
Jonathan Sacks, rabbino
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C'è
così tanto da amare nella fede ebraica, ma nel mondo sempre più
complesso di oggi a volte per le persone, in particolare per le giovani
generazioni, è facile perdere di vista la ragione per cui far parte di
questo popolo eterno sia un regalo.
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
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In
una delle più imprevedibili alleanze intellettuali del nostro tempo,
papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, capo della Chiesa cattolica
apostolica romana, e il sociologo ex-polacco, ex-israeliano, e
attualmente britannico, Zygmunt Bauman, richiamano a uno sforzo
congiunto di solidarietà umana che trascenda le frontiere nazionali e
le classi sociali. Le due proposte hanno in comune una forte
progettualità che si regge su due piloni: la critica vigorosa alle
ineguaglianze prodotte dall’egoismo dei ricchi a danno dei poveri, e
l’esplicita rimessa in discussione della logica storica e politica che
ha portato all’attuale ordine geo-politico fondato su frontiere
nazionali dettate da interessi del diciannovesimo secolo. Una delle
conseguenze meno risolte e meno risolvibili di questi bandi di
universalismo – ognuno chiaramente delimitato da una sua propria
matrice ideale – è la palese marginalizzazione, se non la negazione,
delle identità culturali particolari e diverse. Queste, da un lato,
hanno costituito la pietra angolare nella definizione degli stati
nazionali, e dall’altro animano nei tempi lunghi la sopravvivenza
culturale e comunitaria delle minoranze etniche e religiose all’interno
di tali Stati e delle diaspore nazionali o transnazionali distribuite
attraverso una molteplicità di paesi. Il tema scottante solo
parzialmente oscurato dagli ultimi richiami alla correttezza politica e
non più eludibile è se l’Europa, e l’Unione europea al suo centro,
debba o sappia conservare un’identità fondamentalmente cristiana, o
possa incorporare una forte misura di diversità religiosa, se non di
pluralismo, sotto l’impatto dell’islamizzazione intrinseca all’attuale
ondata migratoria. La Catalogna da un lato e Baghdadi dall’altro
servano da stimolo a una riflessione.
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Il popolo ebraico Ë santo e non ha bisogno
di leader) o da interessi personali (secondo RashÏ KÚrach si sarebbe
ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat,
sua famiglia d'origine, un'altra persona). Il popolo ebraico Ë santo e
non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo RashÏ
KÚrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della
famiglia di Kehat,
sua famiglia d'origine, un'altra persona).
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Il popolo ebraico è santo e non ha bisogno
di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe
ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat,
sua famiglia d'origine, un'altra persona).
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Onu, le accuse
di Abu Mazen
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L’Autorità
nazionale palestinese non si sente più “vincolata agli impegni firmati
con Israele”. È quanto ha affermato nel suo discorso pronunciato a New
York all’Assemblea generale della Nazioni Unite il presidente dell’Anp
Abu Mazen, mettendo così in dubbio la validità degli accordi di Oslo
stipulati con il governo di Gerusalemme nel 1993. “Fino a che Israele
rifiuta di impegnarsi sugli accordi firmati con noi rendendoci
un’autorità senza poteri reali e si rifiuta di fermare le attività
d’insediamento e di liberare i prigionieri palestinesi, non abbiamo
altra scelta”, le accuse del leader palestinese, riportate oggi sulla
Stampa. “Proteggeteci”, l’appello poi rivolto all’Onu, nella cui sede è
avvenuto ieri il primo alzabandiera palestinese. Come sottolinea il
Corriere, Abu Mazen è sempre più debole nei sondaggi in Cisgiordania e
la messa in dubbio degli accordi appare come un tentativo di rilanciare
la sua posizione ma a che prezzo? Di “parole ingannevoli”, parla il
primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il cui discorso è atteso
oggi al Palazzo di Vetro. Netanyahu “ha anticipato che smonterà ‘le
bugie palestinesi’ sulle intenzioni d’Israele di cambiare lo status quo
nei luoghi sacri all’Islam, come la Moschea al-Aqsa, teatro di scontri
fin dal luglio scorso. E che ribadirà tutto il suo impegno per la pace”
(Corriere).
