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24 Giugno 2016 -  18 Sivan 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav

Pierpaolo Pinhas Punturello, rabbino
In Israele, abbiamo il vantaggio della lettura di una parashà e questo shabbat saremo in piena lettura di “Shelach Lechà” del brano biblico che racconta l’invio, da parte di Moshè, degli esploratori di Eretz Israel che torneranno al popolo ebraico raccontando di una terra molto buona, ma impossibile da conquistare e causando quindi la punizione dei quaranta anni di cammino nel deserto, in altre parole della scomparsa di una generazione, quella che non ha avuto fiducia nella potenza di Dio e di se stessi ed ha pianto per una missione che non ha nemmeno provato a portare avanti.
 
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Gadi
Luzzatto
Voghera,
storico
Le parole con cui David Cameron si è rivolto a una importante Convention di beneficenza di ebrei inglesi per esortarli a votare “Remain” nel referendum di ieri sono particolarmente significative. Non posso non sottolineare l’idea cardine che ogni cittadino ebreo avrebbe dovuto avere ben presente: “Noi non vogliamo la tua (di Nigel Farage) visione della Gran Bretagna; non vogliamo quel che stai tentando di venderci; non stai descrivendo il genere di paese che noi vogliamo per noi stessi, per i nostri figli e per i nostri nipoti”. Mi secca un po’ dover apprezzare le parole di un leader conservatore, che per di più è il maggior responsabile politico della pazzia che ha condotto alla convocazione di un referendum potenzialmente esplosivo, ma penso di dover sottolineare quanto fondamentali siano le sue parole, e quanto sia significativo il fatto che esse siano state pronunciate di fronte a un consesso ebraico. “Sono orgoglioso – continua Cameron – che la Gran Bretagna sia la casa di gente che è fuggita dalle persecuzioni, compresi coloro che sono scappati dai nazisti e dai pogrom in Russia”. La storia degli ebrei, rifugiati e profughi che per secoli hanno dovuto andare alla ricerca di territori più accoglienti, diventa un paradigma del quale gli stessi ebrei devono essere consapevoli nelle loro scelte democratiche. Esiste una linea di discrimine, che fa giustizia delle divisioni destra/sinistra e indica un’unica direzione praticabile: chi predica espulsioni, chi paventa invasioni, chi utilizza la paura del diverso per bassi disegni di immediata visibilità politica lavora apertamente per una società divisiva e ingiusta, e fondamentalmente pratica un tipo di politica che si inquadra perfettamente nel fenomeno, per nulla scomparso ma sempre mutevole, dell’antisemitismo.
 
Esultano gli euroscettici "Vinto senza sparare"
Salvini, Le Pen, Wilders. Partiti populisti e gruppi di estrema destra in tutto il continente, che sperano di poter replicare la consultazione nel proprio paese.
Ecco chi esulta in queste per la vittoria del Brexit, che decreta l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea.
“Questa è la vittoria che significa un nuovo giorno dell’indipendenza per il nostro Paese. È l’alba di un Regno Unito indipendente” dichiara il leader dell’Ukip Nigel Farage. “Una vittoria della gente vera, una vittoria della gente ordinaria, una vittoria della gente per bene. Abbiamo lottato contro le multinazionali, le grandi banche, le bugie, i grandi partiti, la corruzione e l’inganno”. Farage, urlando davanti ai suoi fan, ha inoltre detto che “abbiamo vinto senza sparare un solo proiettile, ma solo combattendo sul territorio”.

Aula gremita per l’insediamento del primo consiglio del Municipio 8 di Milano. Con gli iscritti alle sezioni di zona dell’Anpi in prima fila. E fuori dall’aula del centro civico di via Quarenghi, a Bonola – scrive Corriere – centinaia di cittadini ad accogliere con urla e grida il neoeletto Stefano Pavesi, 25enne militante di estrema destra di Lealtà e azione e Gruppo Alpha la cui candidatura molto aveva fatto discutere negli scorsi giorni. Alcuni dei dimostranti, si legge ancora, “si sono presentati con delle Stelle di David di stoffa cucite sul petto, triangoli rossi, rosa e marroni in memoria dei detenuti dei campi di sterminio”.
 
