Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Esporre
un cadavere è profanare il Nome di Dio: questo insegnano i Maestri con
una esegesi apparentemente lontana dal testo scritto della Torah. Che i
tagliateste del nostro tempo siano profanatori del Nome di Dio e della
dignità umana non sembra ci sia dubbio. Ma un pensiero dovrebbero anche
farlo tutti coloro che postano e ripostano sui social network le
immagini di corpi straziati o decapitati.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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La
prossima domenica molti parleranno di ponti. A me sembra che i ponti
oggi siano luoghi della contesa, più che del confronto: una sorta di
’terra di nessuno’ dove ci si dà appuntamento per ‘misurarsi’ e non per
produrre una nuova prospettiva o anche semplicemente per ‘mettersi in
ascolto’.
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Uno shabbat con Bibi |
“Tra
Italia e Israele c’è una forte comunanza di valori, innanzitutto per
assicurare il mantenimento della pace, la stabilità e per combattere il
terrorismo e la barbarie”. Queste le parole con cui il premier Matteo
Renzi ha accolto ieri sera il primo ministro israeliano Benjamin
Netanyahu nella suggestiva cornice del Salone dei Cinquecento a
Firenze. Netanyahu, riporta il Corriere della sera, ha ribadito
l’amicizia che lo lega a Renzi e il forte legame tra i due paesi ma non
ha mancato di sottolineare quanto il pericolo del nucleare in Iran,
dopo l’accordo stilato dai Paesi del 5+1 lo scorso luglio, sia elevato:
“L’Iran avrà un’arsenale enorme, che avrà milioni di dollari e verrà
alimentato da milioni di dollari”. Oltre la sfida per la sicurezza, a
legare i due premier è infine lo sviluppo di un’intesa sull’energia (la
Stampa): “Dietro la volontà dell’Italia di entrare nella triplice
partita del gas israeliano, produzione, export e consumo – si legge –
c’è anche l’ipotesi, all’esame di Renzi e Netanyahu, di imprimere un
risvolto strategico all’impegno sull’energia sostenendo lo sviluppo dei
Paesi africani più poveri, nella fascia sub-sahariana, per promuovere
prosperità al fine di arginare l’emigrazione di massa e combattere i
jihadisti”.
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LA DUE GIORNI FIORENTINA DI NETANYAHU
"Italia-Israele, legame fortissimo"
Incontro
blindato, per pochi intimi. Prima in Palazzo Vecchio, dove gli ospiti
restano stregati dal Salone dei Cinquecento. Poi in un noto ristorante
del centro storico. Nella notte il ritorno in Israele.
“C’è
bisogno dell’impegno di tutti e l’Italia è al fianco di Israele contro
il terrorismo per riportare la pace in tutta la regione”, afferma il
primo ministro Matteo Renzi accogliendo nel cuore istituzionale di
Firenze il suo omologo israeliano Benjamin Netanyahu, che lo stesso
aveva invitato in città durante la sua recente missione a Gerusalemme.
Netanyahu annuisce e definisce il suo discorso alla Knesset
“eccezionale”. Sintonia su tutto. Dalla stabilizzazione geopolitica
alle scelte da effettuare per il progresso economico, culturale e
civile. Anche se Netanyahu invita l’Italia a un diverso approccio nei
confronti della minaccia iraniana.
“C’è
una regola semplice che è fondamentale per il futuro delle nostra
società – dice – il futuro appartiene a chi innova e in questo
l’Italia è sempre stata fantastica. La civiltà è sotto assedio dello
stato islamico militante che vuole catturare il mondo, ma c’e’ anche
un’altra minaccia: lo stato islamico dell’Iran”.
Cooperazione:
questa una delle parole chiave del vertice. “La cooperazione tra i
nostri due paesi – afferma Renzi – non è soltanto a livello di governi
e diplomatico ma è innanzitutto una cooperazione di amicizia che tocca
in profondità ciò che siamo. Ho avuto modo di toccarla con mano nella
visita in Israele e credo che oggi questa visita possa permettere di
verificare quanto di bello ci sia da parte italiana”. L’incontro
Renzi-Netanyahu, avvenuto al termine dello Shabbat, chiude la due
giorni fiorentina di Bibi. L’arrivo in città venerdì pomeriggio,
direttamente da Milano dove il giorno prima aveva visitato l’Expo.
