Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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Dio
è; non necessariamente c'è. Non sembra tanto chiaro, piuttosto, dove
sia l'uomo. È dall'Eden che non riusciamo, come umanità, a rispondere
compiutamente a questa domanda divina.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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Solo
la conoscenza abbatte la diffidenza. Si sta muovendo qualcuno per
trasformare il 26 luglio, data dell’uccisione del parroco Jacques Hamel
in una chiesa di Saint-Etiennedu-Rouvray, in Normandia, nella “Giornata
delle visite” dove i fedeli delle religioni monoteiste possano visitare
moschee, chiese, sinagoghe in un clima di fraternità e reciproco
interesse.
Sarà una pratica, ammesso che passi, in cui conoscenza si traduce in confidenza.
Insieme e accanto ci va una politica culturale del potere pubblico che
guardi alle religioni come un campo del sapere su cui si fa educazione
civica. In questo caso conoscenza significa sapere, meglio se con una
dimensione storico-critica.
Se rimarrà solo la dimensione della visita sarà un gesto di galateo
apprezzabile, ma non molto di più e, alla fine, penso inutile.
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Preghiera nelle chiese,
Islam italiano diviso
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Sono
molte le chiese che, in Italia, apriranno oggi le proprie porte alla
celebrazione della messa insieme a fedeli islamici. Un’iniziativa di
solidarietà partita dalla Francia che spacca la comunità musulmana.
“Noi oggi in Chiesa? I musulmani divisi” titola il Corriere, dando
conto delle diverse posizioni interne all’Islam italiano. Apprezzamento
per l’iniziativa da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella,
intervistato ieri al TG1 sulla minaccia del terrorismo islamico: “Noi
non possiamo e non dobbiamo stravolgere i principi della nostra civiltà
e inoltre non servirebbe. Occorre un’efficace azione anticipatrice, di
prevenzione, di intelligence, di vigilanza e polizia – afferma
Mattarella – perfettamente compatibile con le libertà superando vecchie
abitudini che ostacolano la condivisione di informazioni”. Quella che
sta portando avanti il terrorismo fondamentalista, per Mattarella, “è
una guerra in un formato diverso, senza frontiere”. Ma “non una guerra
di religione”.
Dichiara Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente Ucoii, in una
intervista a Repubblica: “Oggi saremo nelle chiese italiane, da Milano
a Catania, per portare una testimonianza di dialogo, condivisione e
solidarietà ai nostri fratelli cristiani. Alla preghiera del prossimo
venerdì saremmo lieti di avere nelle nostre moschee esponenti della
comunità cattolica, sindaci, cittadini, politici: anche Salvini è ben
accetto. Ma so anche io che non basterà. Noi dobbiamo fare di più per
isolare chi sceglie il terrore, ma al governo e al premier Renzi chiedo
un atto di coraggio: firmiamo ora l’intesa tra lo Stato e la religione
musulmana per l’8 per mille”. Secondo Elzir, alla guida di una realtà
in cui molte sono le zone d’ombra, “l’8 per mille potremmo avere
finanziamenti per garantire la formazione dei nostri imam totalmente in
Italia, eviteremmo fondi stranieri per la realizzazione delle moschee,
potremo attivare progetti di lavoro e assistenza nelle carceri”.
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LA MOBILITAZIONE DEGLI EBREI FRANCESI "Il nostro Shabbat contro l'odio"
È
stato un sabato di riflessione ma anche di speranza quello appena
passato nelle sinagoghe francesi. All'entrata dello Shabbat il gran
rabbino Haim Korsia aveva infatti invitato attraverso i social network
alla celebrazione di un minuto di silenzio durante la preghiera in
memoria di padre Jacques Hamel, barbaramente ucciso da due terroristi
islamici nella sua chiesa di chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, e alla
recitazione di alcuni salmi che invocano alla protezione e alla pace.
Per reagire e resistere alle tragedie che il terrorismo porta nel
paese, alla Francia non serve solo la preghiera, ha esortato il rav, ma
anche l'azione e la difesa dei valori della democrazia e della
fratellanza: "Essere cittadini vuol dire anche avere dei doveri. Vuol
dire fare degli sforzi e partecipare alla costruzione della Francia. La
società ha per troppo tempo rinunciato a molti dei suoi riti
repubblicani. Dobbiamo urgentemente riappropriarci dei nostri simboli -
il suo appello - dobbiamo trovare il modo di condividere il tempo, di
essere 'contemporanei'".
