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1 ottobre 2015 - 18 Tishri 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Jonathan Sacks, rabbino
C'è così tanto da amare nella fede ebraica, ma nel mondo sempre più complesso di oggi a volte per le persone, in particolare per le giovani generazioni, è facile perdere di vista la ragione per cui far parte di questo popolo eterno sia un regalo.
Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
di Gerusalemme
In una delle più imprevedibili alleanze intellettuali del nostro tempo, papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio, capo della Chiesa cattolica apostolica romana, e il sociologo ex-polacco, ex-israeliano, e attualmente britannico, Zygmunt Bauman, richiamano a uno sforzo congiunto di solidarietà umana che trascenda le frontiere nazionali e le classi sociali. Le due proposte hanno in comune una forte progettualità che si regge su due piloni: la critica vigorosa alle ineguaglianze prodotte dall’egoismo dei ricchi a danno dei poveri, e l’esplicita rimessa in discussione della logica storica e politica che ha portato all’attuale ordine geo-politico fondato su frontiere nazionali dettate da interessi del diciannovesimo secolo. Una delle conseguenze meno risolte e meno risolvibili di questi bandi di universalismo – ognuno chiaramente delimitato da una sua propria matrice ideale – è la palese marginalizzazione, se non la negazione, delle identità culturali particolari e diverse. Queste, da un lato, hanno costituito la pietra angolare nella definizione degli stati nazionali, e dall’altro animano nei tempi lunghi la sopravvivenza culturale e comunitaria delle minoranze etniche e religiose all’interno di tali Stati e delle diaspore nazionali o transnazionali distribuite attraverso una molteplicità di paesi. Il tema scottante solo parzialmente oscurato dagli ultimi richiami alla correttezza politica e non più eludibile è se l’Europa, e l’Unione europea al suo centro, debba o sappia conservare un’identità fondamentalmente cristiana, o possa incorporare una forte misura di diversità religiosa, se non di pluralismo, sotto l’impatto dell’islamizzazione intrinseca all’attuale ondata migratoria. La Catalogna da un lato e Baghdadi dall’altro servano da stimolo a una riflessione.
Il popolo ebraico Ë santo e non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo RashÏ KÚrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat, sua famiglia d'origine, un'altra persona). Il popolo ebraico Ë santo e non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo RashÏ KÚrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat, sua famiglia d'origine, un'altra persona).
 
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Il popolo ebraico è santo e non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat, sua famiglia d'origine, un'altra persona).
 
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Onu, le accuse
di Abu Mazen
L’Autorità nazionale palestinese non si sente più “vincolata agli impegni firmati con Israele”. È quanto ha affermato nel suo discorso pronunciato a New York all’Assemblea generale della Nazioni Unite il presidente dell’Anp Abu Mazen, mettendo così in dubbio la validità degli accordi di Oslo stipulati con il governo di Gerusalemme nel 1993. “Fino a che Israele rifiuta di impegnarsi sugli accordi firmati con noi rendendoci un’autorità senza poteri reali e si rifiuta di fermare le attività d’insediamento e di liberare i prigionieri palestinesi, non abbiamo altra scelta”, le accuse del leader palestinese, riportate oggi sulla Stampa. “Proteggeteci”, l’appello poi rivolto all’Onu, nella cui sede è avvenuto ieri il primo alzabandiera palestinese. Come sottolinea il Corriere, Abu Mazen è sempre più debole nei sondaggi in Cisgiordania e la messa in dubbio degli accordi appare come un tentativo di rilanciare la sua posizione ma a che prezzo? Di “parole ingannevoli”, parla il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, il cui discorso è atteso oggi al Palazzo di Vetro. Netanyahu “ha anticipato che smonterà ‘le bugie palestinesi’ sulle intenzioni d’Israele di cambiare lo status quo nei luoghi sacri all’Islam, come la Moschea al-Aqsa, teatro di scontri fin dal luglio scorso. E che ribadirà tutto il suo impegno per la pace” (Corriere).

Israele, nuova tensione. L’Osservatore Romano racconta le tensioni al confine tra Israele e la Striscia di Gaza, seguita al lancio palestinese di un razzo nel territorio di Ashdod, intercettato dall’Iron Dome. Poche ore dopo, l’aviazione israeliana ha colpito quattro postazioni nella Striscia. Il portavoce dell’esercito Peter Lerner ha dichiarato che “Hamas è responsabile di ogni attacco” proveniente dalla zona. Un razzo, lanciato dalla Siria, è esploso ieri anche nelle alture del Golan, senza provocare vittime né danni. Per il momento le autorità israeliane escludono che quest’ultimo fosse un attacco intenzionale e presumono che l’incidente vada ricondotto agli intensi combattimenti in corso da giorni sul versante siriano.