Israele, nuova tensione.
L’Osservatore Romano racconta le tensioni al confine tra Israele e la
Striscia di Gaza, seguita al lancio palestinese di un razzo nel
territorio di Ashdod, intercettato dall’Iron Dome. Poche ore dopo,
l’aviazione israeliana ha colpito quattro postazioni nella Striscia. Il
portavoce dell’esercito Peter Lerner ha dichiarato che “Hamas è
responsabile di ogni attacco” proveniente dalla zona. Un razzo,
lanciato dalla Siria, è esploso ieri anche nelle alture del Golan,
senza provocare vittime né danni. Per il momento le autorità israeliane
escludono che quest’ultimo fosse un attacco intenzionale e presumono
che l’incidente vada ricondotto agli intensi combattimenti in corso da
giorni sul versante siriano.
Gelo siriano tra Mosca e Washington.
Primi raid aerei della Russia in Siria contro l’Isis ed è già polemica
con gli Stati Uniti. Il Cremlino è infatti accusato di aver colpito non
solo i miliziani del Califfato ma anche i ribelli che si oppongono al
dittatore siriano Bashar Al Assad: sarebbero 27 i civili coinvolti
nell’attacco russo, di cui sei bambini. Mosca ha negato con forza,
riporta il Corriere della sera, affermando di aver colpito depositi e
punti di comando dell’Isis, ma secondo la Casa Bianca alcune bombe sono
state lanciate anche su Homs e Hama, città in cui sono concentrate le
forze dei ribelli anti-regime. Dopo un apparente apertura tra
Washington e Mosca è dunque tornato il gelo: per il presidente russo
Putin è necessario “colpire i terroristi lì dove sono” e i suoi uomini
appoggeranno l’esercito siriano “solamente nella sua battaglia
legittima contro i gruppi terroristici”, ma lo scetticismo americano si
riflette nelle parole del ministro della Difesa statunitense Ash
Carter, secondo cui l’approccio di Mosca è “come gettare benzina sul
fuoco, una strategia destinata a fallire”.
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Il popolo ebraico è santo e non ha bisogno
di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe
ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat,
sua famiglia d'origine, un'altra persona). Il popolo ebraico è santo e
non ha bisogno
di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe
ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat,
sua famiglia d'origine, un'altra persona).
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pecore in erba
Una risata liberatoria e amara
Esce
oggi nelle sale italiane Pecore in erba, il primo lungometraggio
firmato dal giovane regista romano Alberto Caviglia. Girato come un
mockumentary, un finto documentario, Pecore in erba affronta con ironia
il tema dell’antisemitismo, seguendo le tracce del protagonista
Leonardo Zuliani, ossessionato dall’odio antiebraico. Presentato alla
Mostra del cinema di Venezia per la sezione Orizzonti, il film ha vinto
il Premio Arca CinemaGiovani per il Miglior film italiano. Su Pagine
Ebraiche di ottobre, attualmente in distribuzione, appare fra l’altro
la seguente recensione.
Battesimo del fuoco, e molti applausi sinceri, sul red carpet della
settantaduesima Mostra del cinema di Venezia, per le Pecore in erba di
Alberto Caviglia.
Quello che pochi mesi fa poteva apparire solo un sogno nel cassetto, il
castello in aria di un giovane ebreo romano che sogna di fare il
regista, si sta rivelando un fatto nuovo, e importante, nel mondo del
cinema italiano. Ma non solo. Si tratta anche di un passo
significativo, il cui intento muove dall’interno del mondo degli ebrei
italiani e riesce a entrare nell’immaginario collettivo.
