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24 gennaio 2016 - 14 Shevat 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
Recentemente abbiamo cominciato a leggere il libro di Shemot, l'Esodo, in cui si racconta la liberazione dalla schiavitù d'Egitto. Ma liberazione totale non c'è fino a quando non ci si può sedere sicuri, in un pub di Tel Aviv, per festeggiare un compleanno.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Nella parashà che abbiamo letto ieri all’inizio si dice che la via per Canaan è la più lunga per evitare la possibilità di guerra, perché di fronte ai combattimenti, gli ebrei “avrebbero potuto pentirsi e far ritorno in Egitto” (Es, 13,17). Insomma la guerra era il pericolo da evitare. Ma poi alla fine della stessa parashà la guerra arriva. È Amalec che la porta (Es, 17,8). L’uscita dalla schiavitù verso la libertà non è mai un processo diretto, è un percorso lungo, all’interno del quale si danno molte prove, compresa la tentazione di “tornare indietro” e rinunciare a creare qualcosa di nuovo.
 
 
 
Ultradestre a Milano,
c'è anche l'ex ministro
Fa discutere la partecipazione dell’ex ministro della Difesa Mario Mauro al convegno delle ultradestre d’Europa a Milano. “Sono un cattolico, un popolare, onestamente conservatore” si descrive Mauro al Corriere. E poi aggiunge: “Non sono io a dovermi giustificare, semmai gli organizzatori che dovranno spiegare il motivo dell’invito all’inventore di Mare Nostrum. Io porterò le mie convinzioni e il mio punto di vista filo-occidentale e filo-Atlantico”.

Su Repubblica, ampio reportage di Paolo Rumiz sul Ghetto di Venezia. “Pochi gli abitanti rimasti – si legge – ma bastano e avanzano i muri a raccontare la storia, e quei muri dicono un’assenza che è più forte di una presenza viva. In mezzo al campo, il vecchio pozzo e una fontana gelata. In alto, case altissime, fino a sette piani, le più alte di Venezia, segno di un affollamento (sette metri quadrati a persona) oggi inimmaginabile. Sul lato del Rio San Girolamo, i nomi degli oltre duecento assassinati nei lager. Sugli stipiti delle porte, l’incavo diagonale che alloggiava la mezuzah, l’astuccio scaramantico con i versi della Bibbia. Affacciati alla piazza, i portici con le tracce dei banchi dei pegni. Io sono il Ghetto, dicono quelle pietre”.

Dopo l’anticipazione apparsa su Pagine Ebraiche di gennaio, anche il Corriere recensisce il saggio Writing for Justice (‘Scrivere per la giustizia’), opera dalla professoressa Elèna Mortara e pubblicato negli Stati Uniti da Dartmouth College Press. Il libro tratta dell’impegno dell’intellettuale afroamericano Victor Séjour per sensibilizzare l’opinione pubblica sul caso di Edgardo Mortara. “Séjour era un cattolico devoto – viene spiegato – ma giudicava inaccettabile una simile ferita inferta al valore della famiglia”.
 