Gelo siriano tra Mosca e Washington. Primi raid aerei della Russia in Siria contro l’Isis ed è già polemica con gli Stati Uniti. Il Cremlino è infatti accusato di aver colpito non solo i miliziani del Califfato ma anche i ribelli che si oppongono al dittatore siriano Bashar Al Assad: sarebbero 27 i civili coinvolti nell’attacco russo, di cui sei bambini. Mosca ha negato con forza, riporta il Corriere della sera, affermando di aver colpito depositi e punti di comando dell’Isis, ma secondo la Casa Bianca alcune bombe sono state lanciate anche su Homs e Hama, città in cui sono concentrate le forze dei ribelli anti-regime. Dopo un apparente apertura tra Washington e Mosca è dunque tornato il gelo: per il presidente russo Putin è necessario “colpire i terroristi lì dove sono” e i suoi uomini appoggeranno l’esercito siriano “solamente nella sua battaglia legittima contro i gruppi terroristici”, ma lo scetticismo americano si riflette nelle parole del ministro della Difesa statunitense Ash Carter, secondo cui l’approccio di Mosca è “come gettare benzina sul fuoco, una strategia destinata a fallire”.
 
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Il popolo ebraico è santo e non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat, sua famiglia d'origine, un'altra persona). Il popolo ebraico è santo e non ha bisogno di leader) o da interessi personali (secondo Rashì Kòrach si sarebbe ribellato dopo che era stato nominato a capo della famiglia di Kehat, sua famiglia d'origine, un'altra persona).
 
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  davar
onu - le minacce del presidente palestinese
La bomba inesplosa di Abbas
In attesa del discorso del premier israeliano Benjamin Netanyahu, analisti e media internazionali si sono concentrati sulla “bomba”, come lui stesso l'aveva definita, lanciata dal leader palestinese Mahmoud Abbas nel suo intervento all'Onu. Parlando di fronte all'Assemblea delle Nazioni Unite a New York, Abbas ha dichiarato che i palestinesi non sono più vincolati agli Accordi di Oslo siglati con Israele (Oslo I nel 1993, Oslo II nel 1995), accusando quest'ultimo di averli continuamente violati. Affermazioni stigmatizzate dal governo israeliano e di cui in realtà non si capiscono gli effetti. “Mentre l'annuncio suona grave, i suoi effetti pratici non sono immediatamente chiari”, il commento del New York Times che riassume le perplessità di molti opinionisti rispetto al discorso del presidente dell'Autorità nazionale palestinese. È stata veramente una bomba? L'interrogativo che accomuna diversi editoriali apparsi sulla stampa israeliana ed estera.
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pecore in erba
Una risata liberatoria e amara
Esce oggi nelle sale italiane Pecore in erba, il primo lungometraggio firmato dal giovane regista romano Alberto Caviglia. Girato come un mockumentary, un finto documentario, Pecore in erba affronta con ironia il tema dell’antisemitismo, seguendo le tracce del protagonista Leonardo Zuliani, ossessionato dall’odio antiebraico. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia per la sezione Orizzonti, il film ha vinto il Premio Arca CinemaGiovani per il Miglior film italiano. Su Pagine Ebraiche di ottobre, attualmente in distribuzione, appare fra l’altro la seguente recensione.

Battesimo del fuoco, e molti applausi sinceri, sul red carpet della settantaduesima Mostra del cinema di Venezia, per le Pecore in erba di Alberto Caviglia.
Quello che pochi mesi fa poteva apparire solo un sogno nel cassetto, il castello in aria di un giovane ebreo romano che sogna di fare il regista, si sta rivelando un fatto nuovo, e importante, nel mondo del cinema italiano. Ma non solo. Si tratta anche di un passo significativo, il cui intento muove dall’interno del mondo degli ebrei italiani e riesce a entrare nell’immaginario collettivo.
Il fatto che la presentazione ufficiale sia così avvenuta proprio il 6 settembre, quando alla cittadinanza si aprivano le porte delle sinagoghe e degli altri luoghi di incontro per celebrare la Giornata europea della cultura ebraica, ha così aggiunto un senso ulteriore a un film che ha visibilmente l’ambizione di ripensare la lotta all’antisemitismo e al pregiudizio. Della sceneggiatura, delle vicende di un giovanotto ossessionato dall’intero catalogo delle demenziali fissazioni antisemite e più in generale dal bisogno di immaginare un nemico nel disperato tentativo di definire la propria fragilissima identità, il lettore è già bene informato grazie alle anticipazioni apparse anche sui nostri notiziari quotidiani. Della irresistibile comicità che il film diretto da Caviglia è capace di sprigionare e soprattutto delle impressioni e delle reazioni del pubblico si comincia invece a parlare giusto adesso e ancora molto, probabilmente, si parlerà nelle prossime settimane, con l’ingresso nel circuito di distribuzione nazionale della pellicola.

