
Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
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In
Israele, abbiamo il vantaggio della lettura di una parashà e questo
shabbat saremo in piena lettura di “Shelach Lechà” del brano biblico
che racconta l’invio, da parte di Moshè, degli esploratori di Eretz
Israel che torneranno al popolo ebraico raccontando di una terra molto
buona, ma impossibile da conquistare e causando quindi la punizione dei
quaranta anni di cammino nel deserto, in altre parole della scomparsa
di una generazione, quella che non ha avuto fiducia nella potenza di
Dio e di se stessi ed ha pianto per una missione che non ha nemmeno
provato a portare avanti.
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
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Le
parole con cui David Cameron si è rivolto a una importante Convention
di beneficenza di ebrei inglesi per esortarli a votare “Remain” nel
referendum di ieri sono particolarmente significative. Non posso non
sottolineare l’idea cardine che ogni cittadino ebreo avrebbe dovuto
avere ben presente: “Noi non vogliamo la tua (di Nigel Farage) visione
della Gran Bretagna; non vogliamo quel che stai tentando di venderci;
non stai descrivendo il genere di paese che noi vogliamo per noi
stessi, per i nostri figli e per i nostri nipoti”. Mi secca un po’
dover apprezzare le parole di un leader conservatore, che per di più è
il maggior responsabile politico della pazzia che ha condotto alla
convocazione di un referendum potenzialmente esplosivo, ma penso di
dover sottolineare quanto fondamentali siano le sue parole, e quanto
sia significativo il fatto che esse siano state pronunciate di fronte a
un consesso ebraico. “Sono orgoglioso – continua Cameron – che la Gran
Bretagna sia la casa di gente che è fuggita dalle persecuzioni,
compresi coloro che sono scappati dai nazisti e dai pogrom in Russia”.
La storia degli ebrei, rifugiati e profughi che per secoli hanno dovuto
andare alla ricerca di territori più accoglienti, diventa un paradigma
del quale gli stessi ebrei devono essere consapevoli nelle loro scelte
democratiche. Esiste una linea di discrimine, che fa giustizia delle
divisioni destra/sinistra e indica un’unica direzione praticabile: chi
predica espulsioni, chi paventa invasioni, chi utilizza la paura del
diverso per bassi disegni di immediata visibilità politica lavora
apertamente per una società divisiva e ingiusta, e fondamentalmente
pratica un tipo di politica che si inquadra perfettamente nel fenomeno,
per nulla scomparso ma sempre mutevole, dell’antisemitismo.
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Esultano gli euroscettici "Vinto senza sparare"
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Salvini,
Le Pen, Wilders. Partiti populisti e gruppi di estrema destra in tutto
il continente, che sperano di poter replicare la consultazione nel
proprio paese.
Ecco chi esulta in queste per la vittoria del Brexit, che decreta l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
“Questa è la vittoria che significa un nuovo giorno dell’indipendenza
per il nostro Paese. È l’alba di un Regno Unito indipendente” dichiara
il leader dell’Ukip Nigel Farage. “Una vittoria della gente vera, una
vittoria della gente ordinaria, una vittoria della gente per bene.
Abbiamo lottato contro le multinazionali, le grandi banche, le bugie, i
grandi partiti, la corruzione e l’inganno”. Farage, urlando davanti ai
suoi fan, ha inoltre detto che “abbiamo vinto senza sparare un solo
proiettile, ma solo combattendo sul territorio”.
Aula gremita per l’insediamento del primo consiglio del Municipio 8 di
Milano. Con gli iscritti alle sezioni di zona dell’Anpi in prima fila.
E fuori dall’aula del centro civico di via Quarenghi, a Bonola – scrive
Corriere – centinaia di cittadini ad accogliere con urla e grida il
neoeletto Stefano Pavesi, 25enne militante di estrema destra di Lealtà
e azione e Gruppo Alpha la cui candidatura molto aveva fatto discutere
negli scorsi giorni. Alcuni dei dimostranti, si legge ancora, “si sono
presentati con delle Stelle di David di stoffa cucite sul petto,
triangoli rossi, rosa e marroni in memoria dei detenuti dei campi di
sterminio”.