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  davar
nova gorica - storico incontro a valdirose
Due Gorizie, una sola Memoria Cade l'ultima barriera d'Europa
Il presidente della Fondazione Beni culturali ebraici in Italia Dario Disegni. Il sindaco della città slovena di Nova Gorica Matej Arcon. Il sindaco della città italiana di Gorizia Ettore Romoli. È stato un incontro senza precedenti quello che è avvenuto a Valdirose sul confine italosloveno, a pochi passi dal mitico posto di frontiera della Casa rossa, teatro di tutti i drammatici avvenimenti del Novecento e ultimo cardine della Cortina di ferro a cadere per lasciare spazio alla nuova Europa. E le due Gorizie, un tempo ferocemente lacerate dalla frattura della Guerra fredda, dalle rivalità politiche e da quelle etniche, riconquistano unite la Memoria nel nome della Gorizia ebraica. All’ingresso dell’antico cimitero ebraico, dove si conserva il ricordo di alcuni dei grandi nomi che hanno segnato la cultura europea degli ultimi cento anni, a cominciare dal filosofo Carlo Michelstaedter, dal glottologo Graziadio Isaia Ascoli, dalla giornalista Carolina Luzzatto Coen, Disegni si è unito ai sindaci delle due anime di Gorizia, quella slovena, in cui si trova il cimitero ebraico, e quella italiana, dove ha sede la splendida sinagoga affacciata sull’Isonzo.
Un progetto transfrontaliero di ripristino e di valorizzazione dei luoghi, che potrebbe muovere l’impegno delle amministrazioni locali, degli enti per la cooperazione economica, culturale e turistica al di là delle frontiere in questo polo dove si intersecano tutte le identità europee, quella latina, quella slava e quella germanica, potrebbe prendere il via grazie al lavoro delle componenti coinvolte. Un progetto per restituire alla Gorizia ebraica quell’integrità che le persecuzioni e le tragedie anche confinarie le avevano sottratto.
All’incontro, che è stato organizzato dalla redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, oltre a Dario Disegni, che ha ricevuto negli scorsi giorni dal ministro della Cultura Dario Franceschini la nomina a presidente del Museo dell’ebraismo italiano che si sta realizzando a Ferrara, hanno partecipato fra gli altri anche il delegato del Consiglio della Comunità ebraica di Trieste Livio Vasieri e l’architetto Andrea Morpurgo, componente del Consiglio della Fbcei, docente di urbanistica all’Università di Madrid e autore di un recente studio sui cimiteri ebraici in Italia.


Nelle immagini, i sindaci di Nova Gorica Matej Arcon e di Gorizia Ettore Romoli accolgono la delegazione ebraica a Valdirose (foto di Giovanni Montenero) e, sotto, l’architetto Andrea Morpurgo, i due sindaci e Dario Disegni in un momento dei colloqui.
27 gennaio - la ricerca swg sulla percezione
Memoria, il rischio dell'erosione Una riflessione si fa necessaria
L’appuntamento con il Giorno della Memoria rappresenta ormai una realtà consolidata nella coscienza della popolazione e il maggiore raccordo identitario di una società italiana che stenta sempre di più a identificare valori comuni. Ma al tempo stesso, e nonostante gli enormi sforzi che si compiono di anno in anno nei diversi settori della società, la percezione della Memoria appare pericolosamente minacciata e tende a sbiadire di fronte al proliferare delle iniziative che fanno riferimento al ricordo della Shoah e all’educazione delle nuove generazioni contro il rischio di nuovi genocidi.