Da Pagine Ebraiche, ottobre 2015

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L'intervista ad alberto caviglia
"Il successo delle mie pecore"
“Cosa mi aspetto dall’uscita di Pecore in erba nelle sale? Beh sono principalmente curioso, non riesco davvero a immaginare cosa accadrà. Aspettiamo e vedremo”. Rivela il giusto mix tra tensione, gioia e un pizzico di terrore Alberto Caviglia, regista e sceneggiatore del mockumentary, il finto documentario di ispirazione alleniana, coccolatissimo dai critici all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, nel quale ricostruisce la paradossale vicenda di Leonardo Zuliani, un anti-eroe dai tratti mitologici inquietantemente incensato per il fervente antisemitismo. Classe 1984, Caviglia è alla sua prima prova alla regia. Dopo la laurea in Lettere e Filosofia e la permanenza a New York e Londra per studiare cinema è stato a lungo assistente alla regia di Ferzan Özpetek. Riconoscibile per il witz che si nutre famelicamente di pellicole di Woody Allen e libri di Philip Roth, sul proprio profilo Twitter la sua descrizione cede il posto all’indimenticabile citazione del lamentoso Alexander Portnoy, celebre figlio letterario di Roth: "Questa è la mia vita, la mia unica vita, e la sto vivendo da protagonista di una barzelletta ebraica".

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pecore in erba - la nota del regista
"L'assurdità dell'antisemitismo
si trasforma in commedia"

“Pecore in erba” è un film nato per rispondere a una domanda: esiste ai giorni nostri una nuova chiave per parlare di antisemitismo in modo da coinvolgere e sensibilizzare su un tema così controverso? Un tema così antico e allo stesso tempo costantemente presente nella cultura moderna, che i fatti più recenti, a mio avviso, rendono difficilmente riconoscibile. Per questo con “Pecore in erba” ho voluto provare ad affrontarlo con i toni della satira. Questo film vuole divertire, con un racconto che si fonda su un gioco: il gioco di parole, il gioco d’invenzione, il gioco con la Storia e la cultura popolare. È un divertissement che racconta un ragazzo in crescita e che fa riferimento a territori molto legati allo humor ebraico, come la psicanalisi. Leonardo è un inventore, un personaggio sopra le righe, un “Forrest Gump” che cambia involontariamente la storia. Ho trovato lo spunto per dar vita a questa storia quando ho provato ad immaginare un protagonista antisemita, che per una paradossale situazione non riuscisse mai veramente ad esprimersi ed affermarsi, nonostante la società in cui viveva (una Roma distopica dei giorni nostri) fosse molto antisemita e in cui questo fenomeno non fosse mai realmente condannato.

Alberto Caviglia
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pecore in erba - qui torino
"Il pregiudizio messo a nudo"
Dissacrante, originale e raro, se non unico nel panorama del cinema italiano, arriva questa sera nei cinema di molte città italiane il film “Pecore in erba”, di Alberto Caviglia, reduce dai successi di Venezia, dove ha vinto il Premio Arca Cinema Giovani per il miglior film italiano in concorso. L’uscita nelle sale, dopo un’anteprima romana, è stata salutata con grande successo nelle due anteprime di Milano e di Torino, dove si è visto chiaramente che il mockumentary, ossia il falso documentario, che alterna biografia, interviste e pareri di personaggi noti per fare il punto sull’antisemifobia, piace alla gente, che ride a scena aperta e applaude a lungo alla fine della proiezione il regista Alberto Caviglia e il protagonista Davide Giordano, entrambi in sala alle due anteprime.

