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31 Luglio 2016 - 25 Tammuz 5776
PAGINE EBRAICHE 24

ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
Dio è; non necessariamente c'è. Non sembra tanto chiaro, piuttosto, dove sia l'uomo. È dall'Eden che non riusciamo, come umanità, a rispondere compiutamente a questa domanda divina.
 
David Bidussa,
storico sociale
delle idee
Solo la conoscenza abbatte la diffidenza. Si sta muovendo qualcuno per trasformare il 26 luglio, data dell’uccisione del parroco Jacques Hamel in una chiesa di Saint-Etiennedu-Rouvray, in Normandia, nella “Giornata delle visite” dove i fedeli delle religioni monoteiste possano visitare moschee, chiese, sinagoghe in un clima di fraternità e reciproco interesse.
Sarà una pratica, ammesso che passi, in cui conoscenza si traduce in confidenza.
Insieme e accanto ci va una politica culturale del potere pubblico che guardi alle religioni come un campo del sapere su cui si fa educazione civica. In questo caso conoscenza significa sapere, meglio se con una dimensione storico-critica.
Se rimarrà solo la dimensione della visita sarà un gesto di galateo apprezzabile, ma non molto di più e, alla fine, penso inutile.
Preghiera nelle chiese,
Islam italiano diviso
Sono molte le chiese che, in Italia, apriranno oggi le proprie porte alla celebrazione della messa insieme a fedeli islamici. Un’iniziativa di solidarietà partita dalla Francia che spacca la comunità musulmana. “Noi oggi in Chiesa? I musulmani divisi” titola il Corriere, dando conto delle diverse posizioni interne all’Islam italiano. Apprezzamento per l’iniziativa da parte del capo dello Stato, Sergio Mattarella, intervistato ieri al TG1 sulla minaccia del terrorismo islamico: “Noi non possiamo e non dobbiamo stravolgere i principi della nostra civiltà e inoltre non servirebbe. Occorre un’efficace azione anticipatrice, di prevenzione, di intelligence, di vigilanza e polizia – afferma Mattarella – perfettamente compatibile con le libertà superando vecchie abitudini che ostacolano la condivisione di informazioni”. Quella che sta portando avanti il terrorismo fondamentalista, per Mattarella, “è una guerra in un formato diverso, senza frontiere”. Ma “non una guerra di religione”.
Dichiara Izzedin Elzir, imam di Firenze e presidente Ucoii, in una intervista a Repubblica: “Oggi saremo nelle chiese italiane, da Milano a Catania, per portare una testimonianza di dialogo, condivisione e solidarietà ai nostri fratelli cristiani. Alla preghiera del prossimo venerdì saremmo lieti di avere nelle nostre moschee esponenti della comunità cattolica, sindaci, cittadini, politici: anche Salvini è ben accetto. Ma so anche io che non basterà. Noi dobbiamo fare di più per isolare chi sceglie il terrore, ma al governo e al premier Renzi chiedo un atto di coraggio: firmiamo ora l’intesa tra lo Stato e la religione musulmana per l’8 per mille”. Secondo Elzir, alla guida di una realtà in cui molte sono le zone d’ombra, “l’8 per mille potremmo avere finanziamenti per garantire la formazione dei nostri imam totalmente in Italia, eviteremmo fondi stranieri per la realizzazione delle moschee, potremo attivare progetti di lavoro e assistenza nelle carceri”.
