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Paolo Sciunnach,
insegnante
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Nella
Parashà di questa settimana leggeremo: “E si accampò là Israele di
fronte al monte” (Esodo 19, 2). Rashi commenta: “Con un solo uomo, con
un solo cuore”. È scritto infatti “si accampò” al singolare. Da qui
impariamo che l’unione del popolo ebraico dipende dall’accettazione
della Torah. Quello che ci rende ‘un popolo’ è solo la Torah. Dalla
Torah deriva il popolo ebraico e da essa dipende per definizione. D-o,
Torah e Israele sono una cosa sola e indivisibile. La perdita di un
elemento specifico tra questi, fa perdere tutti gli altri. È
impossibile scindere il popolo dalla Torah: il nostro legame con D-o
dipende dalla Torah, il nostro legame con il popolo ebraico viene
definito dalla Torah, il nostro legame con la Terra di Israele (ed il
nostro diritto a risiedervi) viene definito dalla Torah. Se togliamo
dalla Torah il popolo di Israele, non avremo altro che lettere sparse;
se togliamo dal popolo di Israele la Torah, non avremo altro che una
moltitudine di genti differenti.
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Anna
Foa,
storica
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Mi
sembra proprio un’ottima iniziativa, quella presa dagli antropologi
italiani e fatta propria dal presidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e dal rabbino capo di Roma Riccardo Di
Segni, di cassare la parola ‘razza’ dal dizionario italiano. Non è
questione di politically correct o di sottigliezze di nomi. Infatti mai
parola è stata funesta quanto quella di ‘razza’, Un termine per di più,
come ci spiegano i genetisti, che non corrisponde a nessuna realtà. Ma
provate ad andarlo a spiegare in una scuola, l’uditorio si dividerà fra
i sorpresi e i convinti, invece, della sua realtà. E non solo fra gli
studenti. Sembra che le acquisizioni della scienza non raggiungano le
aule scolastiche e nemmeno quelle universitarie. Sappiamo,
naturalmente, che abolendo il termine ‘razza’ non aboliremo il
razzismo. Ma gli toglieremo il suo sottofondo teorico e culturale, lo
ridurremo a mero pregiudizio. E lo collocheremo nel tempo: un’idea nata
da meno di due secoli, errata, gravida di conseguenze disastrose per
l’umanità.
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ROMA
- In occasione del Giorno della Memoria l’Associazione Nazionale Ex
Deportati nei campi di Sterminio Nazisti, il Gruppo Jobel Teatro e
l’Orchestra popolare romana organizzano per la giornata di domani
l'evento "Kaddish: musiche e parole dalle memorie per la Memoria".
L'evento si svolgerà alle 17.30 nella Sala della Promoteca con il
patrocinio del sindaco Ignazio Marino, della Comunità ebraica di Roma,
della Fondazione Museo della Shoah e di Progetto Memoria.
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Charlie si ferma
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Ansia,
stress, sovraesposizione mediatica. La redazione di Charlie Hebdo si
prende qualche settimana di pausa. Di sicuro c’è che il prossimo numero
non sarà in edicola questo mercoledì, e nemmeno l’11 febbraio. Nessuna
certezza nemmeno sulla settimana successiva. Tra i vari segnali di
stanchezza il Messaggero ricorda come il festival del fumetto di
Angouleme abbia attribuito a Charlie un premio speciale, ma nessuno dei
redattori si sia presentato a ritirarlo (al loro posto è andato
l’editore). Sul Corriere della sera Pierluigi Battista riflette intanto
su quanti, in Europa nel mondo, hanno rinnegato “gli eroi della parola
libera”. Scrive il giornalista: “Una marcia repubblicana dura un
giorno, ma sottoterra Charlie ci sta per l’eternità. Dimenticato”.
Vandali a Milano.
Due pannelli abbattuti e alcune foto della mostra Lager Europa,
allestita alla Loggia dei Mercanti, strappate. È il risultato di un
raid opera di ignoti, avvenuto probabilmente nella notte tra venerdì e
sabato. Su Repubblica Milano l’intervento del presidente dell’Anpi
provinciale Roberto Cenati: “La Loggia dei Mercanti – afferma – è un
importante luogo della memoria dove sono scolpiti i nomi di chi ha
combattuto per la libertà, degli ebrei milanesi e dei deportati
politici che non fecero più ritorno dai campi di concentramento. Un
luogo di pregio, che se non viene sorvegliato con cura rischia di
essere preda di atti vandalici, che in questo caso vanno a offendere la
memoria antifascista”.
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INFORMAZIONE - IL FESTIVAL DI ANGOULEME
Da Charlie al Gatto del rabbino, premiato "L'arabo del futuro"
I grandi della satira incoronano l’arabo di Charlie, la punta di matita alla coda del Gatto del rabbino.