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  davar
BREXIT - LA DICHIARAZIONE DEL PRESIDENTE UCEI 
"Veleni minacciano l'Europa,

gli ebrei italiani si impegnino"
Il presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Renzo Gattegna è intervenuto sulla situazione politica in Europa e sugli esiti del referendum per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea con la seguente dichiarazione:
 
"L'Europa, così come la conoscevamo, quella nata dalle macerie del Secondo conflitto mondiale, l'Europa libera, aperta e inclusiva, sognata e realizzata dai nostri padri, è ora minacciata. Ci attendono mesi di grande difficoltà in cui tutti i moderati d'Europa saranno chiamati a cooperare per evitare altre brutte sorprese che rischierebbero di mettere a rischio e più importanti conquiste democratiche degli ultimi 70 anni.
“È ora che tutte le nazioni che fanno parte della grande famiglia europea ritrovino un reale senso di unità e cooperazione e che insieme combattano affinché i veleni del populismo e gli inquietanti propositi dei tanti gruppi razzisti, xenofobi e reazionari che in queste ore esultano per l'esito del voto sull’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea, siano sconfitti con la forza e il coraggio di idee, progetti e impegni di segno diametralmente opposto.
“Ma è anche il momento, per tutti gli ebrei d’Europa, di riprendere in mano quei valori che sono i nostri e che abbiamo da sempre il compito di attualizzare e disseminare nei luoghi dove viviamo: democrazia, tolleranza, rispetto per le diverse opinioni e per le altrui scelte di vita, amore per la cultura e per la ricerca, strenua difesa della libertà d’espressione e della giustizia sociale, modestia, trasparenza, onestà. Senza questi valori non sarà solo una singola realtà del Vecchio continente, ma l’Europa intera ad essere minacciata e ogni realtà che si affaccia sul Mediterraneo, a cominciare da Israele, il solo, prezioso, insostituibile modello di democrazia del Medio Oriente, corre il rischio di restare più sola.
“Gli inquietanti segnali registrati in questi giorni servono anche a ricordarci che per gli ebrei non esiste pericolo peggiore della chiusura in se stessi, dell’astrazione dal contesto sociale nel quale vivono e nel quale hanno il diritto e il dovere di agire. Siamo una piccola minoranza, in Italia, in Europa e nel mondo, ma abbiamo il dovere di fare fino in fondo la nostra parte. Tutti insieme, mettendo da un canto le paure, i particolarismi e le gelosie, possiamo garantire alle generazioni che verranno un futuro degno delle speranze e degli ideali che il popolo ebraico si tramanda di generazione in generazione”.
BREXIT - LE REAZIONI DEL MONDO EBRAICO
"Ritroviamo il senso dell'unità"
“Il tempo delle divisioni è finito. Per tutti. Sia per chi sta esultando, sia per chi prova apprensione per il futuro. È fondamentale che le fasce vulnerabili della società non subiscano i contraccolpi di questa campagna e che la leadership morale del nostro paese nel mondo non sia intaccata”.
Così il rabbino capo d’Inghilterra e del Commonwealth rav Ephraim Mirvis (nell'immagina) commenta il referendum sulla Brexit. “La mia speranza – aggiunge il rav – è che la polarizzazione dello scontro sull’idea di Europa che vi è stata in passato possa lasciare spazio a un diverso e più responsabile approccio e a una riflessione sui valori che uniscono”.
Numerose le reazioni di leader comunitari. Il presidente del Board of Deputies of British Jews, Jonathan Arkush, ha convocato un incontro con alcune associazioni per le prossime ore. “Non abbiamo preso posizione sul referendum, ma la storia del nostro organismo parla di continue e importanti relazioni con l’Unione Europea” afferma un portavoce del Board, il principale organo di rappresentanza degli ebrei d’Inghilterra.
“La campagna mediatica sul referendum è stata, a volte, estremamente divisiva. Il paese ha bisogno di ritrovarsi unito” sostiene il vicepresidente del Board, Richard Verber. Mentre un altro membro dell’esecutivo, Gillian Merron, rivolge un ringraziamento a David Cameron, che ha annunciato questa mattina la sua uscita di scena, “per il servizio reso al paese e per l’amicizia dimostrata alla nostra comunità”.
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brexit - parlano gli economisti
"Campo aperto per i populismi"
“Sull’effetto di Brexit stanno parlando i mercati. Ci aspettano mesi turbolenti. Le borse continueranno a scendere. La stabilità politica e sociale si scontrerà con i populismi e i nazionalismi, che dal voto del referendum si sentono rafforzati, dalla Le Pen in Francia a Podemos in Spagna”. Non lascia molto spazio all’ottimismo l’analisi dell’economista e firma del Corriere della Sera Roger Abravanel in merito al futuro dell’Europa dopo la scelta della Gran Bretagna, attraverso il referendum sulla Brexit, di uscire dall’Unione europea. A colloquio con Pagine Ebraiche, Abravanel, direttore
emerito di McKinsey, analizza a caldo il risultato del voto d’Oltremanica, spiegando che lascerà un forte segno sull’Europa e rischia di destabilizzare anche l’Italia.
Preoccupato il giudizio di un altro economista legato alla Comunità milanese, Fabio Ranchetti, docente di economia all’Università di Pisa. “Non sarà facile. Il voto su Brexit è un segno pessimo. Un’Europa così non può funzionare, con sole Germania e Francia ad avere il ruolo dominante. Secondo alcuni però potrebbe essere un’occasione per l’Ue di cambiare in meglio. Io non ne sono molto convinto ma vedremo”. Sia per Ranchetti che per Abravanel il grande imputato è la politica dell’Unione, o meglio i politici.
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qui roma - il seminario
Technion, proposte d'eccellenza
Come portare più italiani a conoscere e sperimentare l’eccellenza del Technion? Portando l’eccellenza del Technion agli italiani. È quello che hanno fatto l’Italian Technion Association (I.T.A), la piattaforma per l’innovazione Talent Garden, nei cui locali si è svolto il corso, e l’incubatore di progetti digitali Digital Magics, con le due giornate di “Lessons from the Startup Nation”, un workshop tenuto a Roma nelle giornate di ieri e di oggi da professori del Technion sui temi di grande attualità dell’open innovation, il management e i processi adottati dalle organizzazioni e startup per innovare prodotti, servizi e modelli di business.
“Si tratta di una sorta di ‘assaggio’ di quelle che sono le lezioni dei master del Technion, per far vivere l’esperienza e invogliare a iscriversi ai corsi veri” ha spiegato a Pagine Ebraiche nel corso cena di gala tenutasi ieri sera Carlo Alberto Pratesi, professore ordinario di marketing presso l’università degli Studi Roma Tre e ideatore e coordinatore di Open Innovation Academies, un programma di workshop che ha l’obiettivo di connettere i maggiori esperti di innovazione tecnologica provenienti dalle principali università e business school del mondo con le aziende e le startup della Capitale.
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pilpul
Curiosando tra le tracce
Perché un saggio o articolo sul paesaggio in Italia dovrebbe essere definito storico-politico? E perché si cita un discorso tenuto il 18 marzo del 1968 da Robert Kennedy definendolo “ex-senatore statunitense” senza dire che era candidato alla presidenza degli Stati Uniti, che stava partecipando alle elezioni primarie del Partito Democratico e che pochi mesi dopo sarebbe stato assassinato? Misteri che accompagnano la lettura delle tracce proposte quest’anno per la prima prova dell’esame di stato e che dimostrano come l’abitudine alla contestualizzazione storica, e forse l’idea stessa di storia, si stiano lentamente estinguendo nella scuola italiana, anche se gli anniversari tondi (come quello del voto alle donne) suscitano ancora qualche attenzione. A di là questi misteri si nota qualche curiosità: per esempio, nel saggio breve letterario sul rapporto padre-figlio due testi citati su tre sono di autori ebrei (Kafka e Saba). Mi domando con una leggera apprensione come i ragazzi avranno interpretato “Eran due razze in antica tenzone”, il verso finale della poesia di Saba Mio padre è stato per me “l’assassino”. E, sempre con leggera apprensione, mi domando come avranno potuto interpretare, nel tema di ordine generale, l’invito a riflettere “sul concetto di confine: confini naturali, “muri” e reticolati, la costruzione dei confini nella storia recente, l’attraversamento dei confini, le guerre per i confini e le guerre sui confini, i confini superati e i confini riaffermati.” Perché quel “muri” è tra virgolette? A chi o a cosa intendeva riferirsi chi ha scritto la traccia?