 
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  davar
LA MOBILITAZIONE DEGLI EBREI FRANCESI
"Il nostro Shabbat contro l'odio"
È stato un sabato di riflessione ma anche di speranza quello appena passato nelle sinagoghe francesi. All'entrata dello Shabbat il gran rabbino Haim Korsia aveva infatti invitato attraverso i social network alla celebrazione di un minuto di silenzio durante la preghiera in memoria di padre Jacques Hamel, barbaramente ucciso da due terroristi islamici nella sua chiesa di chiesa di Saint-Etienne-du-Rouvray, e alla recitazione di alcuni salmi che invocano alla protezione e alla pace. Per reagire e resistere alle tragedie che il terrorismo porta nel paese, alla Francia non serve solo la preghiera, ha esortato il rav, ma anche l'azione e la difesa dei valori della democrazia e della fratellanza: "Essere cittadini vuol dire anche avere dei doveri. Vuol dire fare degli sforzi e partecipare alla costruzione della Francia. La società ha per troppo tempo rinunciato a molti dei suoi riti repubblicani. Dobbiamo urgentemente riappropriarci dei nostri simboli - il suo appello - dobbiamo trovare il modo di condividere il tempo, di essere 'contemporanei'".
Tra i valori della Repubblica che per Korsia sono stati troppo negletti negli ultimi tempi, vi è in particolare quello della fratellanza: “Lo abbiamo ricordato l'11 gennaio 2015 quando tutta la Francia ha marciato insieme, ma una volta che abbiamo marciato non abbiamo continuato a dare alla fratellanza un contenuto concreto”, ha affermato in un'intervista a i24News, insieme ad Ahmet Ogras, vicepresidente del Consiglio Francese del Culto Musulmano e Padre Antoine de Romanet, parroco della chiesa di Notre-Dame d'Auteuil a Parigi. “Penso che invece quello che noi facciamo nei nostri rispettivi culti sia proprio saper rinnovare continuamente i nostri valori. All'ufficio di padre Hamel si può dire partecipassero poche persone – ha osservato Korsia – ma è proprio perché ci sono poche persone che il suo gesto è essenziale. Si tratta di una permanenza di cose e di riti, e lui incarna in questa maniera la fede, questa fede nei valori che fanno parte della nostra società francese, tra cui la fratellanza, che dobbiamo imperativamente restaurare insieme”. Un imperativo tale in quanto l'unità della società francese nelle sue varie componenti costituisce secondo Korsia l'unica vera risposta al terrore: “Essere insieme è una forma di resistenza non passiva, ma attiva. La resistenza passiva è lasciar passare le cose, mentre quella attiva è promuovere i valori della Repubblica. In questo momento – ha rilevato il gran rabbino – ci troviamo in una continua replica, in una costante necessità di rispondere a degli atti di odio che ripetendosi finiscono per creare una sorta di flusso, in cui nessuno capisce più l'urgenza di agire. E agire è stare insieme”.
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QUI VENEZIA - PAGINE EBRAICHE
Le giornate del Mercante
Mentre si avvia verso la fine la "settimana del Mercante", che ha portato il ghetto di Venezia al centro dell'attenzione in tutto il mondo, continua anche la distribuzione, in centinaia di copie, del numero di agosto di Pagine Ebraiche. "Venezia - I 500 anni del ghetto", il secondo dossier dedicato dal giornale dell'ebraismo italiano al cinquecentenario dell'istituzione del ghetto più noto, curato da Ada Treves, dedica sedici pagine al ritorno dell'ebreo veneziano più noto, e ad alcune delle tante manifestazioni di un anno straordinario. Il mercante di Venezia, messo in scena da Karin Coonrod in Campo del Ghetto Nuovo, con l'internazionale Compagnia de'Colombari, si è arricchito della musica composta e anche suonata da Frank London, e giovedì scorso alla Scuola Grande di San Rocco il processo d'appello intentato da Shylock contro Antonio e la Repubblica di Venezia e contro Porzia è stato un'occasione d'eccezione, che ha attirato un pubblico straordinario da tutto il mondo. A presiedere la