(Nell’immagine, il regista Alberto Caviglia, l’attore Davide Giordano e il vicepresidente UCEI Giulio Disegni)
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qui roma
Casherut: tra norme e tradizione
Quattro iniziative, presentate ieri nel giardino del Tempio Maggiore di Roma, unite da una delle pietre miliari della religione ebraica e della sua tradizione culturale: il cibo. Ad aprire l’iniziativa sponsorizzata dalla Regione Lazio, “Il gusto della cultura ebraica – Kosher Expo”, la presentazione del libro ristampato e aggiornato “Beteavon-Buon Appetito” (ed. Gp) che vede la collaborazione del rabbino capo di Roma Riccardo Di Segni. “Questo libro – spiega rav Di Segni – è diviso in due argomenti principali: da una parte spiega le regole sulle quali si fonda l’alimentazione casher, i cui dettami si trovano nella Bibbia e sono stati poi rivisti dalla tradizione rabbinica, mentre dall’altra parte si possono trovare le ricette tipiche della cucina ebraica romana che è stata sicuramente condizionata dal luogo nella quale è fiorita e che non è solo una ricchezza dal punto di vista religioso ma soprattutto da quello antropologico. A fine ‘800 a raccontare i tipici piatti giudaico-romaneschi, per esempio, fu il celebre poeta Crescenzo Del Monte”.

(Nell’immagine Massimo de Meo, rav Riccardo Di Segni e Anna Piperno)

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j-ciak
Benvenuti a Succah City
Vi siete mai chiesti perché la sukkah è così noiosa? Gli anni passano, l’architettura è un calderone in perenne ebollizione eppure ogni Sukkot siamo lì a montare gli stessi pali, gli stessi teli e lo stesso tetto. Tutto nello stesso identico modo. Potenza della tradizione, va bene. Ma soprattutto un’abissale mancanza di fantasia, come suggerisce “Sukkah City” di Jason Hutt. Girato nel 2013, il documentario ripercorre la strepitosa competizione lanciata due anni fa da Joshua Foer – autore del libro “L’arte di ricordare tutto” e fratello dello scrittore Jonathan Safran – per costruire una sukkah contemporanea. Un’impresa impossibile? Al contrario, vedere per credere.
La sfida, che ha coinvolto gruppi e professionisti in tutti gli Stati Uniti, ci mostra come gli elementi tradizionali possono rimescolarsi, con intelligenza e immaginazione, fino a dare a vita a una sukkah diversa. Una sukkah che ancora ci parla dell’instabilità sperimentata dagli ebrei negli anni trascorsi nel deserto, ma ce lo racconta con una sensibilità e un linguaggio nuovi.
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  pilpul
Setirot - Al cinema
Esce oggi nelle sale cinematografiche “Pecore in erba”, mockumentary di Alberto Caviglia, parodia, provocazione, satira, finzione, denuncia, grido/risata contro l’antisemitismo e non solo. Attenzione, non è semplicemente una raccolta – ricca di infiniti Witz, scenette, battute e calembour assolutamente geniali – dei più classici stereotipi antiebraici di “destra” e di “sinistra”, di ieri e di oggi. No. Si tratta di altro, di più. Sarà perché la tecnica di regia è a noi praticamente sconosciuta – basata com’è in buona parte su fotografie che però tutto sono eccetto che statiche –, sarà perché, tra i molti bravi attori, Davide Giordano, Anna Ferruzzo, Omero Antonutti, Bianca Nappi, Mimosa Campironi, Alberto Di Stasio e il piccolo Tommaso Mercuri si capisce che “sentono” ciò che recitano… fatto sta che (lo dico da spettatore, non certo da critico) ho trovato “Pecore in erba” una buona cosa che si fa perdonare anche un po’ di innegabile lunghezza.

Stefano Jesurum, giornalista
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Time out - Valori e compromessi 
Quando in occasione della visita di Rivlin il suo chief of staff, una donna ortodossa, conformemente alle regole ebraiche, ha evitato di dare la mano a papa Francesco e non si è inchinata di fronte a lui, si è da più parti elogiato il gesto del papa di inchinarsi verso la signora come un atto di grande cortesia e sensibilità. Certamente è così anche se non stupisce da parte di questo pontefice. C’è però un altro aspetto sottovalutato e che rappresenta simbolicamente l’incontro fra vari protocolli, quello delle regole ebraiche dell’halachah e quello cattolico di rispetto al papa. Nel momento in cui come ebrei ci confrontiamo con l’altro, manifestando con orgoglio e dignità i nostri valori, allora è molto più facile ottenere il rispetto dai nostri interlocutori. Al contrario quando siamo più disponibili ai compromessi su ciò che per noi è importante diventa più complicato trovare comprensione su ciò che per noi ha valore.

