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16 agosto 2015 - 1 Elul 5775
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto Carucci Viterbi, rabbino
‎Con l’inizio di Elul comincia il percorso d’introspezione orientato alla consapevolezza di sé. È solamente da questa, come suggerisce Ramhal, che può prendere avvio ogni elevazione spirituale..
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Ci sono monumenti che chiedono di essere ‘vissuti’ e non solo ‘visitati’. È ciò che mi sembra di aver capito andando a Holocaust Mahnmal a Berlino, un’occasione in cui si può imparare come confrontarsi con la storia. Se fermarsi a osservare ciò che rimane e dunque dare un nome a ognuna delle 2711 stele; se entrare nel sistema di distruzione e dunque attraversare e percorrere quello spazio all’aperto osservando gli altri e se stessi entrare, comparire e di nuovo farsi acchiappare e scomparire in quel labirinto progressivamente senza più luce; se chiedersi come sono andate le cose e dunque come l’orco delle fiabe sentire l’odore della carne umana e cercare dov’era la vita, per vederla com’era fino a un attimo prima, e allora decidere di scendere, andando fisicamente sotto i fatti e i resti, oltre ciò che rimane, oltre ciò che vediamo da fuori.
 
 
 
 
 
  davar
cinema - LOCARNO, IL FESTIVAL CHIUDE I BATTENTI
Il Pardo premia i film d'Israele

e la Memoria della Germania
L’identità ebraica attraverso l’estrema complessità nella vita degli ebrei Haredim, Israele, il dovere di fare i conti con la Memoria.
Assegnando il premio speciale della giuria a “Tikkun”, il possente racconto del giovane israeliano Avishai Sivan, e attribuendo a “Der Staat gegen Fritz Bauer” (“Lo Stato contro Fritz Bauer”) di Lars Kraume l’ambito premio del pubblico di piazza Grande, il sessantottesimo Festival del film di Locarno fa calare il sipario su un’edizione straordinaria con un marcato riconoscimento delle grandi tematiche ebraiche contemporanee.
Il secondo lavoro di Sivan, di cui questo notiziario ha già riferito diffusamente e di cui torneremo a parlare nelle prossime settimane, travolge l’immaginario dello spettatore con i suoi bagliori in bianco e nero e lo introduce nel mondo dell’ortodossia ebraica più estrema proprio in una stagione in cui nell’universo ebraico tutte le ferite sono aperte e tutte le sensibilità sono accese.
Il film costituisce un’esperienza drammatica che sarebbe assai riduttivo ascrivere unicamente alla sfera dello spettacolo. La sua apparizione nelle sale, durante la prossima stagione, promette di rimettere la creatività di Israele, così come l’immenso valore del caleidoscopio sociopolitico di Israele, al centro dell’attenzione.
Ma al di là dell’emozione e della suggestione fortissima, è la capacità tecnica di Sivan e di tutto il suo staff ad essere messa in luce. Non a caso la stessa Giuria ha voluto assegnare un’ulteriore menzione speciale alla fotografia di Shai Goldman, l’operatore di “Tikkun", che con la sua estrema sensibilità ha offerto una dimostrazione vivida di quello che può ancora fare il cinema di qualità.
Ma la presenza di Sivan non è il solo segno di Israele al grande festival cinematografico elvetico. Sugli schermi di Locarno è passato fra gli applausi anche lo struggente “Haganenet” (“La maestra d’asilo”) di Nadav Lapid e soprattutto, a porte chiuse, sei grandi film di domani, il meglio che bolle in pentola nella cinematografica israeliana e non è stato ancora compiuto perché a caccia di finanziamenti. Una piattaforma di lancio sempre più importante per la cultura ebraica e per la produzione culturale di Israele.
Di grande significato anche il riconoscimento del Festival al tedesco Lars Kraume, che racconta per la prima volta al grande pubblico la vicenda di Fritz Bauer, ebreo tedesco sopravvissuto alla Shoah, magistrato supremo della nuova Germania, Procuratore generale dell’Assia, che nell’immediato dopoguerra, in una Germania ancora pericolosamente infestata nelle sue strutture dalla presenza di ex nazisti, è costretto a tradire il suo paese per salvarne l’onore, e svolge un ruolo determinante nell’arresto del criminale Adolph Eichmann spingendo il Mossad ad agire là dove la magistratura tedesca sentiva ancora le mani legate dal terribile retaggio del passato.
Kraume tiene il ritmo senza tradire la vera, drammatica realtà di questa vicenda. Ma soprattutto mostra alle giovani generazioni il momento del difficile passaggio, determinante nell’identità della Germania contemporanea, fra il superamento del passato attraverso la negazione e la cancellazione della memoria e una dolorosa maturazione nazionale che proprio Fritz Bauer riuscì infine ad avviare con l’istruzione dei processi di Francoforte e infine la messa a nudo della pervasiva struttura criminale di Auschwitz.
Un confronto autentico con la Memoria viva e non con la ritualistica della memoria, che come è noto nella Germania di oggi si può considerare una conquista determinante e che in Italia dopo mille elusioni deve purtroppo essere ancora intrapreso.