Accolto dal sindaco Dario Nardella e dall’imprenditore Marco Carrai,
accompagnato nei suoi spostamenti da un ristretto gruppo di diplomatici
tra cui l’ambasciatore israeliano a Roma Naor Gilon e l’ambasciatore
d’Italia a Tel Aviv Francesco Maria Talò, Netanyahu è subito portato
all’hotel Four Season, suo quartier generale in riva all’Arno, dove
incontra una delegazione guidata dal presidente dell’Unione delle
Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna e dalla presidente della
Comunità locale Sara Cividalli. Il confronto, intenso e cordiale, dura
circa 45 minuti. “L’incontro è andato benissimo. L’Italia – dice
Gattegna alla stampa, uscendo dall’hotel – è un paese che è considerato
da Israele un ponte verso l’Europa perché è il paese che più si sforza
di capire quelle che sono le esigenze che Israele deve fronteggiare e
quindi svolge anche un ruolo di comunicazione fra Israele e tutti gli
altri paesi europei”. Conferma poi Cividalli: “È stato un piacere
incontrare il primo ministro dello stato di Israele. Israele – afferma
– rappresenta un punto di riferimento indipendentemente da quelle che
sono le idee politiche degli iscritti alla comunità che sono le più
svariate. Israele è nel cuore di tutti quanti e quindi è stato
interessante sentire quello che Netanyahu ha detto”.
(Nell'immagine Matteo Renzi e Benjamin Netanyahu all'ingresso di Palazzo Vecchio)
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I RETROSCENA DELLA VISITA IN SINAGOGA
Bibi in Tempio. Sorrisi, domande
e una promessa per il futuro
Sono
numerosi i quotidiani che descrivono oggi lo shabbat trascorso dal
premier israeliano Netanyahu nella sinagoga di Firenze, raccontato ieri
sera nei dettagli sul portale dell’ebraismo italiano www.moked.it e sui
social network di Pagine Ebraiche. Questo il testo apparso sui nostri
media.
Ha ascoltato con attenzione, mostrando interesse genuino per ciò che
gli veniva raccontato. Si è lasciato coinvolgere, è apparso a tutti
sorridente e rilassato. Polo a righe, jeans. Apparentemente un turista
come tanti altri. E come un normale turista ha voluto soddisfare
molteplici curiosità: dalla particolare disposizione della tevà, la
tribuna da cui si legge la Torah, il Pentateuco, alla storia della
sedia su cui molte generazioni di ebrei fiorentini sono stati
circoncisi. “Bello, tutto molto bello”, ha detto più volte ai suoi
interlocutori.
Mezzogiorno e mezzo circa. La funzione mattutina dello Shabbat si è da
poco conclusa e gli iscritti sono stati fatti allontanare dal Tempio. È
in quel momento che Benjamin Netanyahu e la moglie Sara, protetti da
una fitta rete di sicurezza, fanno il loro ingresso nel giardino della
sinagoga, accolti da una piccola delegazione comunitaria. A fare gli
onori di casa la presidente Sara Cividalli e il rabbino capo Joseph
Levi. E con loro anche la moglie del rav, Shulamit, con la figlia
Tamar; il segretario Emanuele Viterbo; l’architetto Renzo Funaro;
l’assessore comunale al welfare e alle pari opportunità Sara Funaro.
Una visita privata, a poche ore dall’incontro avuto ieri con una più
corposa delegazione guidata dal presidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Renzo Gattegna, invitato a portare il saluto
dell’intera collettività ebraica nazionale al primo ministro dello
Stato d’Israele.
“Baruchim Habaim” (“Benvenuti”), viene detto a Bibi e Sara. “Grazie,
che luogo meraviglioso”, commenta Netanyahu appena varcata la soglia di
via Farini. La coppia, scortata all’interno del Tempio, mostra di
apprezzare le sue architetture moresche e la sua storia, ripercorsa nei
dettagli passo dopo passo. Pochi minuti prima la sinagoga era gremita
per celebrare lo Shabbat, adesso Bibi e Sara hanno l’occasione di
vederla vuota e maestosa in tutto il suo splendore. Il rav parla loro
in ebraico, li porta verso l’Aron haQodesh
(l’armadio che accoglie i rotoli della legge) e glielo fa visitare approfonditamente.