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BREXIT - LA DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE UCEI
"Veleni minacciano l'Europa, gli ebrei italiani si impegnino"
Il
presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna
è intervenuto sulla situazione politica in Europa e sugli esiti del
referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea con la
seguente dichiarazione: "L'Europa,
così come la conoscevamo, quella nata dalle macerie del Secondo
conflitto mondiale, l'Europa libera, aperta e inclusiva, sognata e
realizzata dai nostri padri, è ora minacciata. Ci attendono mesi di
grande difficoltà in cui tutti i moderati d'Europa saranno chiamati a
cooperare per evitare altre brutte sorprese che rischierebbero di
mettere a rischio e più importanti conquiste democratiche degli ultimi
70 anni. “È ora che tutte le nazioni che fanno parte della
grande famiglia europea ritrovino un reale senso di unità e
cooperazione e che insieme combattano affinché i veleni del populismo e
gli inquietanti propositi dei tanti gruppi razzisti, xenofobi e
reazionari che in queste ore esultano per l'esito del voto sull’uscita
della Gran Bretagna dall’Unione europea, siano sconfitti con la forza e
il coraggio di idee, progetti e impegni di segno diametralmente opposto. “Ma
è anche il momento, per tutti gli ebrei d’Europa, di riprendere in mano
quei valori che sono i nostri e che abbiamo da sempre il compito di
attualizzare e disseminare nei luoghi dove viviamo: democrazia,
tolleranza, rispetto per le diverse opinioni e per le altrui scelte di
vita, amore per la cultura e per la ricerca, strenua difesa della
libertà d’espressione e della giustizia sociale, modestia, trasparenza,
onestà. Senza questi valori non sarà solo una singola realtà del
Vecchio continente, ma l’Europa intera ad essere minacciata e ogni
realtà che si affaccia sul Mediterraneo, a cominciare da Israele, il
solo, prezioso, insostituibile modello di democrazia del Medio Oriente,
corre il rischio di restare più sola. “Gli inquietanti segnali
registrati in questi giorni servono anche a ricordarci che per gli
ebrei non esiste pericolo peggiore della chiusura in se stessi,
dell’astrazione dal contesto sociale nel quale vivono e nel quale hanno
il diritto e il dovere di agire. Siamo una piccola minoranza, in
Italia, in Europa e nel mondo, ma abbiamo il dovere di fare fino in
fondo la nostra parte. Tutti insieme, mettendo da un canto le paure, i
particolarismi e le gelosie, possiamo garantire alle generazioni che
verranno un futuro degno delle speranze e degli ideali che il popolo
ebraico si tramanda di generazione in generazione”.
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BREXIT - LE REAZIONI DEL MONDO EBRAICO
"Ritroviamo il senso dell'unità"
“Il
tempo delle divisioni è finito. Per tutti. Sia per chi sta esultando,
sia per chi prova apprensione per il futuro. È fondamentale che le
fasce vulnerabili della società non subiscano i contraccolpi di questa
campagna e che la leadership morale del nostro paese nel mondo non sia
intaccata”.
Così il rabbino capo d’Inghilterra e del Commonwealth rav Ephraim
Mirvis (nell'immagina) commenta il referendum sulla Brexit. “La mia
speranza – aggiunge il rav – è che la polarizzazione dello scontro
sull’idea di Europa che vi è stata in passato possa lasciare spazio a
un diverso e più responsabile approccio e a una riflessione sui valori
che uniscono”.
Numerose le reazioni di leader comunitari. Il presidente del Board of
Deputies of British Jews, Jonathan Arkush, ha convocato un incontro con
alcune associazioni per le prossime ore. “Non abbiamo preso posizione
sul referendum, ma la storia del nostro organismo parla di continue e
importanti relazioni con l’Unione Europea” afferma un portavoce del
Board, il principale organo di rappresentanza degli ebrei d’Inghilterra.
“La campagna mediatica sul referendum è stata, a volte, estremamente
divisiva. Il paese ha bisogno di ritrovarsi unito” sostiene il
vicepresidente del Board, Richard Verber. Mentre un altro membro
dell’esecutivo, Gillian Merron, rivolge un ringraziamento a David
Cameron, che ha annunciato questa mattina la sua uscita di scena, “per
il servizio reso al paese e per l’amicizia dimostrata alla nostra
comunità”. Leggi
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brexit - parlano gli economisti "Campo aperto per i populismi"
“Sull’effetto
di Brexit stanno parlando i mercati. Ci aspettano mesi turbolenti. Le
borse continueranno a scendere. La stabilità politica e sociale si
scontrerà con i populismi e i nazionalismi, che dal voto del referendum
si sentono rafforzati, dalla Le Pen in Francia a Podemos in Spagna”.
Non lascia molto spazio all’ottimismo l’analisi dell’economista e firma
del Corriere della Sera Roger Abravanel in merito al futuro dell’Europa
dopo la scelta della Gran Bretagna, attraverso il referendum sulla
Brexit, di uscire dall’Unione europea. A colloquio con Pagine Ebraiche,
Abravanel, direttore emerito
di McKinsey, analizza a caldo il risultato del voto d’Oltremanica,
spiegando che lascerà un forte segno sull’Europa e rischia di
destabilizzare anche l’Italia.
Preoccupato
il giudizio di un altro economista legato alla Comunità milanese, Fabio
Ranchetti, docente di economia all’Università di Pisa. “Non sarà
facile. Il voto su Brexit è un segno pessimo. Un’Europa così non può
funzionare, con sole Germania e Francia ad avere il ruolo dominante.
