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22 settembre 2015 - 9 Tishri 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Roberto
Della Rocca,
rabbino
Le preghiere dei dieci giorni penitenziali culminanti nel Kippùr si aprono, alla sera di Rosh Hashanà, con quella suggestiva poesia in cui si ripete l’augurio “…che finisca il vecchio anno con le sue maledizioni… e che inizi il nuovo con le sue benedizioni…”. Come si può affermare che l’anno trascorso sia stato caratterizzato solo da maledizioni e da sciagure e non abbia avuto anche momenti felici? È noto che la Tradizione ebraica ha sempre valorizzato il passato mostrando una ferma volontà di non abbandonare nel nulla le tracce di ciò che è già trascorso. Il passato, anche quello più scomodo, non va né rimosso, né affossato in modo estremo e radicale. Di tutte le esperienze, anche quelle conclusasi sciaguratamente, dovremmo preservare gli aspetti positivi che questi vissuti ci hanno ingenerato.
 
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Dario
Calimani,
anglista
La nomina di Fiamma Nirenstein ad ambasciatore di Israele ha finalmente restituito un po’ di vivacità al dialogo fra gli ebrei italiani autoctoni e la comunità degli ebrei italiani in Israele. Finalmente si prende atto (ma qualcuno non lo accetta) che possano coesistere pareri diversi su questioni di politica governativa. Israele è un popolo unico, ma al suo interno, come in tutti i popoli, ciascuno ha il diritto di pensarla in modo diverso, al di là delle barzellette sui due ebrei e sulle loro tre opinioni. Dunque, fa piacere apprendere che ad alcuni amici italiani di Gerusalemme la nomina dell’ambasciatore risulta gradita, opportuna e utile. E lo si accetta senza cercare di definirli politicamente o di criticarne i gusti. Ci si aspetta, per contro, che le critiche alla stessa nomina siano accolte nello stesso spirito di una dialettica rispettosa che ha come presunzione necessaria la buona fede dell’interlocutore e il suo diritto a pensare, ché altrimenti non varrebbe la pena di dialogare.
 
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Putin rassicura Bibi
Un incontro per coordinarsi militarmente sull’azione in Siria della Russia, scesa in campo al fianco del regime di Bashar Al Assad, contro l’Isis e per ricevere rassicurazioni sulla propria sicurezza: questo lo scopo del premier israeliano Benjamin Netanyahu accolto ieri a Mosca da Vladimir Putin. “Putin – scrive oggi Repubblica – ha cercato di tranquillizzare l’ospite coinvolgendo Israele in una consultazione tattico strategica che dovrebbe impedire ‘malaugurati incidenti’ tra le rispettive truppe ormai distanti tra loro solo poche decine di chilometri”. E se anche per gli Stati Uniti l’entrata in gioco della Russia sembra inevitabile, per Israele è importante assicurarsi che le armi di Mosca non finiscano nelle mani di Hezbollah così come ottenere garanzie sul fatto che Assad che non abbia in mente di attaccare lo Stato ebraico. Una probabilità scongiurata dallo stesso Putin che ha dichiarato: “Nella situazione in cui si trova Assad non ha proprio alcuna voglia di aprirsi un altro fronte”. .
 
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  davar
israele - l'appello del presidente rivlin 
"Ebrei e arabi, la nostra missione  è costruire la fiducia reciproca"
La questione sicurezza tiene banco in Israele alla vigilia delle celebrazioni di Yom Kippur.

Dopo settimane di scontri con i palestinesi, migliaia di agenti della forza di sicurezza israeliana sono stati dispiegati nelle zone a più alto rischio. Tensioni a cui il presidente di Israele Reuven Rivlin ha cercato di rispondere con segnali distensivi nei confronti dei palestinesi, invitando ad abbandonare lo scontro a armato e riprendere il dialogo. In una lettera inviata a un evento giovanile organizzato a Gerusalemme, con protagonisti adolescenti israeliani e palestinesi, Rivlin ha sottolineato la necessità di lavorare per costruire la fiducia tra il mondo ebraico e arabi. “L'attenzione alle relazioni tra ebrei e arabi deve essere portata al centro del discorso politico, sociale e dei media. Fare meno di questo significa semplicemente essere negligenti e tradire il nostro futuro e quello dei nostri figli”.
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QUI LONDRA - I RABBINI INGLESi a david cameron
"Caro premier apra le porte

e accolga i profughi siriani"
“Caro primo ministro, siamo i rabbini e cantori delle comunità ebraiche del Regno Unito, molti dei quali figli di ex rifugiati. Le scriviamo per dirle che è arrivato il nostro turno di aprire i cancelli ai migranti che stanno scappando dalla tirannia e dal male, spesso solo con pochi abiti addosso e i loro figli tra le braccia”. Si apre così la lettera che 104 rabbini inglesi hanno inviato al premier David Cameron chiedendogli di attuare una politica efficace in merito all’accoglienza dei profughi siriani in arrivo in Europa. Un appello, iniziativa dell’associazione Tzelem che da due anni si dedica all’impegno dei rabbini in campo economico e sociale, che richiama il passato errabondo degli ebrei: dall’Esodo dall’Egitto diretti verso una lontana terra promessa, all’accoglienza a Londra dei bambini ebrei sfuggiti dalle persecuzioni naziste. “Ricordiamo – scrivono infatti i firmatari – l’impegno e il coraggio dei cittadini di questo paese che aprirono le loro case per accogliere 10.000 bambini che fuggivano da Hitler. Lo chiamiamo Kindertransport ed è ancora una volta il simbolo della speranza nei valori della Gran Bretagna. La luce della bontà umana che illumina gli angoli più bui della storia”.
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Yom kippur 5776   
Rinnovarsi per il tikkun ha-olam
.לא בזכותא תליא מילתא, אלא במזלא תליא מילתא
Non dipende dai meriti, ma dal fato