“Che posto fantastico, mi è venuta un’idea: e se celebrassimo i nostri
25 anni di matrimonio qua?” chiede Sara Netanyahu alla presidente
Cividalli. Una proposta accolta con entusiasmo. “Vi aspettiamo”, dice
calorosamente quest’ultima.
Una sosta anche al museo che raccoglie le memorie della comunità
fiorentina, antiche testimonianze, argenti e tessuti preziosi. Guida la
visita l’architetto Funaro, vicepresidente della Fondazione Beni
Culturali Ebraici in Italia e presidente della locale Opera del Tempio
Ebraico. Oltre a un excursus storico-culturale, Funaro ripercorre la
mole di lavoro che ha portato alla piena riqualificazione della
struttura, conclusasi proprio quando sindaco del capoluogo toscano era
Matteo Renzi, l’artefice di questa due giorni in riva all’Arno.
Bibi è un fiume di domande. Funaro, che apprezza il suo pragmatismo, dà una risposta dettagliata a tutti i quesiti.
Sono le una passate quando è tempo di tornare verso l’hotel. Bibi e
Sara, la delegazione comunitaria e gli uomini della scorta prendono a
turno l’ascensore, programmato in modalità “Shabbat System” così da non
violare le regole del giorno ebraico di riposo. Funaro dice a Bibi: “Lo
sa, presidente, che nell’Ottocento avevamo un ascensore che funzionava
ad acqua?”. Bibi sorride, decisamente divertito.
Fuori il gruppo sosta davanti alla lapide dei deportati. Un nome, tra
gli altri, colpisce Bibi. È quello di Nathan Cassuto, l’ex rabbino capo
della città che trovò la morte ad Auschwitz. Suo figlio David, che
Netanyahu ben conosce, è stato vicesindaco a Gerusalemme.
L’uscita si avvicina, arriva il momento dei saluti. Ed è un fioccare di “Shabbat Shalom” da una parte e dall’altra.
Adam Smulevich twitter @asmulevichmoked
(Nell’immagine dell’Ansa Benjamin e Sara Netanyahu lasciano l’hotel in direzione sinagoga)
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L'intervista al presidente rivlin "Israele difende la democrazia"
Il
monito e la ferma condanna contro il fanatismo dell'ultradestra
israeliana, il difficile tentativo di raggiungere la pace quando si ha
come interlocutore il gruppo terroristico di Hamas, la minaccia
iraniana e l'avanzata dell'Isis: sono questi i temi toccati nell'ampia
intervista rilasciata a Repubblica dal Presidente dello Stato ebraico
Reuven Rivlin, che questa settimana verrà in Italia per visitare
l'Expo, a pochi giorni di distanza dal premier Netanyahu, e farà tappa
a Roma e al Vaticano dove incontrerà Bergoglio il prossimo 3 settembre.
Un invito, quello a Rivlin, giunto lo scorso luglio dal premier Matteo
Renzi durante il suo viaggio a Gerusalemme (a nome anche del Presidente
della Repubblica Sergio Mattarella) e accolto con il sincero: “non vedo
l'ora”.
A colloquio con Repubblica, il Presidente Rivlin, che giovedì scorso ha
fatto visita alla Chiesa della Moltiplicazione di Tabgha data alle
fiamme lo scorso giugno da un gruppo di estremisti, condanna senza
alcun indugio le violenze perpetrate dai gruppi di fanatici israeliani:
“È qualcosa che davvero mi sconvolge in quanto ebreo, - spiega - il
nostro popolo ha subito quel che ha subito, noi non possiamo fare una
cosa del genere a qualcun altro. Quei gruppi messianici che pensano che
la democrazia sia ciò che loro pensano o credono - per un precetto di
superiorità - sono il maggior pericolo per lo Stato di Israele in
quanto democrazia”.
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CINEMA - LA SFIDA DI ALBERTO, CON VISTA LAGUNA
"Antisemitismo, ridiamoci sopra"
“Ridere del pregiudizio? Si può”. Così anticipavamo sul nostro notiziario quotidiano di giovedì 30 luglio
la sfida lanciata dal giovane ebreo romano Alberto Caviglia,
all’esordio in regia con il film “Pecore in erba”, selezionato appena
poche ore prima tra le pellicole italiane in lizza nella sezione
Orizzonti della 72esima Mostra del cinema di Venezia.
