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Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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“E
ponete molti studenti”. Si usa il verbo laamod (Meghillà 21a) perché
dai tempi di Moshè fino alla morte di Rabban Gamliel si insegnava in
piedi ed il Rav sedeva sulla sedia… Ad ogni modo questo non è lo scopo
per il quale si deve stare in piedi o si deve stare seduti ed allora
perché è detto ‘amidu’ (ponete)? Per questo mi sembra che sia detto
‘amidu’ per farli stare in piedi sulle gambe. Come a dire ‘sulle gambe’
nel comprendere i detti della Torah. Questo stare in piedi e la sua
essenza insegna che la menzogna non ha piedi… che se questo è lo studio
in piedi, che stiano in piedi e mantengano la verità. Ed a parte questo
non esiste il senso di uno stare in piedi degli studenti. Pensando a
tutti i ragazzi di Eretz Israel che (ri)inizieranno la scuola ed
augurando loro di saper stare in piedi, sempre, tra cultura e storia
del nostro popolo e cultura e storia del mondo, perché non siamo figli
di un lontano ‘altrove’, ma figli della storia del mondo, vissuta con i
valori del nostro popolo. Tosafot Yom Tov Avot, 1,1.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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Cos’hanno
avuto in comune Ernesto Nathan, Maurizio Valenzi, Elio Morpurgo,
Giacomo Levi-Civita, Giuseppe Colombo, Alessandro Tedeschi, e altri che
ora non mi vengono a mente? Erano sindaci, di grandi città, come Roma o
Napoli, o di piccoli borghi. Regolarmente eletti, hanno lavorato
svolgendo funzioni politiche e amministrative secondo il loro credo
politico, ma al servizio della città che si trovarono a governare.
Nelle loro campagne elettorali sono stati sicuramente osteggiati da
candidati avversi, e hanno saputo guadagnarsi la stima degli elettori
sulla base di programmi e alleanze. Tutto normale? Certo, in una
democrazia le cose funzionano in genere così. O almeno così
funzionavano.
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Bibi: "Italia e Israele,
una grande amicizia"
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È
iniziata a Milano la tre giorni italiana di Benjamin Netanyahu: ieri la
visita ad Expo, oggi l’arrivo a Firenze dove si confronterà con il
primo ministro Matteo Renzi (che l’aveva invitato nel corso della sua
recente missione a Gerusalemme) e, tra i molti incontri, accoglierà una
delegazione della Comunità ebraica fiorentina. “Sono felice di
incontrare Renzi, con l’Italia una grande amicizia” ha dichiarato ieri
Netanyahu. Sul volo che ha portato Bibi a Milano anche il giornalista
Maurizio Molinari della Stampa, che ha raccolto le opinioni di stretti
collaboratori del premier.
Grande interesse, ma anche alcuni interrogativi, tra gli opinionisti di
Pagine Ebraiche interpellati da Ada Treves a poche ore dall’uscita
della monografia di Marco Belpoliti “Primo Levi, di fronte e di
profilo” (ed. Guanda).
L’Osservatore Romano dà conto della pluralità di voci che hanno
caratterizzato l’uscita del nostro notiziario quotidiano di ieri,
riportando alcune considerazioni della storica Anna Foa. “Questo enorme
volume – dice – mi ha dato l’impressione di essere anche in un certo
senso l’autobiografia di Belpoliti stesso”.
Ultimo appuntamento a Firenze per il Balagan Cafè, iniziativa nel corso
della quale è stato presentato il programma della prossima Giornata
Europea della Cultura Ebraica (di cui Firenze è città capofila per
l’Italia). Repubblica riporta alcune dichiarazioni della presidente
della Comunità Sara Cividalli e dell’assessore alla Cultura Enrico
Fink.
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SERGIO DELLA PERGOLA su pagine ebraiche
Per Israele un anno di solitudine
Il
giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche pubblica nel numero di
settembre attualmente in distribuzione il tradizionale dossier dedicato
ai fatti salienti avvenuti nell'anno ebraico che volge al termine. La
ricca documentazione è aperta da un'approfondita analisi dell'illustre
politologo e demografo Sergio Della Pergola (Università Ebraica di
Gerusalemme) dedicata alla situazione internazionale e in particolare
ai grandi temi diplomatici che interessano la realtà del Medio Oriente.