Il fatto che la presentazione ufficiale sia così avvenuta proprio il 6
settembre, quando alla cittadinanza si aprivano le porte delle
sinagoghe e degli altri luoghi di incontro per celebrare la Giornata
europea della cultura ebraica, ha così aggiunto un senso ulteriore a
un film che ha visibilmente l’ambizione di ripensare la lotta
all’antisemitismo e al pregiudizio. Della sceneggiatura, delle vicende
di un giovanotto ossessionato dall’intero catalogo delle demenziali
fissazioni antisemite e più in generale dal bisogno di immaginare un
nemico nel disperato tentativo di definire la propria fragilissima
identità, il lettore è già bene informato grazie alle anticipazioni
apparse anche sui nostri notiziari quotidiani. Della irresistibile
comicità che il film diretto da Caviglia è capace di sprigionare e
soprattutto delle impressioni e delle reazioni del pubblico si comincia
invece a parlare giusto adesso e ancora molto, probabilmente, si
parlerà nelle prossime settimane, con l’ingresso nel circuito di
distribuzione nazionale della pellicola.
Da Pagine Ebraiche, ottobre 2015
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L'intervista ad alberto caviglia
"Il successo delle mie pecore"
“Cosa
mi aspetto dall’uscita di Pecore in erba nelle sale? Beh sono
principalmente curioso, non riesco davvero a immaginare cosa accadrà.
Aspettiamo e vedremo”. Rivela il giusto mix tra tensione, gioia e un
pizzico di terrore Alberto Caviglia, regista e sceneggiatore del
mockumentary, il finto documentario di ispirazione alleniana,
coccolatissimo dai critici all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, nel
quale ricostruisce la paradossale vicenda di Leonardo Zuliani, un
anti-eroe dai tratti mitologici inquietantemente incensato per il
fervente antisemitismo. Classe 1984, Caviglia è alla sua prima prova
alla regia. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia e la permanenza a New
York e Londra per studiare cinema è stato a lungo assistente alla regia
di Ferzan Özpetek. Riconoscibile per il witz che si nutre famelicamente
di pellicole di Woody Allen e libri di Philip Roth, sul proprio profilo
Twitter la sua descrizione cede il posto all’indimenticabile citazione
del lamentoso Alexander Portnoy, celebre figlio letterario di Roth:
"Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da
protagonista di una barzelletta ebraica".
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pecore in erba - la nota del regista
"L'assurdità dell'antisemitismo
si trasforma in commedia"
“Pecore
in erba” è un film nato per rispondere a una domanda: esiste ai giorni
nostri una nuova chiave per parlare di antisemitismo in modo da
coinvolgere e sensibilizzare su un tema così controverso? Un tema così
antico e allo stesso tempo costantemente presente nella cultura
moderna, che i fatti più recenti, a mio avviso, rendono difficilmente
riconoscibile. Per questo con “Pecore in erba” ho voluto provare ad
affrontarlo con i toni della satira. Questo film vuole divertire, con
un racconto che si fonda su un gioco: il gioco di parole, il gioco
d’invenzione, il gioco con la Storia e la cultura popolare. È un
divertissement che racconta un ragazzo in crescita e che fa riferimento
a territori molto legati allo humor ebraico, come la psicanalisi.
Leonardo è un inventore, un personaggio sopra le righe, un “Forrest
Gump” che cambia involontariamente la storia. Ho trovato lo spunto per
dar vita a questa storia quando ho provato ad immaginare un
protagonista antisemita, che per una paradossale situazione non
riuscisse mai veramente ad esprimersi ed affermarsi, nonostante la
società in cui viveva (una Roma distopica dei giorni nostri) fosse
molto antisemita e in cui questo fenomeno non fosse mai realmente
condannato.
Alberto Caviglia
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pecore in erba - qui torino
"Il pregiudizio messo a nudo"
Dissacrante,
originale e raro, se non unico nel panorama del cinema italiano, arriva
questa sera nei cinema di molte città italiane il film “Pecore in
erba”, di Alberto Caviglia, reduce dai successi di Venezia, dove ha
vinto il Premio Arca Cinema Giovani per il miglior film italiano in
concorso. L’uscita nelle sale, dopo un’anteprima romana, è stata
salutata con grande successo nelle due anteprime di Milano e di Torino,
dove si è visto chiaramente che il mockumentary, ossia il falso
documentario, che alterna biografia, interviste e pareri di personaggi
noti per fare il punto sull’antisemifobia, piace alla gente, che ride a
scena aperta e applaude a lungo alla fine della proiezione il regista
Alberto Caviglia e il protagonista Davide Giordano, entrambi in sala
alle due anteprime.