Prodotto da On My Own con il contributo del ministero dei Beni e delle
Attività Culturali e del Turismo, “Pecore in erba” tratta il tema
dell’antisemitismo mettendo a nudo – attraverso ironia e situazioni
paradossali – i deliri e le farneticanti costruzioni mentali di un
professionista dell’odio. “Una commedia surreale dai messaggi profondi.
La dimostrazione – scrivevamo – che le buone idee, unite al coraggio e
alla determinazione nel portarle avanti, possono costituire la premessa
per risultati straordinari”.
A pochi giorni dalla proiezione in Laguna, prevista per domenica 6
settembre, Alberto è nuovamente protagonista. In un’ampia intervista
apparsa ieri su Repubblica
racconta infatti come è nato e si è sviluppato il progetto: un finto
documentario sulla vita di Leonardo, un trasteverino che sin dalla
gioventù si è abbeverato alla fonte del risentimento. “Crescendo – si
legge – l’antisemitismo si trasforma nella crociata di una vita
rocambolesca che lo vede tifoso, disegnatore, scrittore, imprenditore e
attivista politico al centro della ribalta mediatica italiana e
mondiale”.
“Sono ebreo, sensibile al tema. Ho cercato un approccio diverso
rovesciando la prospettiva: ho trasformato un antisemita in un eroe che
cerca di esprimersi in una società altrettanto ribaltata. Diversa
eppure inquietantemente simile alla nostra – sottolinea Alberto – in
cui l’antisemitismo non viene più percepito come qualcosa di
condannabile, ma una caratteristica innata che va manifestata
liberamente”.
(Nell'immagine un dietro le quinte con il regista Alberto Caviglia)
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IL NUOVO SAGGIO DEL RAV DELLA ROCCA
Con lo sguardo alla luna
In
prossimità dell'uscita nelle librerie, prevista per giovedì 3
settembre, Giulio Busi recensisce oggi sul domenicale del Sole 24 Ore
“Con lo sguardo alla luna – Percorsi di pensiero ebraico”, il nuovo
saggio del rav Roberto della Rocca pubblicato dalla casa editrice
Giuntina.
Sul numero di settembre
del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche, un ampio
approfondimento su un'opera ricchissima negli spunti che offre e nelle
riflessioni che è in grado di far scaturire.
“L’anno nuovo – scrive il
direttore della redazione giornalistica dell'Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Guido Vitale – comincia per gli ebrei italiani sotto
il segno di pagine che si distinguono da tante altre, che non si
possono eludere e non si possono accantonare”.
Cattedrale senza mura
Come fare a portarselo dietro, un Santuario distrutto? Le torri
abbattute, gli arredi trafugati, il grande candelabro d’oro rovesciato
a terra, e poi strade, vicoli, case sventrate. Mica si mettono sassi e
alberi in una valigia. Chi potrebbe mai sollevarla? Chi sarebbe capace
di caricarsi una città sulle spalle? Se volete farcela, dovete imparare
a usare lo scalpello dei minuti e delle ore. Assoldate come architetto
la luna e fate lavorare per voi il sole. E soprattutto, fermatevi, in
assoluta quiete, perché è il giorno sacro al Signore. Per poterlo
portare con sé, gli esuli da Sion hanno costruito un Santuario nel
tempo, l’hanno reso cavo e sottile, con mura di luce. Il Sabato è
simile a una cattedrale, alta e possente. Non occupa spazio alcuno e
non pesa nulla, ammesso che non pesi restare un giorno intero a tu per
tu con il Padrone del mondo.
Questa architettura di tempo, anziché di pietra, esiste da millenni -
nelle preghiere, nel rito, nei ricordi - anche se il primo a parlarne
con linguaggio moderno è stato Abraham J. Heschel, il filosofo ebreo
americano di origine polacca. Ora Rav Roberto della Rocca srotola la
planimetria delle stanze e dei cortili del Sabato, delle feste e degli
usi ebraici davanti agli occhi del lettore italiano. Con lo sguardo
alla luna, recita il titolo, ma non aspettatevi disimpegno o pigra
rêverie. Edificare nel tempo è lavoro improbo, e non basta certo vivere
di ricordi, o crogiolarsi nel passato. Questo giudaismo lunare ha tinte
d’ocra e di cielo, è concreto e sapiente. Per trovarlo, prendetevi
tempo, e col tempo, costruite.
