l’offensiva terroristica si prefigge un altro, più ampio fine, che è
quello di tracciare un incolmabile solco di paura, diffidenza,
inimicizia tra i diversi popoli del Medio Oriente, un insuperabile muro
di odio e ostilità che faccia vedere in ogni ebreo una potenziale
vittima sacrificale e in ogni arabo un potenziale aggressore; che renda
assurdo, blasfemo, grottesco ogni sia pur minimo accenno a un
possibile, ipotetico, teorico spiraglio di dialogo, di confronto.
Quanto ai protagonisti in campo, i terroristi di Hamas fanno quello che
dicono e dicono quello che fanno, li si può accusare di tutto tranne
che di incoerenza.
Francesco Lucrezi, storico
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