Il
testo esce in contemporanea anche in lingua inglese pubblicato dal
prestigioso settimanale ebraico newyorkese "The Jewish Week".
L’anno ebraico che si conclude in questi giorni è stato segnato da una
grave erosione nella posizione strategica di Israele in un mondo
geopolitico in rapida trasformazione. Due le componenti di questa
erosione, una esterna e globale che definisce i rapporti fra i paesi
del mondo e Israele, e una più interna che riflette la risposta di
Israele a queste sfide, e di riflesso coinvolge anche la diaspora
ebraica. Il gancio al quale possiamo appendere tutto il racconto è
indubbiamente l’accordo raggiunto a Vienna il 14 luglio (anniversario
della Rivoluzione francese) fra i rappresentanti dei 5+1 e l’Iran sullo
sviluppo futuro del nucleare iraniano. Il corpo centrale dell’accordo,
che è stato presentato con una retorica alquanto banale come “un
segnale di speranza per il mondo intero”, non costituisce ovviamente
più che un copione generale di possibili futuri sviluppi la gestione
dei quali rimane fermamente nelle mani dei padroni di casa iraniani.
Nessuno, onestamente, ha parlato di certezze. Molti hanno parlato di
controlli, glissando però sulle grottesche incongruenze delle procedure
stabilite. È un accordo basato essenzialmente sulla fiducia, circa come
una stretta di mano, ed è inquietante che le potenze occidentali siano
pronte a dare tanto credito a una controparte di cui sono ben accertate
le attività militari e terroristiche intese a scardinare l’ordine in
Medio Oriente e non solo. Meno sorprendente la posizione della Russia e
della Cina il cui interesse principale, a parte il contenimento
dell’espansione iraniana, è quello di indebolire l’egemonia americana e
tenere a bada quel malfermo e cigolante colosso che è l’Unione Europea.
È altamente inquietante che un accordo di essenziale importanza
macro-strategica come quello di Vienna abbia dovuto dedicare articoli
di liberatoria dalle sanzioni individuali nei confronti di personaggi
iraniani notoriamente a capo del terrorismo internazionale. Ma i punti
cruciali dell’accordo sono due(...).
Sergio Della Pergola, Pagine Ebraiche settembre 2015
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PRESENTATE LE INIZIATIVE DEL 6 SETTEMBRE
Firenze, la Giornata dei ponti
È
la commistione fra tradizione musicale ebraica e balcanica, un incontro
tra culture guidato dalla “Banda improvvisa” di Orio Odori, ad
annunciare le iniziative fiorentine della prossima Giornata Europea
della Cultura Ebraica che avrà proprio in Firenze la città capofila.
Da piazza della Signoria alla sinagoga di via Farini, la banda sosta in
alcuni luoghi significativi per l’identità ebraica cittadina. In testa
Enrico Fink (nell’immagine), assessore comunitario alla Cultura e
direttore artistico del Balagan Cafè. L’ultimo appuntamento del
festival segna infatti il passaggio di testimone tra Balagan e
Giornata, caratterizzata quest’anno da una fitta agenda di appuntamenti
che raggiungeranno il culmine domenica 6 settembre.
Appuntamenti nel corso dei quali sarà sviluppato il tema portante di
questa edizione, Ponti e AttraversaMenti, sfruttando alcuni “ponti” che
fanno di Firenze un luogo privilegiato di incontro. “Anche tra comunità
ebraica e islamica”, sottolinea la presidente della prima, Sara
Cividalli, introducendo l’evento che avrà luogo in casa della seconda
giovedì prossimo.
“Firenze è come un grande mosaico, meglio un puzzle composto da
moltissimi pezzi strettamente incastrati. Ogni pezzettino è un ponte
verso tutti quelli che lo circondano. Ognuno – ha raccontato Cividalli
a Pagine Ebraiche – è caratterizzato dai suoi colori, dai suoi
profumi”. Un arazzo tessuto con fili di tante provenienze, questa è
Firenze. “Lo è storicamente – dice la presidente – e dobbiamo
impegnarci perché lo continui ad essere per tutti”.