Giulio Busi (La Domenica del Sole 24 Ore)
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la scomparsa del neurologo inglese Oliver Sacks (1933-2015)
Ha
destato cordoglio in tutto il mondo ebraico la scomparsa del neurologo
inglese, americano d’adozione, Oliver Wolf Sacks. Nato a Londra da
genitori ebrei nel 1933, Sacks aveva nella sua famiglia eccellenze nel
mondo della scienza e della politica: sua madre Muriel è stata una
delle prime donne-chirurgo, suo cugino, l’israeliano Robert John
Aumann, ha vinto il premio Nobel per l’economia nel 2005 e un altro
cugino, Abba Eban, ha ricoperto il ruolo di ministro degli Esteri e
dell’Educazione dello Stato di Israele. Docente alla New York
University e alla Columbia oltre che dell’Albert Einstein College of
Medicine della Yeshiva University di New York, Oliver Sacks si è
occupato per tutta la vita di ricerca nell’ambito delle malattie
neurologiche, dal Parkinson alla Sindrome di Tourette, vantando
numerosi pubblicazioni in Italia edite da Adelphi. Tra i libri più
conosciuti al grande pubblico spiccano “Risvegli”, dedicato ad una
particolare patologia neurologica originata dall’encefalite letargica
che ha ispirato nel 1990 una trasposizione cinematografica con Robert
De Niro e Robin Williams, e “L’uomo che scambiò sua moglie per un
cappello”, una collezione di casi di pazienti dai risvolti più vari e
curiosi. Il suo ultimo lavoro è l’autobiografia “On The Move: A Life”,
che verrà pubblicata ad ottobre.
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memoria Meina pone sedici Stolpersteine
in ricordo della strage del 1943
Toccante
cerimonia a Meina (Verbania) per la posa di 16 pietre d’inciampo in
memoria delle vittime della strage perpretrata durante la Seconda
guerra mondiale.
La giornata di domenica si è articolata in molti momenti di riflessione
nella cittadina sul Lago Maggiore dove nel settembre del 1943 avvenne
l’atroce strage nella quale 22 ebrei perseguitati furono arrestati e 16
di questi furono assassinati dalle SS grazie alla segnalazione di
italiani.
Di fronte ad un grande pubblico, la gente presente nella località si è
unita ai tanti venuti da Milano e da altre città. Il sindaco Fabrizio
Barbieri ha poi accolto nella sala del municipio gli ospiti e i
partecipanti hanno seguito la ricostruzione storica a cura
dell’Istituto storico della Resistenza.
Alla cerimonia organizzata dalla sinagoga riformata milanese Lev
Chadash ha fatto seguito la rappresentazione “Pietre, La memoria
ebraica nelle melodie che attraversano il tempo” del duo “Stellerranti”
(Cinzia Bauci – Contralto; Pier Gallesi fisarmonica).
Il
Consigliere dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Guido Osimo ha
portato ai presenti un messaggio del Presidente dell’Unione Renzo
Gattegna: “Mi è gradito rivolgere il più caloroso saluto agli
organizzatori, a nome mio personale e dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane. Quello odierno costituisce infatti un importante
momento di riflessione sul tema della Memoria, sulla sua elaborazione,
sulla lezione del passato che investe ogni giorno la nostra
quotidianità e le nostre scelte. Un impegno che assume un significato
particolare in questo luogo, nel ricordo della carneficina che fu
compiuta ai danni di tanti civili inermi. Molteplici sono le realtà che
prendono parte all’iniziativa: una trasversalità che è prova di quanto
determinati valori e principi siano diffusi a tutti i livelli. Ed è una
grande opportunità che si ripresenta quella di avere con noi Gunter
Demnig, l’artista tedesco il cui nome è e sempre sarà legato a questa
straordinaria iniziativa che va sotto il nome di ‘pietre d’inciampo’.
L’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane è l’ente istituzionale di
rappresentanza di tutti gli ebrei italiani: un mondo piccolo, ma
estremamente diversificato e plurale. E per noi essere qua oggi,
rappresentati dal nostro Assessore alle Scuole e ai Giovani Guido
Osimo, costituisce prima di tutto una responsabilità e un impegno veri,
che rinnoviamo davanti a tutti voi”.
