
Elia Richetti,
rabbino
|
Il
Midràsh Rabbà riporta che Rabbì Akivà, osservando che durante la sua
lezione alcuni allievi si appisolavano, fece questa affermazione: “Come
mai Estèr ha regnato su centoventisette province? Siccome era la
pronipote di Sara, che ha vissuto centoventisette anni (come dice la
Parashà), regni su centoventisette province!”. È difficile pensare che
questo midràsh di Rabbì Akivà avesse il potere di svegliare il
pubblico; ed è ancora più difficile immaginare quale nesso volesse
trovare Rabbì Akivà tra la vita di Sara e le province del regno di
Persia e Media. Evidentemente, Estèr ha potuto regnare (e quindi essere
causa di salvezza!) grazie alla vita di Sara.
|
|
Leggi
|
Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
|
Diffido
in generale di quegli individui che menzionano “gli ebrei” come
sostantivo plurale. Se Carlo Tavecchio, il presidente della
Federcalcio, ha veramente detto quello che gli è stato attribuito (“Non
ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada”), deve andarsene
immediatamente e sparire per sempre. Si ricordi Tavecchio che la
gigantesca greppia del calcio alla quale pure lui ha attinto
generosamente deve non poco ai proventi del Totocalcio che, vedi caso,
è stato inventato e introdotto in Italia da un ebreo, e subito dopo è
stato nazionalizzato dallo Stato. Ma assieme al disgusto nei confronti
dell’ignorante antisemita, va anche rifiutata la posizione di quei noti
esponenti del mondo ebraico che hanno detto che a Tavecchio va
riconosciuta l’attenuante di essere stato amichevole nei confronti
della Federcalcio israeliana. In nessun modo è tollerabile il principio
dello scambio fra filoisraelismo e antisemitismo. La schiera dei
sostenitori di Israele non può e non deve diventare un covo di
imbecilli. Meglio soli che male accompagnati.
|
 |
Schianto nel Sinai,
è terrorismo
|
Dopo
giorni di indagini appare sempre più verosimile che a provocare lo
schianto dell’aereo russo nel deserto del Sinai sia stato un attentato
terroristico. “Potrebbe essere stata l’Isis”, dice la Cia. Le fonti di
intelligence hanno inoltre reso noto che nel periodo immediatamente
precedente vi sarebbe stato un aumento di comunicazioni sospette nella
regione.
Appare quindi plausibile un cambio di strategia per il Califfato, che
per il primo aereo civile abbattuto potrebbe essersi impossessato (a
riportarlo è La Stampa) dei miniesplosivi ad alto potenziale
dell’ingegnere di Al Qaeda, Ibrahim al-Asiri. Sulla carta Isis e Al
Qaeda sono in competizione – scrive Maurizio Molinari – ma proprio la
guerra in Siria, i recenti appelli di Ayman al-Zawahiri, successore di
Osama Bin Laden, all’unità dei jihadisti contro Usa e Russia e la
decomposizione dello Yemen “consentono di ipotizzare che il terrorista
saudita più ricercato del pianeta sia passato, da solo o con degli
allievi, al servizio del Califfato”.
In attesa di ulteriori chiarimenti sulla vicenda, ieri sera il governo
britannico ha annunciato la sospensione di tutti i voli da Londra a
Sharm el-Sheikh (da lì era decollato l’aereo MetroJet con a bordo 224
passeggeri), proprio alla vigilia dei colloqui previsti oggi fra il
primo ministro Cameron e il presidente egiziano al-Sisi. Sulla Stampa
si parla inoltre delle “zone proibite”per le grandi compagnie aeree a
causa del rischio di attentati terroristici, con bombe o missili. Un
nuovo assetto dei cieli mediorientali nato per l’impatto dei conflitti
locali e l’estensione dei territori controllati dai jihadisti, che ha
visto Israele e i suoi scali diventare un corridoio sempre più
importante.
Tavecchio: “Sono tranquillo”.
