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5 novembre 2015 - 23 Cheshvan 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav


Elia Richetti,
rabbino
Il Midràsh Rabbà riporta che Rabbì Akivà, osservando che durante la sua lezione alcuni allievi si appisolavano, fece questa affermazione: “Come mai Estèr ha regnato su centoventisette province? Siccome era la pronipote di Sara, che ha vissuto centoventisette anni (come dice la Parashà), regni su centoventisette province!”. È difficile pensare che questo midràsh di Rabbì Akivà avesse il potere di svegliare il pubblico; ed è ancora più difficile immaginare quale nesso volesse trovare Rabbì Akivà tra la vita di Sara e le province del regno di Persia e Media. Evidentemente, Estèr ha potuto regnare (e quindi essere causa di salvezza!) grazie alla vita di Sara.
 
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Sergio
Della Pergola,
Università
Ebraica
Di Gerusalemme
Diffido in generale di quegli individui che menzionano “gli ebrei” come sostantivo plurale. Se Carlo Tavecchio, il presidente della Federcalcio, ha veramente detto quello che gli è stato attribuito (“Non ho niente contro gli ebrei, ma meglio tenerli a bada”), deve andarsene immediatamente e sparire per sempre. Si ricordi Tavecchio che la gigantesca greppia del calcio alla quale pure lui ha attinto generosamente deve non poco ai proventi del Totocalcio che, vedi caso, è stato inventato e introdotto in Italia da un ebreo, e subito dopo è stato nazionalizzato dallo Stato. Ma assieme al disgusto nei confronti dell’ignorante antisemita, va anche rifiutata la posizione di quei noti esponenti del mondo ebraico che hanno detto che a Tavecchio va riconosciuta l’attenuante di essere stato amichevole nei confronti della Federcalcio israeliana. In nessun modo è tollerabile il principio dello scambio fra filoisraelismo e antisemitismo. La schiera dei sostenitori di Israele non può e non deve diventare un covo di imbecilli. Meglio soli che male accompagnati.
Schianto nel Sinai,
è terrorismo
Dopo giorni di indagini appare sempre più verosimile che a provocare lo schianto dell’aereo russo nel deserto del Sinai sia stato un attentato terroristico. “Potrebbe essere stata l’Isis”, dice la Cia. Le fonti di intelligence hanno inoltre reso noto che nel periodo immediatamente precedente vi sarebbe stato un aumento di comunicazioni sospette nella regione.
Appare quindi plausibile un cambio di strategia per il Califfato, che per il primo aereo civile abbattuto potrebbe essersi impossessato (a riportarlo è La Stampa) dei miniesplosivi ad alto potenziale dell’ingegnere di Al Qaeda, Ibrahim al-Asiri. Sulla carta Isis e Al Qaeda sono in competizione – scrive Maurizio Molinari – ma proprio la guerra in Siria, i recenti appelli di Ayman al-Zawahiri, successore di Osama Bin Laden, all’unità dei jihadisti contro Usa e Russia e la decomposizione dello Yemen “consentono di ipotizzare che il terrorista saudita più ricercato del pianeta sia passato, da solo o con degli allievi, al servizio del Califfato”.
In attesa di ulteriori chiarimenti sulla vicenda, ieri sera il governo britannico ha annunciato la sospensione di tutti i voli da Londra a Sharm el-Sheikh (da lì era decollato l’aereo MetroJet con a bordo 224 passeggeri), proprio alla vigilia dei colloqui previsti oggi fra il primo ministro Cameron e il presidente egiziano al-Sisi. Sulla Stampa si parla inoltre delle “zone proibite”per le grandi compagnie aeree a causa del rischio di attentati terroristici, con bombe o missili. Un nuovo assetto dei cieli mediorientali nato per l’impatto dei conflitti locali e l’estensione dei territori controllati dai jihadisti, che ha visto Israele e i suoi scali diventare un corridoio sempre più importante.