giuria Ruth Bader Ginsburg, giudice della Corte Suprema degli Stati Uniti, e durante il dibattimento F. Murray Abraham, il grande attore americano, è stato protagonista nel ruolo di Shylock di un inedito duetto col giudice. E James Shapiro e Stephen Greenblatt, i due famosi studiosi di Shakespeare, rispettivamente della Columbia University e di Harvard, i cui testi sono pubblicati nel dossier, hanno offerto al pubblico un'appassionante discussione sui tanti temi complessi che il Mercante continua a sollevare. Dall'antisemitismo al pregiudizio, dalla cultura alla poesia, il testo di Shakespeare continua da più di quattro secoli ad essere al centro di studi, discussioni e polemiche. Ma l'anno del cinquecentenario non gira solo intorno a "The Merchant in Venice": oltre alla grande mostra "Venezia, gli ebrei e l’Europa (1516-2016)", allestita in quello stesso Palazzo Ducale da cui cinquecento anni addietro uscì il decreto di istituzione del primo ghetto della storia e curata da Donatella Calabi, tutte le istituzioni cittadine sono impegnate nell'arricchire il calendario delle manifestazioni di appuntamenti importanti. Peggy Guggenheim ritratta da grandi fotografi è all'Ikona Gallery, mentre ai Tre Oci si sta preparando la grande mostra che presenterà al pubblico, a partire da fine agosto, il nuovo lavoro di Ferdinando Scianna, che ha passato alcune settimane a Venezia per scattare nuove immagini del Ghetto. Intanto i giardini segreti sono pronti a tornare a nuova vita, e molte altre iniziative sono in preparazione, a partire da un'altra mostra fotografica, che questo autunno riporterà per la prima volta gli scatti di Graziano Arici nella sua Laguna.
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QUI NAPOLI
Antiche testimonianze in mostra
Accantonati per lungo tempo nei depositi del Museo Archeologico più importante d’Italia, trovano finalmente collocazione permanente alcune delle più interessanti e antiche testimonianze del giudaismo in Campania. La nuova sala “Dall’Oriente” è solo una piccola ma significativa parte del progetto “Egitto Pompei”, nato dalla collaborazione tra il Museo Egizio di Torino, la Soprintendenza di Pompei e il Museo Archeologico Nazionale di Napoli, che culminerà l’8 ottobre con la riapertura in un nuovo allestimento della Collezione Egizia e della Sezione Epigrafica del Museo napoletano. La nuova sala, il cui allestimento è stato curato da Valeria Sampaolo con la consulenza di Giancarlo Lacerenza per i materiali giudaici e aramaico-nabatei, si propone di presentare accanto alle straordinarie testimonianze del culto isiaco in Campania, documenti inediti o poco noti sulle altre religioni e presenze orientali con cui il mondo romano venne a contatto.
Nella nuova esposizione, le testimonianze giudaiche, mai esposte al pubblico in precedenza, consistono di una decina di epigrafi e due lucerne.
Il più antico dei testi esposti è il graffito latino Sodom(a) Gomor(ra), rinvenuto a Pompei agli inizi del ‘900: staccato e a lungo conservato nei depositi del Museo, il graffito, oggi appena leggibile, suggerisce che qualcuno, rammentando il destino delle due città sul Mar Morto, passando da Pompei dopo l’eruzione, forse in uno dei numerosi tentativi di recuperare oggetti dalle case distrutte, abbia citato il passo biblico fornendo allo stesso tempo un giudizio sull’accaduto. Forse un ebreo, in ogni caso qualcuno che doveva conoscere la storia delle due città annientate dalla furia divina a causa dei loro peccati.
Oltre a questo graffito sono esposte, anche queste per la prima volta, alcune iscrizioni giudaiche, da Napoli e da Roma, scelte fra quelle ancora custodite nei depositi. Le epigrafi di Napoli, ritrovate in un sepolcreto lontano dal centro cittadino, nella zona dell’Arenaccia, confermano la testimonianza di Procopio di Cesarea che in epoca bizantina (Procopio si riferisce all’anno 536 e.v.) la presenza giudaica fosse già da tempo affermata e integrata nella società locale.