Nella preghiera Undanè Toqef attribuita a Amnon di Magonza, vissuto intorno al 1000 forse però un paio di secoli più antica, in uso a Rosh HaShanah e Kippur, si fa riferimento al giudizio di Dio che in questi giorni decide chi vivrà e chi morrà. Il nesso diretto è l’affermazione talmudica di Rabbi Keruspeday a nome di Rabbi Yochannan secondo la quale a Rosh HaShanah sono aperti di fronte all’Eterno tre libri. In uno vengono iscritti i i malvagi, in un altro i giusti, in un terzo quelli su cui pende l’indecisione fino a Kippur, giorno in cui si emana anche a loro proposito la sentenza di vita o di morte. Di qui l’importanza del ravvedimento e dell’esame di coscienza nei dieci giorni penitenziali.
Ma la questione non è così semplice. Nel talmud di Moed qatan, trattato che si occupa a lungo delle manifestazioni di lutto, ci si interroga se deve essere attribuito un significato all’età del trapasso e al numero dei giorni in cui uno è moribondo. Ad esempio, secondo Rabbà, morire tra i cinquanta e sessanta anni è un segno della punizione del Cielo, per scoprire però che il profeta Samuele è passato a miglior vita proprio a 52 anni. Ulteriori verifiche non reggono alla prova, molti rabbini della cui pietà e giustizia non è dato dubitare, infatti, si sono ricongiunti con il Creatore alle più svariate età, con o senza “sazietà di giorni”.
Sembra pertinente quindi portare l’insegnamento di Ravà secondo cui vita, prole e denaro non dipendono dai meriti ma dalla fortuna, tant’è che Rabbà e rav Chisdà, pii al punto che quando pregarono in tempo di siccità riuscirono a far piovere, morirono uno a soli quaranta anni, l’altro a novantadue anni; il primo poté godere di numerose gioie in famiglia, l’altro fu accompagnato tutta la vita da disgrazie; nella casa di un maestro c’era pane in abbondanza, persino per i cani, nella dimora dell’altro rabbino a stento si riusciva ad avere pane d’orzo per la famiglia.
I commentatori fanno notare le contraddizioni. Non era detto altrove che Israele non è sottoposto al mazal – fato? Forse la posizione di Ravà è rigettata a favore di un’ottica secondo la quale sono solo i meriti a incidere, o forse, esiste un’interdipendenza dei due aspetti e a volte la fatalità, che è predominante altrove, presso i figli d’Israele è solo ridotta a una condizione residuale; ma qualche volta ci mette lo stesso lo zampino.
All’uomo, sia egli religioso o laico, rimangono universalmente valide le parole, scandite come pietre, poste proprio al centro della splendida preghiera dei Yamim Noraim: il ravvedimento, la supplica (ma possiamo leggere anche l’esame di coscienza) e le opere di giustizia e solidarietà rimuovono il rigore del decreto Celeste. In questo sta il vero tikkun ha-olam.

Amedeo Spagnoletto, sofer

Pagine Ebraiche, settembre 2015
La revoca del patrocinio della regione lazio
Ospiti pericolosi a convegno

I neofascisti di Casa Pound assieme ai terroristi di Hezbollah si ritrovano a Roma per un convegno. La notizia aveva destato non poche proteste ma in particolare a preoccupare era la presenza sui volantini dell'incontro del logo della Regione Lazio. Un patrocinio immediatamente revocato dal governatore Nicola Zingaretti, una volta avuta notizia di identità e natura dei partecipanti, con due uomini del movimento terroristico di Hezbollah – attivo in Libano e che proclama di voler distruggere Israele – invitati a parlare tra i neri di Casapound. Un convegno, insomma, che si qualifica già solo per ospiti e organizzatori.

pilpul

Storie - Le leggi di Norimberga
Ottant’anni fa, il 15 settembre del 1935, la Germania di Adolf Hitler emanava le due Leggi di Norimberga, in coincidenza con lo svolgimento del congresso del partito nazista in quella città. La legislazione tedesca, che già nei due anni precedenti aveva accolto al suo interno i germi del razzismo, imboccava così decisamente la strada della persecuzione degli ebrei, stabilendo la distinzione tra appartenente allo Stato e cittadino del Reich, che doveva essere “di sangue tedesco o affine” ed era per questo il solo detentore dei pieni diritti politici, e limitando i diritti degli ebrei in campo matrimoniale e domestico. La «Legge per la cittadinanza del Reich», la prima legge di Norimberga, previde l’esistenza di due gradi di cittadinanza. All’articolo 2 si stabiliva che soltanto chi ha sangue tedesco potesse essere considerato «cittadino del Reich» (Reichsbürger) e, come tale, beneficiare dei pieni diritti civili e politici; tutti gli altri erano declassati al rango di semplici «cittadini dello Stato» (Staatsangehöriger), cioè di sudditi. La Legge per la protezione del sangue e dell’onore tedesco, ovvero la seconda “Legge di Norimberga”, stabilì all’articolo 1 che “i matrimoni tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini” fossero “proibiti” e analogo divieto all’articolo due per le “relazioni extraconiugali tra ebrei e cittadini di sangue tedesco o affini”. Era l’inizio dell’incubo, l’appiglio giuridico dal quale si svilupparono la legislazione successiva e l’isolamento e la persecuzione degli ebrei del Reich.

Mario Avagliano


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