Tavecchio: “Sono tranquillo”. Si è detto “tranquillo” il presidente della Federcalcio Carlo Tavecchio, al centro delle polemiche per le sue dichiarazioni antisemite, omofobe e razziste, nella sua prima uscita ufficiale dopo l’ennesimo passo falso. Nell’occasione ha incontrato e avuto un breve confronto con il presidente del Coni Giovanni Malagò. Il quale ha condiviso il pensiero del presidente del Consiglio Matteo Renzi definendo le frasi di Tavecchio “inaccettabili, da censurare e biasimare”. Ma ha anche affermato: “Non sta a me chiedergli di non ricandidarsi”. Ad esprimersi sul caso Tavecchio è anche l’ex calciatore Lilian Thuram, intervistato dal Corriere: “Mi chiedo come è possibile che il presidente del calcio italiano sia qualcuno che disprezza gli altri. Forse se nessuno lo obbliga ad andarsene, è perché le sue dichiarazioni non sono giudicate poi così gravi e il sistema lo tollera”.
Sempre il Corriere ospita un fondo di Pierluigi Battista. Scrive il giornalista: “Ma davvero non vi fa un po’ impressione, non alimenta in voi un senso di scoramento, non genera un po’ di orgoglio nazionale offeso il fatto che al vertice della Federazione italiana del calcio sieda uno che fa battute sugli ‘ebreacci’, che offende in pubblico i giocatori di colore, che disprezza le donne con motti che nemmeno nelle osterie malfamate, che snocciola sciocchezze sugli omosessuali?”. Una domanda rivolta a “tutto l’establishment politico-sportivo che sul caso Tavecchio fa finta di niente, o minimizza, preferisce il silenzio omertoso”, alla società civile “mai tanto silente”, al governo e alle istituzioni.
 
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  davar
qui milano - l'iniziativa a palazzo marino
Nel nome di Yitzhak Rabin
Il coraggio di intraprendere la via più difficile, di scegliere la strada più impervia per provare a cambiare il presente. A distanza di vent’anni dal suo assassinio, sembra essere questo uno degli insegnamenti più significativi del Primo ministro israeliano Yitzhak Rabin, assassinato il 4 novembre 1995 da un estremista ebreo. Una figura diventata simbolo della speranza di una pace possibile tra israeliani e palestinesi, e di cui nelle scorse ore l’Italia ebraica ha commemorato la memoria. Tante infatti le iniziative, da Roma a Milano, dedicate al ricordo di Rabin. Nella Capitale, la Comunità ha riunito gli studenti della scuola ebraica per condividere un momento di riflessione mentre a Milano, nel significativo contesto di Palazzo Marino, è stata organizzata da Sinistra per Israele una maratona oratoria in memoria di Rabin. Alla presenza del vicepresidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Roberto Jarach, sono state molte le voci che hanno voluto ricordare il premio Nobel per la pace israeliano – tra cui i presidenti della Comunità milanese Milo Hasbani e Raffaele Besso – attraverso le sue parole o delle persone che a lui furono vicine. Per dare un segnale concreto, ha ricordato in apertura il Consigliere comunale di Milano Ruggero Gabbai portando i saluti del sindaco Giuliano Pisapia, è stata presentata in sede consigliare una mozione per dedicare un luogo della città a Yitzhak Rabin. “Il nostro auspicio è che proprio in memoria della strada tracciata da Rabin, si ritorni al dialogo tra israeliani e palestinesi”, ha affermato il giornalista Stefano Jesurum, a cui è stata affidata la conduzione della serata e che in apertura ha ringraziato il disegnatore Giorgio Albertini per l’organizzazione dell’evento.
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verso il cinquantenario 
Firenze, l'alluvione, la sinagoga
Una nuova testimonianza 

Venerdì 4 novembre 1966. Sono le prime ore del mattino quando l’Arno straripa e si riversa su tutta Firenze portando con sé lutti e devastazioni incommensurabili. Metri e metri di acqua in Oltrarno, nel centro storico, nelle aree limitrofe. Tra i quartieri più colpiti quello che ospita l’ottocentesca sinagoga cittadina, simbolo dell’emancipazione ebraica post-risorgimentale. A testimoniarlo anche la straordinaria fotografia che Andrea Belgrado ha voluto condividere con la redazione di Pagine Ebraiche, scattata all’incrocio tra via Farini e via dei Pilastri, a pochi metri dall’ingresso del Tempio. Alcune centinaia i volumi che fanno parte del patrimonio librario della Comunità ebraica fiorentina danneggiati in quella drammatica circostanza, che mosse alla solidarietà il mondo intero. Tra un anno, nel Cinquantenario, gli stessi faranno ritorno a Firenze per una grande mostra organizzata su iniziativa della Fondazione per i Beni Culturali Ebraici in Italia e della Biblioteca Nazionale.

qui roma
I Ragazzi di via Panisperna,
un mito torna a rivivere

Dopo più di settant’anni, la palazzina dove i Ragazzi di via Panisperna rivoluzionarono la fisica tornerà ad ospitare la scienza. Un destino, quello del gruppo di studiosi, che venne spezzato dalla promulgazione delle leggi razziste a causa delle quali i principali protagonisti, Emilio Segrè, Bruno Pontecorvo e il professore Enrico Fermi, sposato con una donna ebrea, dovettero lasciare il paese proseguendo le proprie ricerche all’estero. “Inaugureremo la palazzina, che venne successivamente inglobata dal ministero degli Interni, il prossimo febbraio. Ospiterà il museo storico e il centro di ricerche dedicato ad Enrico Fermi, assumendo da subito una valenza internazionale che darà lustro al nostro Paese” annuncia Athos de Luca, presidente del Comitato Panisperna, aprendo i lavori della ventesima “Conferenza Enrico Fermi” dedicata alla vita e alle opere di Ettore Majorana (presenti tra gli altri il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, il Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” Eugenio Gaudio e il responsabile scientifico del Comitato Panisperna Bruno Maraviglia).
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Qui parigi - prix femina
Boltanski: "La mia famiglia
e una casa per la Memoria"