gv

(Nell’immagine in alto una scena del film “Tikkun”, in quella in basso una di “Der Staat gegen Fritz Bauer”)

CINEMA – protagonista a LOCARNO
Il fenomeno Amy Schumer
Ha trent’anni e qualcosa, lunghi capelli biondi e non ci sta. Non ci sta a chi la definisce ‘una comica donna’, celando un certo maschilismo di ritorno. Non ci sta a chi la vuole incasellare nella categoria ‘gli ebrei sono sempre più divertenti’ e soprattutto non accetta silenziosamente che nell’America del 2015 qualcuno possa entrare armato nella sala di un cinema dove stano proiettando il suo film Trainwreck per uccidere.

Amy Schumer, protagonista dell’ultimo Festival del film di Locarno è la star del momento. Incensata come la Bridget Jones della generazione millenials, è stata apprezzata dal grande pubblico per la serie Inside Amy Schumer trasmessa su Comedy Central a partire dal 2013. Ha poi scritto il suo primo film, Trainwreck (in Italia tradotto con il titolo Un disastro di ragazza), prodotto e diretto dal guru della comicità Judd Apatow, nel quale interpreta Amy, una ragazza refrattaria alle relazioni serie che si imbatte nel grande amore e innesca una serie di situazioni surreali. “Il 70% delle cose che racconto – ammette l’attrice – è accaduto davvero”. Ma, rassicura: “Il 30% non è reale”.
Nata nel 1981 a New York dal padre Gordon, di origine ebraica, e la madre Sandra Jones, Schumer è stata cresciuta come ebrea; un particolare sul quale non si esime dall’ironizzare: “La mia esperienza con l’ebraismo è stata la seguente: andavo al tempio ogni venerdì e alla scuola ebraica la domenica. Poi ho celebrato il mio bat mitzvah, e penso che quella sia stata l’ultima volta che sono entrata in una sinagoga. Non è stata una decisione che ho preso con consapevolezza, è solo andata così. Non è nemmeno stata una vera e propria scelta perché amo le tradizioni e i rituali ebraici, specie l’accensione delle candele”.
Schumer fa poi riferimento al suo bat mitzvah quando racconta gli entusiasmi nati dalla presenza della superstar del basket LeBron James nel suo film: “Da quando la gente l’ha saputo, tutti vogliono essere miei amici. Mi ha ricordato il momento nel quale dovevo mandare gli inviti per la festa del bat mitzvah e improvvisamente a scuola mi dicevano: ‘Hey mi piace il tuo look di oggi’ e io, piuttosto scettica, pensavo: Hey perché mi rivolgi per la prima volta la parola proprio adesso?”.
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NUOVE RECENSIONI DOPO LA NOSTRA ANTICIPAZIONE
Almansi, il canto riscoperto
"Restituire la voce a chi non ha più voce. Ridare il canto ai diseredati, agli esclusi, agli sconfitti, ai sommersi”.
Questa la missione dello scrittore biellese Emilio Jona, il cui ultimo libro – “Il celeste scolaro” (ed. Neri
Pozza) – continua a far parlare di sé e a raccogliere l’interesse dei protagonisti della cultura italiana. Ultimo in ordine di tempo il germanista Claudio Magris, che gli ha riservato ieri un’ampia recensione sul Corriere della sera.
Dedicata al giovane poeta Federico Almansi, il “celeste scolaro” di Umberto Saba che ispirò alcune delle pagine più alte del Novecento, l’opera era stata anticipata in giugno da Pagine Ebraiche.
Nell’occasione si spiegava come ad emergere dal racconto dello scrittore non fosse solo una vita travagliata ma, in un certo modo, anche l’intero secolo visto dagli occhi degli ebrei italiani: la radice identitaria, l’amore per gli ideali, la cultura, la poesia, la famiglia, l’avventura, l’esclusione, la persecuzione, la Resistenza, la ricostruzione, l’amicizia, la passione, l’amore, la psicanalisi, la psichiatria, la disperazione.