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Ci siamo persi il kibbutz? |
Ero
molto incuriosita di vedere il mitico padiglione israeliano all’Expo di
Milano anche perché tutti i (limitati) contatti che ho avuto con
l’agricoltura nel corso della mia vita sono avvenuti in Israele.
Difficile, però, per chi ha vissuto l’esperienza del kibbutz
riconoscersi in una narrazione che si presenta come la storia di una
famiglia proprietaria di un’azienda agricola. Per la verità la
dimensione socialista e collettivista non è l’unico aspetto mancante in
una presentazione necessariamente sintetica, e lì per lì mi ha anche
colpito l’assenza di riferimenti specifici alla cultura ebraica; ma
tale assenza è giustificabile perché è corretto che Israele si mostri
per quello che è, non uno Stato confessionale ma uno Stato democratico
in cui convivono liberamente ebrei, cristiani e musulmani. Del resto
l’assenza – o, per lo meno, la presenza molto discreta – di elementi
religiosi mi pare comune a quasi tutti i padiglioni, persino a quello
iraniano, ed è probabilmente una caratteristica generale dell’Expo
voluta dagli organizzatori per evitare tensioni e polemiche. Invece,
per quanto in effetti anche gli aspetti politici ed economici legati
alla proprietà della terra siano generalmente messi in sordina
all’Expo, mi sarei comunque aspettata qualche pur vago riferimento al
kibbutz che in fin dei conti è forse l’unica forma di socialismo
realizzato in un contesto democratico nella storia dell’umanità. Può
darsi che in passato il peso del kibbutz nella storia israeliana sia
stato sopravvalutato, ma forse ora si sta esagerando nell’altro senso.
Anna Segre, insegnante
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Mafia |
La
mafia occupa le prime pagine dei giornali quando uccide, o come nel
caso più recente, quando avviene qualche matrimonio o funerale
sfarzoso, ed allora suscita indignazione e scandalo, ma per il resto
non esiste. In verità, la mafia dovrebbe mettere più timore quando
resta nell’ombra e dietro le quinte, quando uccide in altri modi, come
con il traffico di esseri umani e stupefacenti o con la gestione dei
rifiuti – la “Terra dei Fuochi” in Campania, continua a bruciare e ad
avvelenare la popolazione tutt’ora nel silenzio -, più di quando si
mostra alle telecamere dei talk-show, suona le arie del Padrino di Nino
Rota, o mette video su youtube delle proprie feste e delle proprie case
sontuose. Eppure, i populisti di casa, come Matteo Salvini, per
accendere ancora di più il ressentiment della popolazione, sfruttano
immediatamente l’occasione in casi mediatici come questi astenendosi in
altri, specie poi quando i mafiosi di turno sono di origine Rom. Ma in
realtà più italiani forse dello stesso Salvini, visto che famiglie come
quelle dei Casamonica, sono arrivate in Italia (soprattutto
nell’Abruzzo e nel Molise), probabilmente nel 1300-1400 e molti di loro
non si ricordano neanche di essere stati gitani, preservano solo
cognomi come Morelli o magari Calderoli, ed in ogni caso non sono ormai
granché identificabili coi rom jugoslavi di Kusturica o con quelli
rumeni che vivono ancora nelle baraccopoli delle nostre città.
Francesco Moises Bassano, studente
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Il primo ponte |
Sarà
un settembre all’insegna dei ponti, metaforici e reali, in occasione
della Giornata Europea della Cultura Ebraica 2015. Mi piace che,
casualmente, tra tante iniziative, questa domenica ad aprire le danze
alla Giornata sia un seminario dedicato a un progetto per madri e
figlie in età di Bat Mitzvah, promosso in Italia dall’istituto
educativo israeliano Matan e dall’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane: si tratta in fondo del primo ponte, senza il quale non
potremmo costruirne altri.
Ilana Bahbout
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