Quella della famiglia Boltanski è “la storia di un confinamento, di una famiglia che vive – non reclusa – ma coesa in un appartamento, i cui legami sono cementati dalla paura ma che cerca anche di ricreare il suo mondo, un mondo in cui ci sono anche degli elementi di libertà e di gioia”. Così la racconta Christophe Boltanski, giornalista, nel suo primo romanzo: La cache (che in italiano significa “il nascondiglio”), volume pubblicato da Stock cui è stato attribuito ieri il Prix Femina, lo storico premio letterario francese assegnato ogni anno da una giuria esclusivamente al femminile. Il nascondiglio è quella stanza letteralmente tra le mura di casa grazie alla quale si salvò suo nonno, medico ebreo perseguitato durante la Seconda guerra mondiale. Le tre generazioni che lo hanno accompagnato e poi seguito, portatrici ancora dei segni della vita in quella casa, sono tutte legate agli ambienti dell’élite culturale francese, così come la figura di Claude Lévi-Strauss, illustre antropologo, psicologo e politologo la cui dettagliatissima biografia Lévi-Strauss (Flammarion) scritta dalla storica Emmanuelle Loyer ha ottenuto il riconoscimento per la saggistica.
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qui modena
L'eccezionalità nella regola
Ai giorni nostri si ha l’impressione, nella società in generale e in particolare nel mondo ebraico, che la vita sociale sia una corsa da un “grande evento” a un altro (festival, olimpiadi, inaugurazioni varie) e ogni momento per essere importante deve essere fuori dalla normale regola ed eclatante sul piano della visibilità. Nel mondo dell’halakhah (la legge ebraica) troviamo invece un’indicazione diversa sugli eventi della vita e il loro svolgersi nella comunità. La regola sulla precedenza di un avvenimento su di un altro recita “Tadir vesheno tadir, tadir kodem”. Tra due eventi, uno frequente e l’altro eccezionale, la precedenza va a quello normale e frequente.

Beniamino Goldstein, rabbino capo di Modena e Reggio Emilia

Italia Ebraica, novembre 2015

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qui roma
Ponti di carta, ponti di libertà
È un lungo e travagliato percorso quello che a cavallo tra Otto e Novecento porterà alcune minoranze, tra cui quella ebraica, alla conquista di libertà, diritti, cittadinanza. Un percorso segnato da alcuni snodi significativi, che daranno forza e confermeranno la necessità di questa aspirazione, ma anche da terribili prove che metteranno a rischio un’intera comunità e i valori fondamentali delle società democratiche. Questo il tema del trittico di iniziative “Un ponte di carta tra emancipazione e liberazione (1848-1948)”, organizzato dalla professoressa Marisa Patulli Trythall (associazione culturale sound’s good) con il supporto di Rai Storia e Confronti. La seconda tappa del progetto, ospitata ieri a Roma tra Camera dei deputati (aula dei gruppi parlamentari) e Senato della Repubblica (palazzo Giustiniani) e moderata in alcune sue sessioni dalla redazione di Pagine Ebraiche, è stata disseminata di molteplici spunti in tal senso.
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jciak
Yitzhak Rabin si racconta
Le sue immagini, le sue parole. Se vogliamo ricordare Rabin, al di là delle retoriche, non ci resta che tornare lì: ai suoi sorrisi misurati, ai suoi silenzi, ai dubbi e alla speranza di pace. A guidarci in questo viaggio è il regista israeliano Erez Laufer, che in “Rabin in His Own Words” ci regala un intenso e secco ritratto dello statista ucciso il 4 novembre di vent’anni fa a Tel Aviv. Premiato come miglior documentario al Festival di Haifa e da ieri in programmazione negli Stati Uniti, il film combina rari materiali d’archivio, girati di famiglia, lettere per comporre un’appassionata autobiografia di Rabin, dall’infanzia alla morte.

