
Paolo Sciunnach,
insegnante
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"Questo
è il pane dell’afflizione che i nostri padri mangiarono in terra
d’Egitto: chiunque abbia fame venga e mangi; chiunque abbia bisogno
venga e celebri Pesach. Quest’anno siamo qui, l’anno prossimo saremo in
terra d’Israele; quest’anno siamo schiavi, l’anno prossimo saremo
liberi”. (Haggadah di Pesach) Da qui si impara che la vera redenzione
spirituale e fisica del popolo ebraico dipende dal suo atteggiamento
nei confronti del prossimo dal punto di vista etico: “Chiunque abbia
fame venga e mangi; chiunque abbia bisogno venga e celebri Pesach”. I
due aspetti sono inscindibili.
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Anna
Foa,
storica
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L’inserimento
in occasione della giornata del ricordo, il 10 febbraio, di Paride
Mori, fascista della Repubblica di Salò, fra le medaglie d’oro
conferite dalla Presidenza del Consiglio per “il sacrificio offerto
alla patria” è un fatto increscioso, un infortunio stupefacente non
solo per la figura dello stesso Mori ma anche perchè infanga la memoria
delle vittime delle foibe accostandola a quella di un convinto
repubblichino. Come già ha messo in luce cinque anni lo storico Marco
Minardi, Mori “fu ufficiale in un reparto fascista di bersaglieri
durante la Rsi e fu ucciso in combattimento contro i partigiani in Val
Baccia, nella zona di Gorizia, nel febbraio 1944. Apparteneva al
Battaglione «Mussolini», reparto di volontari sotto comando della
polizia tedesca (SS) schierato nei territori del Adriatisches
Küstenland, di fatto annessi al Reich”. Quando, immediatamente dopo l’8
settembre, si schierò con i nazisti, aveva quarant’anni, non era quindi
uno dei “ragazzi di Salò”. La medaglia è un insulto, oltre che alle
vittime delle foibe, alla memoria degli oltre settecentomila militari
italiani imprigionati dai nazisti per non aver voluto aderire a Salò, e
a quella dei 9500 militari italiani assassinati dall’esercito tedesco a
Cefalonia. Immagino che la Presidenza del Consiglio porrà rapidamente
riparo a questo spiacevole errore.
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Israele, 24 ore alle urne
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Massima
attenzione sui media per le imminenti elezioni israeliane. “Domani il
paese va alle urne per scegliere tra la continuità rappresentata da
Netanyahu e il centrosinistra di Herzog e Tzipi Livni. E sullo sfondo
resta irrisolto l’eterno dilemma sui due Stati”, scrive Repubblica. “In
Israele è sfida all’ultimo voto. Netanyahu costretto a inseguire”,
titola la Stampa. E se il Messaggero parla di “Netanyahu in affanno”,
il Corriere mette in evidenza “il grande ritorno dei laburisti”.
A due mesi dall’attacco, l’Hyper Cacher di Porte de Vincennes ha
riaperto le proprie porte accogliendo, insieme a centinaia di parigini,
il ministro dell’Interno francese. Il Corriere racconta le emozioni di
una giornata indimenticabile e allo stesso tempo solleva i punti ancora
irrisolti dell’attacco che costò la vita a quattro persone.
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israele
Al voto. Con molte domande
Nella
giornata di domani gli israeliani si recheranno alle urne per scegliere
i propri rappresentanti alla Knesset. Cinque milioni e 800mila persone
potranno porre la propria x su uno dei 25 partiti presentatisi a questa
tornata elettorale. Se il partito prescelto supererà la soglia di
sbarramento del 3,25 per cento allora potrà contare almeno su 4 dei 120
seggi complessivi della Knesset. Per ottenere le chiavi del governo del
paese, sarà necessario ottenere l'appoggio della maggioranza del
parlamento, ovvero di almeno 61 membri della Knesset. Quando il primo
ministro uscente Benjamin Netanyahu di chiudere l'esperienza
dell'ultimo governo e tornare, a distanza di due anni dalle ultime
elezioni, alle urne, era convinto di avere in mano l'elettorato
israeliano. A 24 ore dal voto decisivo, quelle convinzioni vacillano.