(Nell’immagine, il regista Alberto Caviglia, l’attore Davide Giordano e il vicepresidente UCEI Giulio Disegni)
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j-ciak Benvenuti a Succah City
Vi
siete mai chiesti perché la sukkah è così noiosa? Gli anni passano,
l’architettura è un calderone in perenne ebollizione eppure ogni Sukkot
siamo lì a montare gli stessi pali, gli stessi teli e lo stesso tetto.
Tutto nello stesso identico modo. Potenza della tradizione, va bene. Ma
soprattutto un’abissale mancanza di fantasia, come suggerisce “Sukkah
City” di Jason Hutt. Girato nel 2013, il documentario ripercorre la
strepitosa competizione lanciata due anni fa da Joshua Foer – autore
del libro “L’arte di ricordare tutto” e fratello dello scrittore
Jonathan Safran – per costruire una sukkah contemporanea. Un’impresa
impossibile? Al contrario, vedere per credere.
La sfida, che ha coinvolto gruppi e professionisti in tutti gli Stati
Uniti, ci mostra come gli elementi tradizionali possono rimescolarsi,
con intelligenza e immaginazione, fino a dare a vita a una sukkah
diversa. Una sukkah che ancora ci parla dell’instabilità sperimentata
dagli ebrei negli anni trascorsi nel deserto, ma ce lo racconta con una
sensibilità e un linguaggio nuovi.
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Setirot
- Al cinema |
Esce
oggi nelle sale cinematografiche “Pecore in erba”, mockumentary di
Alberto Caviglia, parodia, provocazione, satira, finzione, denuncia,
grido/risata contro l’antisemitismo e non solo. Attenzione, non è
semplicemente una raccolta – ricca di infiniti Witz, scenette, battute
e calembour assolutamente geniali – dei più classici stereotipi
antiebraici di “destra” e di “sinistra”, di ieri e di oggi. No. Si
tratta di altro, di più. Sarà perché la tecnica di regia è a noi
praticamente sconosciuta – basata com’è in buona parte su fotografie
che però tutto sono eccetto che statiche –, sarà perché, tra i molti
bravi attori, Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca
Nappi, Mimosa Campironi, Alberto Di Stasio e il piccolo Tommaso Mercuri
si capisce che “sentono” ciò che recitano… fatto sta che (lo dico da
spettatore, non certo da critico) ho trovato “Pecore in erba” una buona
cosa che si fa perdonare anche un po’ di innegabile lunghezza.
Stefano Jesurum, giornalista
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Time
out - Valori e compromessi |
Quando
in occasione della visita di Rivlin il suo chief of staff, una donna
ortodossa, conformemente alle regole ebraiche, ha evitato di dare la
mano a papa Francesco e non si è inchinata di fronte a lui, si è da più
parti elogiato il gesto del papa di inchinarsi verso la signora come un
atto di grande cortesia e sensibilità. Certamente è così anche se non
stupisce da parte di questo pontefice. C’è però un altro aspetto
sottovalutato e che rappresenta simbolicamente l’incontro fra vari
protocolli, quello delle regole ebraiche dell’halachah e quello
cattolico di rispetto al papa. Nel momento in cui come ebrei ci
confrontiamo con l’altro, manifestando con orgoglio e dignità i nostri
valori, allora è molto più facile ottenere il rispetto dai nostri
interlocutori. Al contrario quando siamo più disponibili ai compromessi
su ciò che per noi è importante diventa più complicato trovare
comprensione su ciò che per noi ha valore.
Daniel Funaro
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In ascolto - Note sotto la succah |
Riempite
la vostra succah di ospiti e sotto le frasche cantate con gioia. Ogni
capanna risuona di melodie dai quattro angoli della terra, melodie
anche molto diverse tra loro, tramandate di generazione in generazione
o composte da autori in epoche e contesti musicali differenti.