Daniela Gross
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  pilpul
Setirot - Yitzhak Rabin
Durante la “Maratona per Yitzhak Rabin” – promossa da Sinistra per Israele nel ventennale dell’assassinio del premier israeliano – ieri sera è stata annunciata l’intitolazione di un luogo pubblico a suo nome da parte del Comune di Milano. Poi letture, note e sentimenti hanno dato vita a un intenso momento di memoria. Ho avuto l’onore di condurre questa “maratona”, e ho scelto di leggere un articolo di Amos Oz pubblicato nel 2005. Eccolo. “Yitzhak Rabin era un uomo riservatissimo. Faceva davvero fatica a irradiare calore umano. In lui c’era un che di austero da scienziato, e nulla della faciloneria del politico. Niente pacche sulle spalle, niente baci ai bambini, niente eccellenti battute. Una volta alla settimana – o giù di lì – un mezzo sorriso, e mai una sonora risata. Era certo facile da rispettare ma molto difficile da amare, eppure gli ho voluto ugualmente bene. Benché non da subito. [...]"

Stefano Jesurum, giornalista
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Time out -Yitzhak Rabin
Il ricordo di Rabin dovrebbe essere di tutti. Senza strumentalizzazioni o ideologie. Perché quando viene ucciso un Primo ministro israeliano non ci possono essere divisioni e non spetta a nessuno utilizzare la sua figura per il dibattito politico odierno. Bisogna solo imparare dagli errori e lavorare affinché nella democrazia israeliana certi episodi non debbano ripetersi.
 
Daniel Funaro


In ascolto - Yitzhak Rabin
4 novembre 1995. Yitzhak Rabin viene ucciso in piazza Malkhei Israel a Tel Aviv. Nella tasca interna della sua giacca viene trovato un foglio imbrattato di sangue, è il testo di un brano conosciuto, Shir Lashalom, canzone di bandiera del 1969 di Miri Aloni e della band militare Lehakat Hanahal. Il Primo Ministro quella sera, vincendo la sua timidezza, aveva afferrato il microfono e insieme a Miri aveva dato la propria voce al sogno di pace che stava cercando di perseguire con tutto se stesso. Anche la folla si era unita al canto. Sul palco era presente una giovane Achinoam Nini, che racconterà: “Doveva essere uno dei momenti più felici della mia vita, centinaia di migliaia di persone erano uscite per incoraggiare Rabin nel suo progetto di pace, ma il sogno è stato cancellato da un pazzo assassino. Ero scioccata, terrorizzata. Penso di non essermi mai ripresa. Ho giurato a me stessa che, anche a costo di rovinare la mia carriera, avrei portato io la torcia che era caduta dalla sua mano in quella notte orribile”. E così è stato. Achinoam Nini, al secolo Noa, ha portato avanti il suo impegno attraverso la musica in molte situazioni diverse e non solo con la celebre “Shalom shalom”, più volte eseguita insieme alla cantante palestinese Mira Awad.

Maria Teresa Milano
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L'importanza dei nomi 
Una conoscente mi ha mandato il link per acquistare online il suo ultimo libro pubblicato in Gran Bretagna, con l’avvertenza di non cercare il testo per autore, ma inserendo il titolo, perché sul sito internet l’autrice compare con il nome storpiato. Fastidioso, indubbiamente, ma sdrammatizzando le ho ricordato abbiamo casi celebri di nomi modificati leggermente ad indicare un cambiamento identitario importante e positivo. “Il mio Patto con te è questo: tu sarai padre di numerosi genti. Non ti chiamerai più Avram, il tuo nome sarà Avraham perché ti faccio padre di numerose genti” (Bereshit 17, 4-5). Così abbiamo letto da poco a Shabbat Lech Lecha, e il cambiamento di nome sancito da Kadosh Baruch Hu nel patto con il nostro primo patriarca segna l’inizio di Am Israel. Poco oltre D-o indica ancora: “Sarài tua moglie non chiamarla più Sarài; il suo nome sia Sara” (Bereshit 17, 15).

Sara Valentina di Palma
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Yitzhak Rabin
L’assassinio di Rabin nel novembre 1995 fu un trauma profondo nella coscienza di sé di Israele e degli ebrei della Diaspora. Rivelò un substrato di fanatismo, di predicazione della violenza, di avversione ostinata alla coesistenza fra Israele e i palestinesi le cui radici sono in una concezione deformante, seppur minoritaria, dell’ebraismo che mitizza la sacralità della terra di Israele, che fa dei luoghi sacri e delle tombe degli avi oggetti di culto e riserva quella terra al possesso esclusivo degli ebrei. In quei giorni del 1995 scoprimmo che l’integralismo – sottovalutato, coperto, anche dopo la strage di musulmani in preghiera nella moschea di Hebron nel 1994 – non era soltanto un nemico esterno – l’Islam fondamentalista, l’induismo militante o le chiese evangeliche negli Stati Uniti – ma un qualcosa che abitava nelle nostre case. Anche nella terra di Israele si poteva uccidere nel nome di Dio, arrogandosi con insolenza scellerata una missione trascendente.

Giorgio Gomel
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