Anna Segre, insegnante 
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Fare gli europei
Massimo d’Azeglio, presidente del consiglio dal 1849 al 1852, è noto che scrisse «Abbiamo fatto l’Italia. Ora si tratta di fare gli italiani». Dopo più di un secolo, ritengo che l’Italia sia un paese ancora sostanzialmente diviso, e che questi “italiani” non siano stati completamente plasmati. Una frase analoga potrebbe essere ripetuta talora per l’Europa, poiché, nonostante la moneta unica e Schengen, quando si parla di europei si pensa più che altro al campionato di calcio invece che a un popolo con delle caratteristiche culturali in comune. Non so per l’everyman italiano o europeo quale possa essere il senso di appartenenza rispettivo all’Italia o all’Europa. Generalmente subentra un sentimento identitario soltanto in contrapposizione a qualcosa di estraneo ed esterno: siamo settentrionali rispetto ai meridionali, siamo italiani rispetto agli albanesi e ai francesi, siamo tutti europei rispetto agli extracomunitari; forse ci sentiremo anche cittadini del mondo se realmente esistessero gli alieni. Probabilmente, riprendendo pure l’ultimo intervento di Sergio Della Pergola, gli ebrei dovrebbero essere la nazione più sensibile e più interessata all’idea di Europa, e aggiungiamoci magari altre minoranze con uno stato lontano, smembrato o inesistente:

Francesco Moises Bassano
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Vita
Girando su internet mi sono commossa di fronte a un dialogo che altro non è che un’affascinate metafora della vita, che inizia dal ventre della propria madre per andare oltre.

Ilana Bahbout
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