Si è detto “tranquillo” il presidente della Federcalcio Carlo
Tavecchio, al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni
antisemite, omofobe e razziste, nella sua prima uscita ufficiale dopo
l’ennesimo passo falso. Nell’occasione ha incontrato e avuto un breve
confronto con il presidente del Coni Giovanni Malagò. Il quale ha
condiviso il pensiero del presidente del Consiglio Matteo Renzi
definendo le frasi di Tavecchio “inaccettabili, da censurare e
biasimare”. Ma ha anche affermato: “Non sta a me chiedergli di non
ricandidarsi”. Ad esprimersi sul caso Tavecchio è anche l’ex calciatore
Lilian Thuram, intervistato dal Corriere: “Mi chiedo come è possibile
che il presidente del calcio italiano sia qualcuno che disprezza gli
altri. Forse se nessuno lo obbliga ad andarsene, è perché le sue
dichiarazioni non sono giudicate poi così gravi e il sistema lo
tollera”.
Sempre il Corriere ospita un fondo di Pierluigi Battista. Scrive il
giornalista: “Ma davvero non vi fa un po’ impressione, non alimenta in
voi un senso di scoramento, non genera un po’ di orgoglio nazionale
offeso il fatto che al vertice della Federazione italiana del calcio
sieda uno che fa battute sugli ‘ebreacci’, che offende in pubblico i
giocatori di colore, che disprezza le donne con motti che nemmeno nelle
osterie malfamate, che snocciola sciocchezze sugli omosessuali?”. Una
domanda rivolta a “tutto l’establishment politico-sportivo che sul caso
Tavecchio fa finta di niente, o minimizza, preferisce il silenzio
omertoso”, alla società civile “mai tanto silente”, al governo e alle
istituzioni.
|
|
Leggi
|
|
|
qui milano - l'iniziativa a palazzo marino
Nel nome di Yitzhak Rabin
Il
coraggio di intraprendere la via più difficile, di scegliere la strada
più impervia per provare a cambiare il presente. A distanza di
vent’anni dal suo assassinio, sembra essere questo uno degli
insegnamenti più significativi del Primo ministro israeliano Yitzhak
Rabin, assassinato il 4 novembre 1995 da un estremista ebreo. Una
figura diventata simbolo della speranza di una pace possibile tra
israeliani e palestinesi, e di cui nelle scorse ore l’Italia ebraica ha
commemorato la memoria. Tante infatti le iniziative, da Roma a Milano,
dedicate al ricordo di Rabin. Nella Capitale, la Comunità ha riunito
gli studenti della scuola ebraica per condividere un momento di
riflessione mentre a Milano, nel significativo contesto di Palazzo
Marino, è stata organizzata da Sinistra per Israele una maratona
oratoria in memoria di Rabin. Alla presenza del vicepresidente
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach, sono state
molte le voci che hanno voluto ricordare il premio Nobel per la pace
israeliano – tra cui i presidenti della Comunità milanese Milo Hasbani
e Raffaele Besso – attraverso le sue parole o delle persone che a lui
furono vicine. Per dare un segnale concreto, ha ricordato in apertura
il Consigliere comunale di Milano Ruggero Gabbai portando i saluti del
sindaco Giuliano Pisapia, è stata presentata in sede consigliare una
mozione per dedicare un luogo della città a Yitzhak Rabin. “Il nostro
auspicio è che proprio in memoria della strada tracciata da Rabin, si
ritorni al dialogo tra israeliani e palestinesi”, ha affermato il
giornalista Stefano Jesurum, a cui è stata affidata la conduzione della
serata e che in apertura ha ringraziato il disegnatore Giorgio
Albertini per l’organizzazione dell’evento.
Leggi
|
verso il cinquantenario
Firenze, l'alluvione, la sinagoga
Una nuova testimonianza
Venerdì
4 novembre 1966. Sono le prime ore del mattino quando l’Arno straripa e
si riversa su tutta Firenze portando con sé lutti e devastazioni
incommensurabili. Metri e metri di acqua in Oltrarno, nel centro
storico, nelle aree limitrofe. Tra i quartieri più colpiti quello che
ospita l’ottocentesca sinagoga cittadina, simbolo dell’emancipazione
ebraica post-risorgimentale. A testimoniarlo anche la straordinaria
fotografia che Andrea Belgrado ha voluto condividere con la redazione
di Pagine Ebraiche, scattata all’incrocio tra via Farini e via dei
Pilastri, a pochi metri dall’ingresso del Tempio. Alcune centinaia i
volumi che fanno parte del patrimonio librario della Comunità ebraica
fiorentina danneggiati in quella drammatica circostanza, che mosse alla
solidarietà il mondo intero. Tra un anno, nel Cinquantenario, gli
stessi faranno ritorno a Firenze per una grande mostra organizzata su
iniziativa della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia e
della Biblioteca Nazionale.