Secondo alcuni però potrebbe essere un’occasione per l’Ue di cambiare
in meglio. Io non ne sono molto convinto ma vedremo”. Sia per Ranchetti
che per Abravanel il grande imputato è la politica dell’Unione, o
meglio i politici. Leggi
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qui roma - il seminario Technion, proposte d'eccellenza
Come
portare più italiani a conoscere e sperimentare l’eccellenza del
Technion? Portando l’eccellenza del Technion agli italiani. È quello
che hanno fatto l’Italian Technion Association (I.T.A), la piattaforma
per l’innovazione Talent Garden, nei cui locali si è svolto il corso, e
l’incubatore di progetti digitali Digital Magics, con le due giornate
di “Lessons from the Startup Nation”, un workshop tenuto a Roma nelle
giornate di ieri e di oggi da professori del Technion sui temi di
grande attualità dell’open innovation, il management e i processi
adottati dalle organizzazioni e startup per innovare prodotti, servizi
e modelli di business.
“Si tratta di una sorta di ‘assaggio’ di quelle che sono le lezioni dei
master del Technion, per far vivere l’esperienza e invogliare a
iscriversi ai corsi veri” ha spiegato a Pagine Ebraiche nel corso cena
di gala tenutasi ieri sera Carlo Alberto Pratesi, professore ordinario
di marketing presso l’università degli Studi Roma Tre e ideatore e
coordinatore di Open Innovation Academies, un programma di workshop che
ha l’obiettivo di connettere i maggiori esperti di innovazione
tecnologica provenienti dalle principali università e business school
del mondo con le aziende e le startup della Capitale. Leggi
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Curiosando tra le tracce
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Perché
un saggio o articolo sul paesaggio in Italia dovrebbe essere definito
storico-politico? E perché si cita un discorso tenuto il 18 marzo del
1968 da Robert Kennedy definendolo “ex-senatore statunitense” senza
dire che era candidato alla presidenza degli Stati Uniti, che stava
partecipando alle elezioni primarie del Partito Democratico e che pochi
mesi dopo sarebbe stato assassinato? Misteri che accompagnano la
lettura delle tracce proposte quest’anno per la prima prova dell’esame
di stato e che dimostrano come l’abitudine alla contestualizzazione
storica, e forse l’idea stessa di storia, si stiano lentamente
estinguendo nella scuola italiana, anche se gli anniversari tondi (come
quello del voto alle donne) suscitano ancora qualche attenzione. A di
là questi misteri si nota qualche curiosità: per esempio, nel saggio
breve letterario sul rapporto padre-figlio due testi citati su tre sono
di autori ebrei (Kafka e Saba). Mi domando con una leggera apprensione
come i ragazzi avranno interpretato “Eran due razze in antica tenzone”,
il verso finale della poesia di Saba Mio padre è stato per me
“l’assassino”. E, sempre con leggera apprensione, mi domando come
avranno potuto interpretare, nel tema di ordine generale, l’invito a
riflettere “sul concetto di confine: confini naturali, “muri” e
reticolati, la costruzione dei confini nella storia recente,
l’attraversamento dei confini, le guerre per i confini e le guerre sui
confini, i confini superati e i confini riaffermati.” Perché quel
“muri” è tra virgolette? A chi o a cosa intendeva riferirsi chi ha
scritto la traccia?
Anna Segre, insegnante
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Fare gli europei
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Massimo
d’Azeglio, presidente del consiglio dal 1849 al 1852, è noto che
scrisse «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani».
Dopo più di un secolo, ritengo che l’Italia sia un paese ancora
sostanzialmente diviso, e che questi “italiani” non siano stati
completamente plasmati. Una frase analoga potrebbe essere ripetuta
talora per l’Europa, poiché, nonostante la moneta unica e Schengen,
quando si parla di europei si pensa più che altro al campionato di
calcio invece che a un popolo con delle caratteristiche culturali in
comune. Non so per l’everyman italiano o europeo quale possa essere il
senso di appartenenza rispettivo all’Italia o all’Europa. Generalmente
subentra un sentimento identitario soltanto in contrapposizione a
qualcosa di estraneo ed esterno: siamo settentrionali rispetto ai
meridionali, siamo italiani rispetto agli albanesi e ai francesi, siamo
tutti europei rispetto agli extracomunitari; forse ci sentiremo anche
cittadini del mondo se realmente esistessero gli alieni. Probabilmente,
riprendendo pure l’ultimo intervento di Sergio Della Pergola, gli ebrei
dovrebbero essere la nazione più sensibile e più interessata all’idea
di Europa, e aggiungiamoci magari altre minoranze con uno stato
lontano, smembrato o inesistente:
Francesco Moises Bassano
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Vita |
Girando
su internet mi sono commossa di fronte a un dialogo che altro non è che
un’affascinate metafora della vita, che inizia dal ventre della propria
madre per andare oltre.
Ilana Bahbout
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