Il suo libro “L’arabo del futuro” racconta in maniera disinibita,
disincantata, libera, l’infanzia in Libia e in Siria di un giovane
francese convinto che la gente abbia piedi, non solo radici.
Scampato per una coincidenza al massacro della sua redazione,
sull’ultimo numero di Charlie Hebdo pubblica una nuova puntata dei
dialoghi intitolati “La vita segreta dei giovani”.
Parlano i ragazzini di oggi, con il loro linguaggio spezzato e ingenuo,
e dimostrano le loro incertezze e le loro paure, il loro disincanto e
il loro bisogno di capire.
L’Obs, il primo settimanale francese, pubblica una nuova tavola del
Quaderno di Esther, dove una bambina di nove anni legge la realtà dei
grandi e interpreta i fatti di Parigi a modo suo.
Riad
Sattouf è così divenuto il simbolo di una Francia ferita, ma anche
della speranza di superare la sfida dell’integrazione fra genti
diverse, di difendere l’amore per la democrazia e la libertà
d’espressione e di portare questi valori fra chi non ha mai avuto il
bene di conoscerli. Il problema che agita come non mai il bacino del
Mediterraneo può trovare soluzione proprio fra le genti che su tutte le
sponde ne sono i migliori interpreti. E Sattouf non è solo l’autore di
un libro di valore che aiuta a capire la vita degli ultimi decenni
nelle dittatura arabe, non è solo una componente essenziale di Charlie
Hebdo, è anche il più stretto collaboratore del grande Joann Sfar, il
creatore del Gatto del rabbino e l’interprete incomparabile di un mondo
sefardita che sembra restare l’ultimo depositario di tutte le saggezze
necessarie e di tutti gli enzimi di una coesistenza possibile.
Nella cittadina della Charente dove i disegnatori e i fumettisti di
tutto il mondo si danno appuntamento ogni anno per dare vita alla più
importante occasione di incontro della creatività e dell’editoria
illustrata, quest’anno era inevitabile ogni cosa tornasse a fare
riferimento alle ferite di poche settimane fa.
Dalla torre del municipio i nomi dei redattori di Charlie Hebdo e
quelli delle vittime massacrate all’Hyper Casher sventolano su un
immenso stendardo nero sotto un titolo che li accomuna: “Morti per la
libertà”. La libertà di criticare, la libertà di esprimersi e la
libertà di essere ebrei.
Il prestigioso Museo del Fumetto dedica alla storia del settimanale
preso di mira dal terrorismo islamico una mostra appassionante, enorme
ed estremamente documentata. L’hanno allestita a tempo di record per
spiegare alla massa dei visitatori che il mondo della satira, dietro
alle sue provocazioni e alle sue sfacciataggini, ha una storia lunga e
complessa. Una cultura solida e ben radicata nella carta di identità
delle democrazie. La gente sopporta pazientemente in fila i minuziosi
controlli di sicurezza, osserva, scopre, riscopre. E i rischi del
sacrario e della retorica sono dietro l’angolo.
A ricordare che fare un giornale è sempre una sfida difficile e molo
faticosa, viene la notizia che il prossimo numero del giornale, dopo
l’uscita travolgente che rimette Maometto in copertina e giorno dopo
giorno continua a sventolare nelle edicole spingendo la tiratura verso
il record delle 10 milioni di copie, tarderà forse ancora per delle
settimane. Ma resta la frase che alle porte di Angouleme avverte chi
arriva: “Volevano metterci a tacere per sempre. Hanno ottenuto solo un
minuto di silenzio”.
E intanto la presenza della cultura ebraica e di Israele lascia tracce
su tutti gli itinerari che il labirinto del festival offre ai
visitatori. La promessa di tornare, di tenere duro, sarà mantenuta, ma
le ferite restano. C’è anche il bisogno di riconquistare qualche spazio
per pensare.
“Trascorro nove ore al giorno in tutta solitudine al tavolo da disegno
– commenta stordito Assaf Hanuka, astro nascente della creatività
israeliana e nella lista d’onore dei titoli più belli con il suo
splendido “K.O. in Tel Aviv” – e non riesco a capire perché qui tutti,
proprio adesso, vogliono parlare con me”.