Claudia Campagnano
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QUI ROMA - IL TORNEO
Maccabiadi, inizia la rincorsa
È un lungo percorso quello che porterà alle Maccabiadi del luglio del 2017, ventesima edizione dei Giochi che richiameranno come ogni quattro anni migliaia di giovani ebrei da tutto il mondo in Israele. Un percorso che vedrà ancora una volta protagonista l’Italia, nazione che da sempre partecipa con entusiasmo a questa manifestazione molto attesa. Mancano 12 mesi, ma è già tempo di consolidare un gruppo che possa farsi valere in molte discipline. Va in questa direzione la prima Maccabi Cup, torneo di calcio che a Roma ha visto sfidarsi otto diverse rappresentative. Vittoria finale per i ragazzi del Maccabi Eilat, premiati dalla presidente della Comunità ebraica romana Ruth Dureghello davanti a un folto pubblico: 400 all’incirca le presenze sugli spalti dell’impianto sportivo Moon River.
“C’è bisogno di entusiasmo attorno al Maccabi. Una realtà che merita di essere sostenuta, da un punto di vista economico e non solo, anche in vista degli impegni che ci attendono nei prossimi mesi” dice il presidente Vittorio Pavoncello.
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pilpul

I mostriciattoli di Auschwitz
Dicono che il gioco valga circa sei milioni di dollari in utili ogni giorno. Sono i Pokémon della nuova generazione, quelli che si individuano con un’apposita applicazione, ovviamente da scaricare sul proprio supporto elettronico portatile, grazie al quale dare la “caccia” (così dai più viene presentata l’attività) al mostriciattolo di turno. Il sistema è a rete, come si conviene a tutte le attività che traggano la loro fonte di ispirazione, creazione, realizzazione e implementazione nella dimensione virtuale. Il circuito produttivo è un catenaccio tra alcune grandi imprese specializzate in due grandi comparti del web, il segmento ludico (Nintendo) e quello dell’elaborazione e della distribuzione dei dati (Google e Niantic).
A ciò, si è poi aggiunta la corporation del consumo alimentare veloce per eccellenza, la MacDonald’s. Una sorta di rete commerciale pressoché perfetta. Almeno una trentina di milioni di “utenti” (sarebbe però meglio chiamarli per ciò che sono in prospettiva, ovvero clienti, pagando i servizi accessori, anche se in origine è gratuito, presentandosi come “free-to-play”) si è già iscritta al “gioco”, scaricando l’applicazione. Il primo Pokémon non era ambientato nel mondo reale bensì nella terra immaginaria di Kanto. La struttura del gioco coniugava il collezionismo (raccogliere tutti i poketmonsters, più di centocinquanta, in un album virtuale, il Pokédex) insieme al dare corso ad un “gioco di ruolo” attraverso i CCG, acronimo di “collectable card games”, ossia carte raffiguranti oggetti, creature, situazioni, qualità e potenzialità di un universo immaginario, utilizzate nelle diverse fasi del percorso ludico. Il tutto si legava poi all’idea di una sorta di caccia al tesoro su un territorio virtuale, permutato dai videogiochi.
L’elemento di cerniera era (e rimane) quello dell’accrescimento: più un giocatore si garantiva certi personaggi, in una posizione di competizione e rivalità con altri soggetti, più aumentava (ossia evolveva, sviluppandosi su una scala di valori e competenze) la sua fisionomia. Il Pokemon Go aggiunge ora a tutto ciò l’ambientazione nel mondo reale, utilizzando la struttura del videogioco Ingress, basato sulla cosiddetta “realtà aumentata”, ossia “augmented-reality massively multiplayer online location-based game”: un gioco on-line aperto a un numero indefinito di utenti e basato sul collegamento fra luoghi reali del mondo fisico e luoghi virtuali propri, invece, dell’universo immaginario contenuto nel gioco. In un meccanismo di continuo riversamento tra fisicità e concretezza degli ambienti e fantasia della narrazione contenuta nelle dinamiche ludiche. La stessa nozione di “realtà aumentata” rinvia ad una specifica e sempre più diffusa condizione, quella che implica l’arricchimento della percezione sensoriale umana mediante un flusso persistente e cumulativo di informazioni elaborate e distribuite elettronicamente.