“Le pagine de ‘Il celeste scolaro’ – sottolineava Guido Vitale, direttore della redazione – sono anche un modo di restituire e di rileggere l’opera di Saba”. Jona mette infatti in gioco, assieme alle sue doti di narratore, la sua conoscenza dei fatti e di documenti inediti di enorme interesse. Oltre a una cultura vastissima e a una grande frequentazione dell’opera del poeta triestino.
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pilpul
Che cos'è la radicalizzazione/2
L’eroe negativo è una figura fondamentale del processo di radicalizzazione: raccoglie su di sé la riprovazione sociale di quanti ne contestano la condotta e, nel medesimo tempo, la solidarietà del gruppo, ossia di coloro che si sentono a lui omologhi. Fondamentale, in questo percorso, è la visibilità dettata dai mass media nonché l’amplificazione che essi concorrono a garantire ad ogni gesto eclatante. È uno dei risultati di quella logica globalizzante che agisce come una sorta di ‘infosfera’, dove gli eventi diventano notizie e rimbalzano in tante direzioni, moltiplicandone l’eco. La trasformazione dell’atto in evento mediatico contribuisce quindi a rinforzare quella miscela di fascinazione e repulsione, di seduzione e intimidazione, di identificazione e inibizione che molti gesti violenti portano con sé. Dopo di che, esiste anche un’altra questione di fondo, che si lega a quelle precedenti. Si tratta delle conseguenze di lungo periodo dei processi di de-istituzionalizzazione, ossia della riduzione dell’intervento pubblico in molti ambiti del vivere civile e degli effetti che tali dinamiche producono sugli individui come sulle comunità. Se i fattori di integrazione sociale (lavoro, scuola, ma anche mobilità ascendente, inter e multiculturalismo), vanno consumandosi, come avviene – ad esempio – per gli immigrati di seconda e terza generazione, è inevitabile che da ciò derivino comportamenti di minore disponibilità a riconoscersi nell’ambiente di vita quotidiana, cercando semmai in un qualche altra dimensione, spesso puramente idealizzata, ciò che l’esistenza abituale in genere non offre. La frattura tra generazioni è, in questo caso, molto pronunciata.

Claudio Vercelli
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Le voci che mancano
Abbiamo assistito con crescente orrore alle gesta delinquenziali degli estremisti ebrei di Israele: l’uccisione di un infante arabo e quella di una giovane dimostrante che si batteva perché i gay avessero la libertà di vivere come vogliono e di farlo sapere all’esterno del loro gruppo. I commenti inorriditi delle più alte autorità dello Stato non si sono fatti attendere: ciascuno, a seconda del proprio ruolo, ha manifestato il proprio sdegno e ha anche proposto misure repressive per contenere con la forza il ripetersi di azioni indegne di tal fatta. Anche i rabbini italiani con parole diverse, ma sentimenti unanimi hanno stigmatizzato e deplorato questi fatti terribili. Ma una voce è mancata, anzi due. Una parte del Rabbinato israeliano è rimasta silente. Sarebbe stato logico ed auspicabile che si fosse levata, pronta e sonora, la voce sia del Rabbinato ufficiale sia quella dei rabbini che dalle varie yeshivot ispirano questi teppisti delinquenziali che pretendono di parlare in nome della Torah e invece la profanano con le parole e le azioni.

Roberto Jona, Università di Torino
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