Lo sfidante Isaac Herzog è avanti nei sondaggi e se le urne dovessero
confermare questo vantaggio, per Netanyahu sarebbe una sconfitta,
seppur non definitiva. Tutti gli analisti, e di fatto lo stesso
Netanyahu, concordano nel valutare queste elezioni come un referendum
sull'operato del primo ministro, che negli ultimi sei anni ha governato
Israele.
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informazione - international edition
Nuovi leader per l'Italia ebraica
Cosa
significa essere ebrei a Milano, in Italia oggi? A offrire una
riflessione su questi interrogativi è la rubrica Italics, che dopo
quasi un anno dalla prima uscita inizia a raccontare non più
esclusivamente il linguaggio, ma a portare il pubblico internazionale
dentro le tante sfumature della vita ebraica nella penisola,
cominciando con l’esperimento del giornalista che ha girato per Milano
con una kippah in testa, seguendo l’esempio degli esperimenti condotti
in altri paesi del mondo. Vita ebraica italiana che è fatta soprattutto
delle persone che, nella maniera più diversa, contribuiscono a crearla
ed arricchirla. Diversi sono i volti da incontrare leggendo l’edizione
di questa settimana di Pagine Ebraiche International. Ad aprire l’area
Davar è l’articolo dedicato al nuovo Consiglio della Comunità ebraica
di Torino e al suo presidente Dario Disegni, già alla guida della
Fondazione Beni culturali ebraici. Aria nuova anche per l’Unione
giovani ebrei d’Italia che dopo alcuni mesi di stallo dovuti alla
mancanza di candidati al Congresso di Firenze del 2013 ha eletto un
nuovo Consiglio e un nuovo presidente, la milanese Talia Bidussa,
studentessa di Giurispudenza.
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Oltremare
- Machshava Tova |
Non
c’è come uscire dalla città, delle volte, soprattutto quando si prepara
una manifestazione ingombrante in Kikar Rabin cui non si ha motivo di
partecipare. E non c’è come immergersi anche se temporaneamente nella
Israele vera, quella che non passeggia su Rothschild e vive
indipendentemente da qualunque elezione. L’occasione o la scusa me l’ha
data ieri sera l’anniversario dei dieci anni di attività di “Machshava
Tova” – che si può tradurre come buon pensiero ma si perde così la
radice che in ebraico vuol dire sia pensiero sia computer. Si è
festeggiato con discorsi brevi e un concerto degli EthniX che ha
trasformato l’ordinato auditorium del Centro Culturale dell’Aviazione
di Herzliya in un concerto rock.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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Humans of Israel - Moshe |
“Quando
agli inizi degli anni ’50 hanno trasportato dall’Iraq la mia famiglia,
i miei genitori hanno vissuto un vero e proprio trauma per le
condizioni socio-economiche che noi e le famiglie del nostro quartiere
a Rishon Le Zion avevamo incontrato. L’abbiamo sempre vissuta come una
sorta di discriminazione sul piano civile e su quello religioso. Quando
rav Ovadia Yosef ha deciso di diventare la guida spirituale del partito
Shas ci è stata restituita dignità e attenzione. Per questo motivo per
la mia famiglia, il mio quartiere e il mio tempio non esiste il dilemma su chi votare alle elezioni politiche da più di trent’anni.
E prescinde dal fatto di essere “misrachì”, io stesso conosco elettori
di Shas di tutte le origini poiché il partito dedica la sua attività
politica a tutti gli strati sociali più poveri, spesso dimenticati
dallo Stato”.
Jonathan MisrachiJ
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Il silenzio
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Il
silenzio di Pio XII, le ragioni per cui non levò lo scudo della Chiesa
a difesa degli ebrei tornano a far questione tutte le volte che esce un
libro o un film che dia una lettura del suo silenzio o maligna o
benevola. La domanda è, il papa operò per la salvezza degli ebrei
agendo nell’ombra, persuaso che una dichiarazione ufficiale avrebbe
esasperatola reazione di Hitler e messo a repentaglio non solo la
Chiesa ma gli ebrei stessi?
Tiziana Della Rocca
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