|
qui roma
I Ragazzi di via Panisperna,
un mito torna a rivivere
Dopo
più di settant’anni, la palazzina dove i Ragazzi di via Panisperna
rivoluzionarono la fisica tornerà ad ospitare la scienza. Un destino,
quello del gruppo di studiosi, che venne spezzato dalla promulgazione
delle leggi razziste a causa delle quali i principali protagonisti,
Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo e il professore Enrico Fermi, sposato
con una donna ebrea, dovettero lasciare il paese proseguendo le proprie
ricerche all’estero. “Inaugureremo la palazzina, che venne
successivamente inglobata dal ministero degli Interni, il prossimo
febbraio. Ospiterà il museo storico e il centro di ricerche dedicato ad
Enrico Fermi, assumendo da subito una valenza internazionale che darà
lustro al nostro Paese” annuncia Athos de Luca, presidente del Comitato
Panisperna, aprendo i lavori della ventesima “Conferenza Enrico Fermi”
dedicata alla vita e alle opere di Ettore Majorana (presenti tra gli
altri il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Stefania Giannini, il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di
Roma “La Sapienza” Eugenio Gaudio e il responsabile scientifico del
Comitato Panisperna Bruno Maraviglia).
Leggi
|
Qui parigi - prix femina
Boltanski: "La mia famiglia
e una casa per la Memoria"
Quella
della famiglia Boltanski è “la storia di un confinamento, di una
famiglia che vive – non reclusa – ma coesa in un appartamento, i cui
legami sono cementati dalla paura ma che cerca anche di ricreare il suo
mondo, un mondo in cui ci sono anche degli elementi di libertà e di
gioia”. Così la racconta Christophe Boltanski, giornalista, nel suo
primo romanzo: La cache (che
in italiano significa “il nascondiglio”), volume pubblicato da Stock
cui è stato attribuito ieri il Prix Femina, lo storico premio
letterario francese assegnato ogni anno da una giuria esclusivamente al
femminile. Il nascondiglio è quella stanza letteralmente tra le mura di
casa grazie alla quale si salvò suo nonno, medico ebreo perseguitato
durante la Seconda guerra mondiale. Le tre generazioni che lo hanno
accompagnato e poi seguito, portatrici ancora dei segni della vita in
quella casa, sono tutte legate agli ambienti dell’élite culturale
francese, così come la figura di Claude Lévi-Strauss, illustre
antropologo, psicologo e politologo la cui dettagliatissima biografia Lévi-Strauss (Flammarion) scritta dalla storica Emmanuelle Loyer ha ottenuto il riconoscimento per la saggistica.
Leggi
|
qui roma Ponti di carta, ponti di libertà
È
un lungo e travagliato percorso quello che a cavallo tra Otto e
Novecento porterà alcune minoranze, tra cui quella ebraica, alla
conquista di libertà, diritti, cittadinanza. Un percorso segnato da
alcuni snodi significativi, che daranno forza e confermeranno la
necessità di questa aspirazione, ma anche da terribili prove che
metteranno a rischio un’intera comunità e i valori fondamentali delle
società democratiche. Questo il tema del trittico di iniziative “Un
ponte di carta tra emancipazione e liberazione (1848-1948)”,
organizzato dalla professoressa Marisa Patulli Trythall (associazione
culturale sound’s good) con il supporto di Rai Storia e Confronti. La
seconda tappa del progetto, ospitata ieri a Roma tra Camera dei
deputati (aula dei gruppi parlamentari) e Senato della Repubblica
(palazzo Giustiniani) e moderata in alcune sue sessioni dalla redazione
di Pagine Ebraiche, è stata disseminata di molteplici spunti in tal
senso. Leggi
|
jciak
Yitzhak Rabin si racconta
Le
sue immagini, le sue parole. Se vogliamo ricordare Rabin, al di là
delle retoriche, non ci resta che tornare lì: ai suoi sorrisi misurati,
ai suoi silenzi, ai dubbi e alla speranza di pace. A guidarci in questo
viaggio è il regista israeliano Erez Laufer, che in “Rabin in His Own
Words” ci regala un intenso e secco ritratto dello statista ucciso il 4
novembre di vent’anni fa a Tel Aviv. Premiato come miglior documentario
al Festival di Haifa e da ieri in programmazione negli Stati Uniti, il
film combina rari materiali d’archivio, girati di famiglia, lettere per
comporre un’appassionata autobiografia di Rabin, dall’infanzia alla
morte.