Tradizione sefardita, musica chassidica, piyyutim, folk israeliano e
rivisitazioni metal, mizrachi e hip hop, tutti hanno dato il loro
contributo alla celebrazione di succot. Cominciamo da Rabbi Raphael
Antebi Tabbush di Aleppo, Siria (1830-1918) grande studioso della
musica delle comunità ebraiche siriane e autore di oltre 400 pizmonim,
tra cui alcuni ovviamente per succot. Era soprannominato “il ladro”
perché era solito frequentare le feste di matrimonio e altri eventi
importanti del mondo arabo dove prendeva a prestito le melodie, vi
componeva il testo in ebraico e trasformava la canzone popolare in
canti di festa. Il suo primo libro, Shirah Hadashah, uscì ad Aleppo nel
1888. A quanto si dice il suo talento poetico era talmente grande che
anche quando chiacchierava con qualcuno riusciva a creare versi
sull’argomento di discussione.
Maria Teresa Milano
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Madri d'Israele - Yakira |
 Pensate
di avere una passione, uno straordinario talento, una carriera
costellata di successi e traguardi raggiunti. Ora pensate di avere il
privilegio, la sensibilità e l’umanità di utilizzare tutto ciò per fare
del bene al prossimo. Yakira Levi, nata nel 1965 a Rable, una cittadina
situata a metà strada tra in Gerusalemme e Tel Aviv. Sin da piccola
scopre un profondo amore per la musica, comincia a studiarla e
praticarla nell’orchestrina locale per poi, all’età di nove anni,
scegliere il proprio strumento, quello che ancora oggi accompagna le
sue giornate. “Il suono del sax mi ha sempre toccato l’anima, in una
maniera vera e sincera, è stata una sorta di amore a prima vista, o
meglio, a primo ascolto. Mi cimentai da subito con il jazz e con il
classico, scelta che negli anni si rivelò essere molto fortunata.
All’età di sedici anni già davo lezioni private di sassofono, avevo un
mio metodo, chiaro e definito, i miei primi allievi sembravano
apprezzarlo molto”.
David Zebuloni
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Precarietà |
“Non
è Egli il tuo padre, il quale ti fece suo?” (Devarim 32:6). Così
abbiamo letto lo scorso Shabbat in Hazinu, con la cantica finale di
Moshe Rabbenu ad Am Israel a rammentare il passato, ammonire ed
esortare il popolo a tramandare di generazione in generazione gli
eventi accaduti e il dovere morale di rispettare il Patto con D-o.
Kadosh Baruch Hu ci ha fatti nuovamente suoi liberandoci dalla
schiavitù di Egitto, ed ora in Succah ricordiamo la possibilità di
redenzione e di riscatto, in cui dobbiamo credere senza cedere alle
lusinghe di voler tornare indietro verso la schiavitù. Questo mi fa
ricordare l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjöll nell’aprile 2010,
la quale mi ha colto impreparata mentre partecipavo all’ottava edizione
della European Social Science History conference a Gent, in Belgio,
insieme al mio secondo figlio che di lì a pochi giorni avrebbe compiuto
un anno. Che cosa c’entra tutto questo con il viaggio dall’Egitto e i
quarant’anni di vita precaria nel deserto? Forse assolutamente nulla, o
forse sì.
Sara Valentina Di Palma
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Chi va avanti, chi va indietro |
Senza
coraggio, spaventato, sicuramente poco lungimirante e decisamente
pericoloso. Questo è stato il discorso di Abu Mazen ieri all’Onu.
Nessun passo verso la pace, anzi. In quelle parole si nasconde, ma
neanche troppo, un netto arretramento e ritorno al passato. Diciamolo
senza troppi giri di parole: Abu Mazen non è mai stato all’altezza
della situazione, non è mai stato un vero e sincero interlocutore.
Schiacciato dalla pressione di Hamas, da subito non è stato capace di
essere il leader di un popolo che avrebbe un disperato bisogno di una
guida leale e che si batta per una risoluzione di un conflitto atroce;
che percorra una strada fatta sicuramente di sacrifici e di
compromessi, ma che vada verso una pace duratura. Non sono un fan di
Benjamin Netanyahu, ma che si ami o meno la sua politica, ormai da
qualche tempo si sta orientando verso la possibilità di riaprire dei
“negoziati diretti senza precondizioni”
Daniele Regard
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