Preservare la memoria, far sì che sia difeso al meglio un irrinunciabile presidio di Memoria viva, richiede quindi l’urgente elaborazione di strategie orientate più alla qualità degli interventi che alla loro quantità. A una logica attiva, lontana dai ritualismi, dalla ripetizione retorica e dai rischi delle espressioni vacuamente vittimistiche.
Sono queste le prime deduzioni che è possibile trarre dal terzo rapporto sulla percezione della Memoria nell’opinione pubblica, una ricerca elaborata dall’istituto di ricerche SWG in collaborazione con la redazione giornalistica dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. A distanza di tre anni dalla prima edizione, il lavoro di ricerca si è ora arricchito di dati comparativi che lasciano leggere non solo l’alto e confortante livello di importanza che la cultura della Memoria ha assunto in una componente preponderante della pubblica opinione, ma anche la progressiva, preoccupante erosione che la percezione della Memoria viva sta subendo nel tempo.
Un campanello d’allarme che dovrebbe essere ascoltato e dovrebbe imporre una seria riflessione strategica per evitare il pericolo che questo appuntamento fondamentale non sia sulla lunga distanza a finire nel catalogo degli altri punti di raccordo identitario dell’Italia repubblicana che hanno finito per subire un progressivo sbiadimento.
In particolare la risposta affermativa alla domanda “Lei sa quale commemorazione ricorre il 27 gennaio” si attesta ora al 43,8 per cento (era il 48,2 un anno fa e il 54,4 nel 2014).
Il risultato non migliora sensibilmente nemmeno di fronte alla domanda che suggerisce una rosa di risposte possibili e quindi dovrebbe potenzialmente facilitare una corretta percezione.
I dati della ricerca, che il notiziario quotidiano Pagine Ebraiche 24 anticipa oggi e saranno resi noti in ogni elemento nelle prossime ore, fanno riferimento alle rilevazioni condotte da SWG nel triennio 2014-2016, su campioni rappresentativi di propri communiter, attraverso rilevazioni effettuate nel periodo compreso tra il 12 e il 22 gennaio di ogni anno, nella stagione di massima esposizione mediatica alle tematiche tematiche prese in esame.
I campioni 2014 e 2015 erano composti da 1000 soggetti; il campione 2016 è invece composto da 1200 soggetti rappresentativi della popolazione italiana maggiorenne.
Le domande sono state inserite all’interno di indagini più ampie che comprendevano anche altre tematiche di tipo sociale, politico e di costume.
Obiettivo generale dell’iniziativa è produrre un monitoraggio annuale della percezione che gli italiani hanno del fenomeno, verificandone la conoscenza spontanea e sollecitata, la percezione di rilevanza e il grado di coinvolgimento.
La lettura longitudinale del dato evidenzia come nel triennio il tema del “Giorno della Memoria” sia meno vivo nella mente degli italiani, tanto che sia le percentuali di ricordo spontaneo che quelle di ricordo sollecitato sono oggi inferiori al 50 per cento del campione.
Per quanto gli italiani continuino nella quasi totalità dei casi a ritenere particolarmente importante la celebrazione del Giorno della Memoria, negli ultimi due anni più di un quinto del campione ritiene che ormai si sia esaurito il significato di questa iniziativa, mentre un intervistato ogni sei ne colloca la rilevanza solo all’interno della realtà ebraica.
Nel corso del triennio si è progressivamente ridotta la percezione che il Giorno della Memoria sia un atto dovuto, per quanto questa definizione sia condivisa ancora da quasi due intervistati su cinque. Nel 2016 cresce di molto invece la percezione che si tratti di un atto giusto, esprimendo forse una maggiore partecipazione emotiva e una nuova sensibilità di fronte all’iniziativa.
“Questo dato – spiega Riccardo Grassi, direttore di ricerca a SWG – sembra dunque indicare la possibilità che sia in atto un cambiamento qualitativo della partecipazione, mentre il dato quantitativo, pur all’interno di alcune oscillazioni, non mostra variazioni di rilievo”.
Da sottolineare, infine, il significativo aumento della percentuale di intervistati che continua a ritenere come in Italia il sentimento antisemita resti poco o per nulla diffuso.

gv
A COLLOQUIO CON KATHRIN MEYER (IHRA)
Rete internazionale del ricordo, l'Italia torna protagonista
A Roma per poche ore, Kathrin Meyer – segretario esecutivo della International Holocaust Remembrance Alliance – ha incontrato venerdì mattina il ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca Stefania Giannini, insieme al capo della delegazione italiana, l’ambasciatore Sandro De Bernardin. Rete intergovernamentale che porta trentuno paesi a confrontarsi su temi sensibili, la International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA) ha una lunga esperienza di ricerca e di studio che ogni giorno di più dimostra la propria importanza.

Nata nel 1998 come Task Force for International Cooperation on Holocaust Education, Remembrance, and Research (ITF) per impulso del governo svedese, l’IHRA richiama due volte all’anno tutte le delegazioni nazionali per una settimana di riunione plenaria, che vede riuniti ministri, ambasciatori e rappresentanti del mondo accademico suddivisi nelle aree e commissioni su cui si concentra il lavoro dell’IHRA, che durante tutto l’anno elabora studi e ricerche, promuove azioni concrete di formazione e insegnamento, prepara documenti da presentare alle organizzazioni internazionali e porta avanti un costante lavoro di pressione sui singoli governi.
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IL TESTIMONE SI RACCONTA A PAGINE EBRAICHE
Zi Pucchio, la grande emozione:

"Il calcio mi ha ridato la vita"
“Il calcio? Mi ha aiutato a ripartire, a guardare con una luce diversa al futuro. Anche se certe ferite non le ho mai dimenticate. D’altronde, dopo aver visto l’inferno, come avrei potuto?” Novanta anni appena compiuti, Alberto Mieli è uno degli ultimi Testimoni italiani della Shoah ancora in vita. Un impegno che porta avanti con generosità: intervenendo nelle scuole, partecipando a conferenze, firmando libri. L’ultimo dei quali, scritto a quattro mani con la nipote Ester, esce in queste ore nelle librerie (Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa, ed. Marsilio) e sarà presentato domani pomeriggio al Maxxi (ore 18) e mercoledì alle 17 presso la Radio Vaticana.
Autunno del ’45: Alberto torna a Roma, dopo aver vissuto l’orrore di Auschwitz e Mauthausen. Sul suo braccio un tatuaggio impresso a fuoco: 180060, il numero con cui lo avevano marchiato i nazisti. Oggi lo mostra senza titubanze, ma allora non era così. “Portavo nel fisico e nell’anima le lacerazioni di quei mesi terribili – racconta – ma non avevo voglia di darmi per vinto. E capii che non c’era tempo da perdere. Che dovevo fare qualcosa”. Si forma e consolida un gruppo di amici, uniti dall’amore per il calcio. L’appuntamento è all’impianto Bruno Buozzi, in Trastevere, scenario di epiche e interminabili partite. Furono quelli i primi passi che portarono alla nascita di un’associazione con tutti i requisiti. Che fu molto più di un consorzio di volenterosi atleti, quanto l’emblema di una Comunità impegnata a risollevarsi dalle macerie. Si chiamava Stella Azzurra. La Stella era quella di Davide, azzurro il colore di Israele.
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QUI ROMA - MEMORIE DI FAMIGLIA
Di generazione in generazione
Si aprono i bauli, si sfogliano vecchi album e diari per rispettare l’imperativo Zachor, Ricorda. Torna per il quinto anno, al centro ebraico il Pitigliani, la fortunata iniziativa “Memorie di famiglia” che anche in questa edizione ha visto una partecipazione vivace e numerosa.
Ideato da Giorgia Menasci e Anna Orvieto, “Memorie di famiglia” segue il principio ebraico della trasmissione midor ledor, di generazione in generazione: al centro del palcoscenico nipoti e pronipoti, con il microfono alla mano, raccontano al pubblico la testimonianza dei nonni salvatisi durante le persecuzioni nazifasciste. Sono storie di biechi tradimenti ma anche di straordinaria generosità, episodi di giovani che hanno visto con i loro occhi la razzia del 16 ottobre tra le strade del ghetto di Roma e che hanno festeggiato increduli l’arrivo degli alleati e della Brigata Ebraica. Racconti di famiglie che hanno il nome, tra gli altri, di Levi Mortera, Finzi e Bonfiglioli.
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QUI VENEZIA - MEMORIA 
"Noi e quei valori da difendere"
"Massima apertura verso chiunque arrivi, abbia bisogno, e genuinamente, pur volendo mantenere una propria specificità culturale, chieda di essere parte della società, ma altrettanta assoluta fermezza nel riconoscere che vi sono valori, primo di tutti quello della vita di ogni individuo, che sono per noi cittadini italiani di qualsiasi provenienza, incondizionatamente accettati e indiscutibili. Non è quindi possibile scendere a compromessi con chi non accetta questo principio né con chi distingue tra vita e vita e giunge, per questa via, a giustificare atti di inaudita violenza contro soggetti inermi, vittime di atti di terrorismo cui costretti ad assistere nel mondo. Come cittadini siamo tutti avvertiti e responsabili del nostro futuro che dipende da noi”.
Lo ha affermato il presidente della Comunità ebraica di Venezia Paolo Gnignati, intervenendo oggi all’apertura delle iniziative del Giorno della Memoria al Teatro Goldoni.
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Spotlight - memoria
Quando le tracce parlano
Da Tel Aviv a Colonia, da Londra a San Francisco. Da Madrid a Praga. E molto altro ancora, inclusa naturalmente Trieste. Una vera e propria rete di Memoria, costituitasi spontaneamente e gradualmente nel segno di un’opera che sembra distinguersi tra molte per temi trattati, qualità e intensità dell’impegno.
L’Orologio di Monaco, opera seconda di Mauro Caputo ispirata ai ricordi del regista e romanziere Giorgio Pressburger, è infatti la scelta di molti istituti di cultura, ambasciate, rappresentanze diplomatiche italiane all’estero per questo 27 gennaio.
Presentata nella selezione ufficiale del Festival Internazionale del Film di Roma, la pellicola porta sullo schermo una famiglia centroeuropea in cui confluiscono i nomi dei più grandi protagonisti della cultura otto-novecentesca. Un viaggio rivissuto con particolare emozione da Pressburger e in cui si intrecciano storie, violenza, arte, passioni, luoghi, colori, parole e memorie. Il racconto non solo di una vita, ma di una cultura.
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sorgente di vita
Il coraggio di Liliana
Il racconto lucido e toccante di Liliana Segre, deportata a 13 anni con il padre: la fallita fuga in Svizzera, l’arresto, la partenza dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano, oggi memoriale della Shoah, l’arrivo al campo, la selezione e il distacco dal padre, la sopravvivenza, da sola, ad Auschwitz. Poi il ritorno e la difficile ricostruzione di una vita, l’amore per la famiglia, i figli, la ricerca di normalità e la difficile missione di testimone con i ragazzi delle scuole. È il servizio di apertura della puntata di Sorgente di vita del 24 gennaio.
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pilpul
La virtualità senza virtù
Apprezzo l’impegno devoluto alle cause di principio (non tutte, va da sé, poiché i principi non si equivalgono così come la diversità di visuali non implica l’equivalenza degli sguardi) ma in certi ambienti, dovrei dire in determinati ‘habitat’, rischiano di essere solo una miscela tra sforzi inani e defatiganti reiterazioni. A chi svolge una professione intellettuale, peraltro oggi in genere sempre meno strutturata di quanto non lo fosse anche solo in un passato neanche troppo lontano, quindi precaria nella sua retribuzione così come nel suo riconoscimento sociale, capita spesso di essere chiamato in causa per comprovare la veridicità, o quanto meno la plausibilità, di altrui affermazioni. Le idee pervicaci, ossia i convincimenti, che stanno a presupposto di queste richieste, sono molteplici. La prima di esse è che chi studia sa di più di chi non l’ha fatto. Come non essere in accordo con tale evidenza, anche se la professione di cultura non sempre è una garanzia assoluta, prestandosi a piegature e manipolazioni?