Alla cerimonia, cui hanno preso parte molti altri esponenti
dell’ebraismo italiano, era presente anche l’artista tedesco Gunter
Demnig, creatore delle pietre d’inciampo, per depositare, nel tessuto
urbanistico e sociale delle città europee, una memoria diffusa dei
cittadini perseguitati deportati o assassinati dai nazifascisti.
L’iniziativa, attuata in diversi paesi europei, consiste
nell’incorporare dei blocchi in pietra coperti di una piastra metallica
nella pavimentazione stradale delle città, davanti alle abitazioni che
durante la Shoah furono teatro di arresti, deportazioni o assassinii.
All’imbarcadero di Meina l’artista tedesco ha posato 16 ‘pietre
d’inciampo’ in ricordo della prima strage di ebrei sul suolo italiano.
Infatti, tra il 12 settembre e il 10 ottobre del 1943, i nazisti
uccisero lungo il Lago Maggiore 57 ebrei, 16 dei quali si erano
rifugiati nell’Hotel Meina. Demnig ha ricordato che uno scolaro tedesco
ha commentato il suo lavoro così: “Le pietre d’inciampo non sono
pericolose, perché si inciampa con la testa e con il cuore”. Esse sono
anche un omaggio a chi è rimasto vittima delle persecuzioni: per
leggerle, infatti, bisogna inchinarsi.
Il progetto è stato realizzato a Meina grazie all’impegno di Rossana
Ottolenghi, figlia di Becky Ottolenghi Behar, la cui famiglia è stata
l’unica a salvarsi dall’eccidio e che si è impegnata per tutta la vita
a ricordare quanto successe soprattutto tra le giovani generazioni.
L’iniziativa odierna, incominciata con un incontro istituzionale presso
il Municipio, ha visto anche la partecipazione del prefetto di Novara,
le autorità militari e i sindaci delle comunità rivierasche; è stata
organizzata congiuntamente dal Comune di Meina, dall’Istituto Storico
di Novara e ha ricevuto la Medaglia del Presidente della Repubblica.
Al termine della cerimonia, dopo la lettura di testimonianze sulla
strage perpetrata sul Lago Maggiore e con una preghiera ebraica, il
sindaco di Meina, Fabrizio Barbieri, ha annunciato che è intenzione
dell’Amministrazione comunale trasformare lo spazio dove un tempo
sorgeva l’Hotel Meina in un Parco della Memoria.
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Il tempo a venire |
Ogni
generazione si pensa come l’ultima al mondo. Parrebbe in tale modo
volere ammonire gli inconsapevoli interlocutori, gli incolpevoli
astanti, commentando i cambiamenti che rischiano di sopraffarla, e che
comunque da sé non riesce a capire, battendo il tasto del: “dopo di
noi, il diluvio!”. Quasi a volere celebrare una sorta di sua
indispensabilità. Non è così. Tuttavia, al medesimo tempo, neanche la
convinzione che le cose debbano rimanere sempre uguali a loro stesse o,
per dire fiduciosamente, siano destinate a cambiare in positivo, si
rivela, alla resa dei conti, fondata. Il catastrofismo delle Cassandre,
dei profeti compiaciuti di sventura, si sposa con l’incondizionato e
ingenuo ottimismo dei progressisti indefessi. Rendendo opache sia la
visuale di campo che lo sguardo prospettico. Dinanzi ai mutamenti, in
via di accelerazione e di accumulazione (una miscela che rischia di
rivelarsi pericolosissima poiché si basa sul rinforzo reciproco dei due
fenomeni) in corso nell’area del Mediterraneo, l’Europa e gli europei
si stanno rivelando non solo impreparati ma anche incapaci di pensare
oltre al proprio abituale orizzonte. Non finisce il mondo, sia ben
chiaro. Finisce semmai ‘questo’ mondo, mutuato dal bipolarismo e dal
suo tramonto (la cosiddetta «fine della storia»), dove i conflitti
guerreggiati, e le grandi transumanze di popolazioni, avvenivano
comunque, pur tuttavia a distanza di sicurezza dai nostri occhi.
Claudio Vercelli
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