Tra i valori della Repubblica che per Korsia sono stati troppo negletti
negli ultimi tempi, vi è in particolare quello della fratellanza: “Lo
abbiamo ricordato l'11 gennaio 2015 quando tutta la Francia ha marciato
insieme, ma una volta che abbiamo marciato non abbiamo continuato a
dare alla fratellanza un contenuto concreto”, ha affermato in
un'intervista a i24News, insieme ad Ahmet Ogras, vicepresidente del
Consiglio Francese del Culto Musulmano e Padre Antoine de Romanet,
parroco della chiesa di Notre-Dame d'Auteuil a Parigi. “Penso che
invece quello che noi facciamo nei nostri rispettivi culti sia proprio
saper rinnovare continuamente i nostri valori. All'ufficio di padre
Hamel si può dire partecipassero poche persone – ha osservato Korsia –
ma è proprio perché ci sono poche persone che il suo gesto è
essenziale. Si tratta di una permanenza di cose e di riti, e lui
incarna in questa maniera la fede, questa fede nei valori che fanno
parte della nostra società francese, tra cui la fratellanza, che
dobbiamo imperativamente restaurare insieme”. Un imperativo tale in
quanto l'unità della società francese nelle sue varie componenti
costituisce secondo Korsia l'unica vera risposta al terrore: “Essere
insieme è una forma di resistenza non passiva, ma attiva. La resistenza
passiva è lasciar passare le cose, mentre quella attiva è promuovere i
valori della Repubblica. In questo momento – ha rilevato il gran
rabbino – ci troviamo in una continua replica, in una costante
necessità di rispondere a degli atti di odio che ripetendosi finiscono
per creare una sorta di flusso, in cui nessuno capisce più l'urgenza di
agire. E agire è stare insieme”. Leggi
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QUI VENEZIA - PAGINE EBRAICHE Le giornate del Mercante
Mentre
si avvia verso la fine la "settimana del Mercante", che ha portato il
ghetto di Venezia al centro dell'attenzione in tutto il mondo, continua
anche la distribuzione, in centinaia di copie, del numero di agosto di
Pagine Ebraiche. "Venezia - I 500 anni del ghetto", il secondo dossier
dedicato dal giornale dell'ebraismo italiano al cinquecentenario
dell'istituzione del ghetto più noto, curato da Ada Treves, dedica
sedici pagine al ritorno dell'ebreo veneziano più noto, e ad alcune
delle tante manifestazioni di un anno straordinario. Il mercante di
Venezia, messo in scena da Karin Coonrod in Campo del Ghetto Nuovo, con
l'internazionale Compagnia de'Colombari, si è arricchito della musica
composta e anche suonata da Frank London, e giovedì scorso alla Scuola
Grande di San Rocco il processo d'appello intentato da Shylock contro
Antonio e la Repubblica di Venezia e contro Porzia è stato un'occasione
d'eccezione, che ha attirato un pubblico straordinario da tutto il
mondo. A presiedere la giuria Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte
Suprema degli Stati Uniti, e durante il dibattimento F. Murray Abraham,
il grande attore americano, è stato protagonista nel ruolo di Shylock
di un inedito duetto col giudice. E James Shapiro e Stephen Greenblatt,
i due famosi studiosi di Shakespeare, rispettivamente della Columbia
University e di Harvard, i cui testi sono pubblicati nel dossier, hanno
offerto al pubblico un'appassionante discussione sui tanti temi
complessi che il Mercante continua a sollevare. Dall'antisemitismo al
pregiudizio, dalla cultura alla poesia, il testo di Shakespeare
continua da più di quattro secoli ad essere al centro di studi,
discussioni e polemiche. Ma l'anno del cinquecentenario non gira solo
intorno a "The Merchant in Venice": oltre alla grande mostra "Venezia,
gli ebrei e l’Europa (1516-2016)", allestita in quello stesso Palazzo
Ducale da cui cinquecento anni addietro uscì il decreto di istituzione
del primo ghetto della storia e curata da Donatella Calabi, tutte le
istituzioni cittadine sono impegnate nell'arricchire il calendario
delle manifestazioni di appuntamenti importanti. Peggy Guggenheim
ritratta da grandi fotografi è all'Ikona Gallery, mentre ai Tre Oci si
sta preparando la grande mostra che presenterà al pubblico, a partire
da fine agosto, il nuovo lavoro di Ferdinando Scianna, che ha passato
alcune settimane a Venezia per scattare nuove immagini del Ghetto.