Claudio Vercelli
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Il SettimanAle - Visti da Beirut
Ingenuamente pensavo che nei miei tre giorni e mezzo a Beirut avrei raccolto e riferito quello d’interessante che i media libanesi dicono di Israele. Ingenuamente perché, come avrei potuto sapere anche dai loro siti online, su Israele utilizzano tutti fonti d’agenzia, oppure riproducono articoli da giornali occidentali. L’unica differenziazione è nella scelta degli argomenti.
Ad esempio An Nahar e Ya Libnan, che simpatizzano per la coalizione 14 Marzo che si richiama all’ex primo ministro (assassinato dai siriani) Rafic Hariri, riportavano con gusto della scoperta in Israele di una cellula terroristica messa su dal figlio di Nasrallah, la guida degli Hezbollah; notizia invece comprensibilmente trascurata da As-Safir, che simpatizza per l’opposta coalizione filo-Assad 8 Marzo, di cui gli Hezbollah sono componente fondamentale. E sono proprio gli “Hezb” al centro dell’ultimo clamoroso contorcimento della politica libanese -


Alessandro Treves, neuroscienziato
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La Memoria, i giovani 
Per parlare con i giovani, a cominciare da mio figlio, sono abituato a cercar di ricordare come reagivo io a mio tempo, a come le cose, dette in un certo modo, mi entrassero da una parte per uscire dall’altra, come quelle dette e ridette allo stesso modo finissero per avere talvolta il risultato contrario a quello sperato. Oggi poi, con la velocità e superficialità della comunicazione, con la massa di notizie che diventa naturalmente indistinta penso sia anche peggio.
Mi è venuto in mente questo partecipando di anno in anno alle cerimonie per il Giorno della Memoria, sentendolo una volta di più un qualcosa di sostanzialmente celebrativo e retorico, chiuso in se stesso e nel suo mantra del ricordare per non far ripetere, che ha la sua innegabile e necessaria verità, ma anche una smentita palese dalla storia, come è già stato messo in rilievo da pensatori, anche ebrei, ben più autorevoli di me, e come ha fatto non molto tempo fa Elena Loewenmhal.
Sull’ultimo numero di Pagine Ebraiche leggo l’intervento di Anna Foa, che nasce dalle stesse preoccupazioni, a proposito di una mostra innovativa all’Istituto Van Leer di Gerusalemme.


Paolo Petroni, giornalista
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