(Nelle immagini una sala della grande mostra che Angouleme dedica a Charlie Hebdo e alcuni disegni di Riad
Sattouf apparsi sul settimanale L'Obs)
gv
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INFORMAZIONE - IL FESTIVAL DI ANGOULEME Creatività, espressione e dibattito La minaccia dell'antisemitismo
Si
è conclusa ieri la quarantaduesima edizione del Festival international
de la bande dessinée di Angoulême, il maggiore festival europeo
dedicato alla nona arte. Un’edizione che si è trovata ad accogliere
centinaia di migliaia di persone, a sole poche settimane dall’attacco a
Parigi alla redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, dove sono
state assassinate dodici persone, tra cui Cabu, Wolinski, Charb,
Tignous e Honoré, tra i migliori disegnatori francesi. Ad Angoulême gli
omaggi a Charlie Hebdo, protagonista di una grande mostra, erano
ovunque, e proprio al giornale satirico è stato assegnato il Grand Prix
Spécial. La crisi nel mondo del fumetto, da tempo profonda, è stata
oggetto dell’intervento di domenica del ministro della Cultura, Fleur
Pellerin, che durante la sua partecipazione alla giornata di chiusura
del festival ha annunciato l’avvio di uno studio sulla situazione degli
autori, tra cui gli autori di fumetti, con l’obiettivo di garantire una
protezione sociale e il conferimento di risorse minime.
E nonostante l’emozione per il momento molto particolare, a margine non
sono mancate le polemiche in chiave anti israeliana: per il secondo
anno di fila SodaStream, la società già al centro di numerose proteste
che è uno degli sponsor principali di Angoulême, è stata fatto segno di
un’appello al boicottaggio.
Ada Treves
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LUTTO NEL MONDO DELLA SCIENZA
Carl Djerassi (1923-2015)
Chimico,
scrittore, drammaturgo, collezionista d'arte, uomo rinascimentale -
come fu ribattezzato da alcuni - Carl Djerassi, scomparso sabato
a 91 anni, sarà probabilmente ricordato per essere il “padre della
pillola anticoncezionale”. Assieme ai colleghi scienziati Luis
Miramontes e George Rosenkranz, Djerassi infatti sintetizzerà nel 1951
a Mexico City il noretisterone, componente chiave delle prime pillole
contraccettive messe in commercio, dando una svolta inaspettata alla
propria vita. Eppure legarlo solamente a quella seppur rivoluzionaria
scoperta, sarebbe un torto alla sua memoria e in primo luogo al suo
ego.
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Oltremare
- Rak lo Bibi |
“Rak
lo Bibi” (chiunque ma non Bibi), accusano i sostenitori del Likud.
Cioè, voi sinistrorsi non avete una vera alternativa a Nethanyahu, e
basate la campagna per le elezioni 2015 sul valore negativo “contro
Bibi”, piuttosto che proporre un candidato valido che possa vincere per
i propri meriti, presumibilmente più importanti del semplice
‘non-essere-Bibi’. Il Likud ha arrestato la discesa nei sondaggi, ma i
candidati sono parecchio nervosi e non bastano le pubblicità elettorali
pensate per sdrammatizzare e rendere simpatico il capo del governo.
Bibi che si presenta come babysitter da una giovane coppia, per essere
un politico scafato recita davvero male e mette a disagio invece di
restare simpatico.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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Crisi e tzedakà |
Ci
sono otto livelli di tzedakà. Il più elevato è colui che aiuta un ebreo
povero e gli fa un dono o un prestito o fa una società con lui, o gli
trova un lavoro, in modo che lo rafforza fino a che non abbia più
bisogno di chiedere agli altri”. (Maimonide – Rav Moshe ben Maimon)
L’incertezza e la precarietà dovuta alla forte crisi economica sta colpendo duramente le comunità ebraiche.
La condizione sociale e lavorativa di professionisti, imprenditori,
commercianti e venditori ambulanti è drasticamente cambiata con gravi
ricadute sul piano occupazionale. Le aziende ebraiche che storicamente
passavano di padre in figlio non garantiscono più una solidità. Il
miraggio di una vita migliore in Eretz Israel attrae sempre più
famiglie e giovani alla ricerca di una stabilità economica, una
possibilità che supera le difficoltà d’integrazione.
Claudia Sermoneta
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La lezione del Presidente
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L’Italia,
da sabato, ha il suo nuovo Presidente della Repubblica. Non parlerò
delle mosse politiche che l’hanno portato al Quirinale e tanto meno
della sua vita politica passata. Sergio Mattarella, si consegna al suo
paese come un uomo estremamente mite, di poche parole, quasi timido.
Molti italiani in questi giorni hanno sentito fare il suo nome senza
conoscerlo. Io credo però che le persone debbano essere giudicate per
le proprie azioni e Mattarella, subito dopo la sua elezione, ha davvero
spiazzato tutti. Non è andato in strada a prendere gli applausi, non è
andato a festeggiare con parenti e amici, lui, in silenzio e in maniera
del tutto informale si è recato al monumento dedicato ai martiri delle
Fosse Ardeatine per rendere omaggio alle vittime del nazifascismo.
Daniele Regard
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