Daniel Funaro
In ascolto - Note sotto la succah
Riempite la vostra succah di ospiti e sotto le frasche cantate con gioia. Ogni capanna risuona di melodie dai quattro angoli della terra, melodie anche molto diverse tra loro, tramandate di generazione in generazione o composte da autori in epoche e contesti musicali differenti. Tradizione sefardita, musica chassidica, piyyutim, folk israeliano e rivisitazioni metal, mizrachi e hip hop, tutti hanno dato il loro contributo alla celebrazione di succot. Cominciamo da Rabbi Raphael Antebi Tabbush di Aleppo, Siria (1830-1918) grande studioso della musica delle comunità ebraiche siriane e autore di oltre 400 pizmonim, tra cui alcuni ovviamente per succot. Era soprannominato “il ladro” perché era solito frequentare le feste di matrimonio e altri eventi importanti del mondo arabo dove prendeva a prestito le melodie, vi componeva il testo in ebraico e trasformava la canzone popolare in canti di festa. Il suo primo libro, Shirah Hadashah, uscì ad Aleppo nel 1888. A quanto si dice il suo talento poetico era talmente grande che anche quando chiacchierava con qualcuno riusciva a creare versi sull’argomento di discussione.

Maria Teresa Milano
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Madri d'Israele - Yakira
Pensate di avere una passione, uno straordinario talento, una carriera costellata di successi e traguardi raggiunti. Ora pensate di avere il privilegio, la sensibilità e l’umanità di utilizzare tutto ciò per fare del bene al prossimo. Yakira Levi, nata nel 1965 a Rable, una cittadina situata a metà strada tra in Gerusalemme e Tel Aviv. Sin da piccola scopre un profondo amore per la musica, comincia a studiarla e praticarla nell’orchestrina locale per poi, all’età di nove anni, scegliere il proprio strumento, quello che ancora oggi accompagna le sue giornate. “Il suono del sax mi ha sempre toccato l’anima, in una maniera vera e sincera, è stata una sorta di amore a prima vista, o meglio, a primo ascolto. Mi cimentai da subito con il jazz e con il classico, scelta che negli anni si rivelò essere molto fortunata. All’età di sedici anni già davo lezioni private di sassofono, avevo un mio metodo, chiaro e definito, i miei primi allievi sembravano apprezzarlo molto”.

David Zebuloni
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Precarietà
“Non è Egli il tuo padre, il quale ti fece suo?” (Devarim 32:6). Così abbiamo letto lo scorso Shabbat in Hazinu, con la cantica finale di Moshe Rabbenu ad Am Israel a rammentare il passato, ammonire ed esortare il popolo a tramandare di generazione in generazione gli eventi accaduti e il dovere morale di rispettare il Patto con D-o. Kadosh Baruch Hu ci ha fatti nuovamente suoi liberandoci dalla schiavitù di Egitto, ed ora in Succah ricordiamo la possibilità di redenzione e di riscatto, in cui dobbiamo credere senza cedere alle lusinghe di voler tornare indietro verso la schiavitù. Questo mi fa ricordare l’eruzione del vulcano islandese Eyjafjöll nell’aprile 2010, la quale mi ha colto impreparata mentre partecipavo all’ottava edizione della European Social Science History conference a Gent, in Belgio, insieme al mio secondo figlio che di lì a pochi giorni avrebbe compiuto un anno. Che cosa c’entra tutto questo con il viaggio dall’Egitto e i quarant’anni di vita precaria nel deserto? Forse assolutamente nulla, o forse sì.

Sara Valentina Di Palma
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Chi va avanti, chi va indietro
Senza coraggio, spaventato, sicuramente poco lungimirante e decisamente pericoloso. Questo è stato il discorso di Abu Mazen ieri all’Onu. Nessun passo verso la pace, anzi. In quelle parole si nasconde, ma neanche troppo, un netto arretramento e ritorno al passato. Diciamolo senza troppi giri di parole: Abu Mazen non è mai stato all’altezza della situazione, non è mai stato un vero e sincero interlocutore. Schiacciato dalla pressione di Hamas, da subito non è stato capace di essere il leader di un popolo che avrebbe un disperato bisogno di una guida leale e che si batta per una risoluzione di un conflitto atroce; che percorra una strada fatta sicuramente di sacrifici e di compromessi, ma che vada verso una pace duratura. Non sono un fan di Benjamin Netanyahu, ma che si ami o meno la sua politica, ormai da qualche tempo si sta orientando verso la possibilità di riaprire dei “negoziati diretti senza precondizioni”

Daniele Regard
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