Daniela Gross
Leggi
|
Setirot
- Yitzhak Rabin
|
Durante
la “Maratona per Yitzhak Rabin” – promossa da Sinistra per Israele nel
ventennale dell’assassinio del premier israeliano – ieri sera è stata
annunciata l’intitolazione di un luogo pubblico a suo nome da parte del
Comune di Milano. Poi letture, note e sentimenti hanno dato vita a un
intenso momento di memoria. Ho avuto l’onore di condurre questa
“maratona”, e ho scelto di leggere un articolo di Amos Oz pubblicato
nel 2005. Eccolo. “Yitzhak Rabin era un uomo riservatissimo. Faceva
davvero fatica a irradiare calore umano. In lui c’era un che di austero
da scienziato, e nulla della faciloneria del politico. Niente pacche
sulle spalle, niente baci ai bambini, niente eccellenti battute. Una
volta alla settimana – o giù di lì – un mezzo sorriso, e mai una sonora
risata. Era certo facile da rispettare ma molto difficile da amare,
eppure gli ho voluto ugualmente bene. Benché non da subito. [...]"
Stefano Jesurum, giornalista
Leggi
|
|
Time
out -Yitzhak Rabin |
Il
ricordo di Rabin dovrebbe essere di tutti. Senza strumentalizzazioni o
ideologie. Perché quando viene ucciso un Primo ministro israeliano non
ci possono essere divisioni e non spetta a nessuno utilizzare la sua
figura per il dibattito politico odierno. Bisogna solo imparare dagli
errori e lavorare affinché nella democrazia israeliana certi episodi
non debbano ripetersi.
Daniel Funaro
|
|
In ascolto - Yitzhak Rabin |
4
novembre 1995. Yitzhak Rabin viene ucciso in piazza Malkhei Israel a
Tel Aviv. Nella tasca interna della sua giacca viene trovato un foglio
imbrattato di sangue, è il testo di un brano conosciuto, Shir Lashalom,
canzone di bandiera del 1969 di Miri Aloni e della band militare
Lehakat Hanahal. Il Primo Ministro quella sera, vincendo la sua
timidezza, aveva afferrato il microfono e insieme a Miri aveva dato la
propria voce al sogno di pace che stava cercando di perseguire con
tutto se stesso. Anche la folla si era unita al canto. Sul palco era
presente una giovane Achinoam Nini, che racconterà: “Doveva essere uno
dei momenti più felici della mia vita, centinaia di migliaia di persone
erano uscite per incoraggiare Rabin nel suo progetto di pace, ma il
sogno è stato cancellato da un pazzo assassino. Ero scioccata,
terrorizzata. Penso di non essermi mai ripresa. Ho giurato a me stessa
che, anche a costo di rovinare la mia carriera, avrei portato io la
torcia che era caduta dalla sua mano in quella notte orribile”. E così
è stato. Achinoam Nini, al secolo Noa, ha portato avanti il suo impegno
attraverso la musica in molte situazioni diverse e non solo con la
celebre “Shalom shalom”, più volte eseguita insieme alla cantante
palestinese Mira Awad.
Maria Teresa Milano
Leggi
|
|
|
Yitzhak Rabin |
L’assassinio
di Rabin nel novembre 1995 fu un trauma profondo nella coscienza di sé
di Israele e degli ebrei della Diaspora. Rivelò un substrato di
fanatismo, di predicazione della violenza, di avversione ostinata alla
coesistenza fra Israele e i palestinesi le cui radici sono in una
concezione deformante, seppur minoritaria, dell’ebraismo che mitizza la
sacralità della terra di Israele, che fa dei luoghi sacri e delle tombe
degli avi oggetti di culto e riserva quella terra al possesso esclusivo
degli ebrei. In quei giorni del 1995 scoprimmo che l’integralismo –
sottovalutato, coperto, anche dopo la strage di musulmani in preghiera
nella moschea di Hebron nel 1994 – non era soltanto un nemico esterno –
l’Islam fondamentalista, l’induismo militante o le chiese evangeliche
negli Stati Uniti – ma un qualcosa che abitava nelle nostre case. Anche
nella terra di Israele si poteva uccidere nel nome di Dio, arrogandosi
con insolenza scellerata una missione trascendente.
Giorgio Gomel
Leggi
|
|
|
|