Intanto i giardini segreti sono pronti a tornare a nuova vita, e molte
altre iniziative sono in preparazione, a partire da un'altra mostra
fotografica, che questo autunno riporterà per la prima volta gli scatti
di Graziano Arici nella sua Laguna. Leggi
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QUI NAPOLI Antiche testimonianze in mostra
Accantonati
per lungo tempo nei depositi del Museo Archeologico più importante
d’Italia, trovano finalmente collocazione permanente alcune delle più
interessanti e antiche testimonianze del giudaismo in Campania. La
nuova sala “Dall’Oriente” è solo una piccola ma significativa parte del
progetto “Egitto Pompei”, nato dalla collaborazione tra il Museo Egizio
di Torino, la Soprintendenza di Pompei e il Museo Archeologico
Nazionale di Napoli, che culminerà l’8 ottobre con la riapertura in un
nuovo allestimento della Collezione Egizia e della Sezione Epigrafica
del Museo napoletano. La nuova sala, il cui allestimento è stato curato
da Valeria Sampaolo con la consulenza di Giancarlo Lacerenza per i
materiali giudaici e aramaico-nabatei, si propone di presentare accanto
alle straordinarie testimonianze del culto isiaco in Campania,
documenti inediti o poco noti sulle altre religioni e presenze
orientali con cui il mondo romano venne a contatto.
Nella nuova esposizione, le testimonianze giudaiche, mai esposte al
pubblico in precedenza, consistono di una decina di epigrafi e due
lucerne.
Il più antico dei testi esposti è il graffito latino Sodom(a)
Gomor(ra), rinvenuto a Pompei agli inizi del ‘900: staccato e a lungo
conservato nei depositi del Museo, il graffito, oggi appena leggibile,
suggerisce che qualcuno, rammentando il destino delle due città sul Mar
Morto, passando da Pompei dopo l’eruzione, forse in uno dei numerosi
tentativi di recuperare oggetti dalle case distrutte, abbia citato il
passo biblico fornendo allo stesso tempo un giudizio sull’accaduto.
Forse un ebreo, in ogni caso qualcuno che doveva conoscere la storia
delle due città annientate dalla furia divina a causa dei loro peccati.
Oltre a questo graffito sono esposte, anche queste per la prima volta,
alcune iscrizioni giudaiche, da Napoli e da Roma, scelte fra quelle
ancora custodite nei depositi. Le epigrafi di Napoli, ritrovate in un
sepolcreto lontano dal centro cittadino, nella zona dell’Arenaccia,
confermano la testimonianza di Procopio di Cesarea che in epoca
bizantina (Procopio si riferisce all’anno 536 e.v.) la presenza
giudaica fosse già da tempo affermata e integrata nella società locale.
Claudia Campagnano Leggi
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I mostriciattoli di Auschwitz
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Dicono
che il gioco valga circa sei milioni di dollari in utili ogni giorno.
Sono i Pokémon della nuova generazione, quelli che si individuano con
un’apposita applicazione, ovviamente da scaricare sul proprio supporto
elettronico portatile, grazie al quale dare la “caccia” (così dai più
viene presentata l’attività) al mostriciattolo di turno. Il sistema è a
rete, come si conviene a tutte le attività che traggano la loro fonte
di ispirazione, creazione, realizzazione e implementazione nella
dimensione virtuale. Il circuito produttivo è un catenaccio tra alcune
grandi imprese specializzate in due grandi comparti del web, il
segmento ludico (Nintendo) e quello dell’elaborazione e della
distribuzione dei dati (Google e Niantic).
A ciò, si è poi aggiunta la corporation del consumo alimentare veloce
per eccellenza, la MacDonald’s. Una sorta di rete commerciale pressoché
perfetta. Almeno una trentina di milioni di “utenti” (sarebbe però
meglio chiamarli per ciò che sono in prospettiva, ovvero clienti,
pagando i servizi accessori, anche se in origine è gratuito,
presentandosi come “free-to-play”) si è già iscritta al “gioco”,
scaricando l’applicazione. Il primo Pokémon non era ambientato nel
mondo reale bensì nella terra immaginaria di Kanto. La struttura del
gioco coniugava il collezionismo (raccogliere tutti i poketmonsters,
più di centocinquanta, in un album virtuale, il Pokédex) insieme al
dare corso ad un “gioco di ruolo” attraverso i CCG, acronimo di
“collectable card games”, ossia carte raffiguranti oggetti, creature,
situazioni, qualità e potenzialità di un universo immaginario,
utilizzate nelle diverse fasi del percorso ludico. Il tutto si legava
poi all’idea di una sorta di caccia al tesoro su un territorio
virtuale, permutato dai videogiochi.
L’elemento di cerniera era (e rimane) quello dell’accrescimento: più un
giocatore si garantiva certi personaggi, in una posizione di
competizione e rivalità con altri soggetti, più aumentava (ossia
evolveva, sviluppandosi su una scala di valori e competenze) la sua
fisionomia. Il Pokemon Go aggiunge ora a tutto ciò l’ambientazione nel
mondo reale, utilizzando la struttura del videogioco Ingress, basato
sulla cosiddetta “realtà aumentata”, ossia “augmented-reality massively
multiplayer online location-based game”: un gioco on-line aperto a un
numero indefinito di utenti e basato sul collegamento fra luoghi reali
del mondo fisico e luoghi virtuali propri, invece, dell’universo
immaginario contenuto nel gioco. In un meccanismo di continuo
riversamento tra fisicità e concretezza degli ambienti e fantasia della
narrazione contenuta nelle dinamiche ludiche. La stessa nozione di
“realtà aumentata” rinvia ad una specifica e sempre più diffusa
condizione, quella che implica l’arricchimento della percezione
sensoriale umana mediante un flusso persistente e cumulativo di
informazioni elaborate e distribuite elettronicamente.
Senza la mediazione di un supporto informatico queste informazioni non
sarebbero percepibili con i cinque sensi. Nei fatti Ingress (creato
originariamente da Niantic, affiliata a Google fino ad un paio di anni
fa) è un sistema molto più complesso e articolato dell’originario
Pokémon. Si affida anch’esso, tuttavia, alla contrapposizione tra
fazioni (Illuminati e Resistenti). I partecipanti al gioco scelgono uno
dei due gruppi e poi si danno un’incruenta battaglia cercando di
arrivare al controllo dei “portali”, luoghi di concentrazione delle
particelle di sapere, conosciute come Exotic Matter. I portali
corrispondono nel mondo reale a luoghi di particolare rilievo storico,
culturale o sociale: ad esempio edifici pubblici, monumenti,
biblioteche. Spostandosi materialmente negli spazi pubblici, usando lo
smartphone e Google Maps, attraverso il sistema GPS, il giocatore può
garantire a sé e alla sua fazione una serie di oggetti utili allo
svolgimento del gioco. Pokémon Go assume il meccanismo del “location
based game” e quindi della contaminazione tra mondo virtuale e realtà.
La caccia ai Pokémon si svolge su un terreno fisico, materiale, quindi
da esplorare, camminare, attraversare ma, nei suoi esiti, è tutta
intestina ad una dimensione immaginaria, dove la concretizzazione
corporea di quest’ultima è data solo dalle raffigurazioni di animaletti
inverosimili, sgraziati, buffi e incongrui, comunque privi di qualsiasi
piacevolezza che non sia la deformazione dei tratti di un’infanzia
fatta da piccoli incubi piuttosto che da gradevoli sogni. Al giocatore
sono tuttavia richieste doti generalmente molto apprezzate nella vita
associata e di relazione, nel lavoro, nello studio, tra i propri
simili: pervicacia, costanza, concentrazione, determinazione,
immedesimazione, coinvolgimento, competizione e comunicazione.
Ciò che gli viene offerto come contropartita è l’immersione totale in
una sorta di universo parallelo (ma che usa i luoghi fisici) con regole
ferree, criteri ripetitivi (e come tali rassicuranti) e la simulazione
di una netta contrapposizione, con avversari virtuali, in una rincorsa
ad acquisire dei punti che “accrescono” il valore del giocatore. I
luoghi virtuali dove identificare e trovare i piccoli mostri, i
cosiddetti PokéStop, come si diceva, non a caso si trovano ubicati in
aree di interesse pubblico, ed in particolare di rilievo artistico,
storico e culturale. Immediatamente ne sono stati coinvolti siti come
il Ground Zero, il memoriale di Srebrenica, il cimitero militare di
Arlington e, ma guarda un po’, anche il campo di Auschwitz. Gli inviti
delle autorità a risparmiare i luoghi della memoria, quella tanto
dolente quanto carica di significati civili e morali, ottengono quasi
sempre risultati incerti. In un primo momento si manifesta
l’indisponibilità, variamente motivata, salvo poi fare seguire un
imbarazzato divieto al prosieguo dei “giochi”.
Già nella settimane trascorse era stata peraltro rimossa un’altra
“App”, creata da una scuola spagnola e dedicata ad Auschwitz, con la
promessa, rivolta agli utenti, di vivere una esperienza “come un vero
ebreo nel campo di concentramento”. Più in generale, la tentazione di
trasformare la storia dei Lager in una esperienza simulata,
completamente virtuale, è da tempo che trova riscontri nel web. Al di
là dell’esecrazione, la questione della “colonizzazione” di spazi
pubblici da parte di attività ludiche e commerciali solleva parecchi
problemi.
Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Incoronate
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Alle
felicitazioni senza riserve per l’elezione di Noemi Di Segni hanno
fatto seguito quelle più circostanziate per la nomina di Hillary Rodham
Clinton a candidata democratica per la presidenza degli Stati Uniti;
nomina che non può non indurre a interrogarsi sul come e sul quanto i
legami familiari abbiano influito sulla sua carriera. La vicenda di
Hillary, che potrebbe ancora diventare la donna più potente del mondo
ad avere nipoti ebrei, stimola il confronto con quelle di altre donne
leader, ebree o approssimativamente ebree, che abbiamo in una certa
misura rimosso dall’agiografia del giudaismo divulgativo.
Alessandro Treves, neuroscienziato
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