Senza la mediazione di un supporto informatico queste informazioni non sarebbero percepibili con i cinque sensi. Nei fatti Ingress (creato originariamente da Niantic, affiliata a Google fino ad un paio di anni fa) è un sistema molto più complesso e articolato dell’originario Pokémon. Si affida anch’esso, tuttavia, alla contrapposizione tra fazioni (Illuminati e Resistenti). I partecipanti al gioco scelgono uno dei due gruppi e poi si danno un’incruenta battaglia cercando di arrivare al controllo dei “portali”, luoghi di concentrazione delle particelle di sapere, conosciute come Exotic Matter. I portali corrispondono nel mondo reale a luoghi di particolare rilievo storico, culturale o sociale: ad esempio edifici pubblici, monumenti, biblioteche. Spostandosi materialmente negli spazi pubblici, usando lo smartphone e Google Maps, attraverso il sistema GPS, il giocatore può garantire a sé e alla sua fazione una serie di oggetti utili allo svolgimento del gioco. Pokémon Go assume il meccanismo del “location based game” e quindi della contaminazione tra mondo virtuale e realtà.
La caccia ai Pokémon si svolge su un terreno fisico, materiale, quindi da esplorare, camminare, attraversare ma, nei suoi esiti, è tutta intestina ad una dimensione immaginaria, dove la concretizzazione corporea di quest’ultima è data solo dalle raffigurazioni di animaletti inverosimili, sgraziati, buffi e incongrui, comunque privi di qualsiasi piacevolezza che non sia la deformazione dei tratti di un’infanzia fatta da piccoli incubi piuttosto che da gradevoli sogni. Al giocatore sono tuttavia richieste doti generalmente molto apprezzate nella vita associata e di relazione, nel lavoro, nello studio, tra i propri simili: pervicacia, costanza, concentrazione, determinazione, immedesimazione, coinvolgimento, competizione e comunicazione.
Ciò che gli viene offerto come contropartita è l’immersione totale in una sorta di universo parallelo (ma che usa i luoghi fisici) con regole ferree, criteri ripetitivi (e come tali rassicuranti) e la simulazione di una netta contrapposizione, con avversari virtuali, in una rincorsa ad acquisire dei punti che “accrescono” il valore del giocatore. I luoghi virtuali dove identificare e trovare i piccoli mostri, i cosiddetti PokéStop, come si diceva, non a caso si trovano ubicati in aree di interesse pubblico, ed in particolare di rilievo artistico, storico e culturale. Immediatamente ne sono stati coinvolti siti come il Ground Zero, il memoriale di Srebrenica, il cimitero militare di Arlington e, ma guarda un po’, anche il campo di Auschwitz. Gli inviti delle autorità a risparmiare i luoghi della memoria, quella tanto dolente quanto carica di significati civili e morali, ottengono quasi sempre risultati incerti. In un primo momento si manifesta l’indisponibilità, variamente motivata, salvo poi fare seguire un imbarazzato divieto al prosieguo dei “giochi”.
Già nella settimane trascorse era stata peraltro rimossa un’altra “App”, creata da una scuola spagnola e dedicata ad Auschwitz, con la promessa, rivolta agli utenti, di vivere una esperienza “come un vero ebreo nel campo di concentramento”. Più in generale, la tentazione di trasformare la storia dei Lager in una esperienza simulata, completamente virtuale, è da tempo che trova riscontri nel web. Al di là dell’esecrazione, la questione della “colonizzazione” di spazi pubblici da parte di attività ludiche e commerciali solleva parecchi problemi.


Claudio Vercelli
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Il settimanAle - Incoronate
Alle felicitazioni senza riserve per l’elezione di Noemi Di Segni hanno fatto seguito quelle più circostanziate per la nomina di Hillary Rodham Clinton a candidata democratica per la presidenza degli Stati Uniti; nomina che non può non indurre a interrogarsi sul come e sul quanto i legami familiari abbiano influito sulla sua carriera. La vicenda di Hillary, che potrebbe ancora diventare la donna più potente del mondo ad avere nipoti ebrei, stimola il confronto con quelle di altre donne leader, ebree o approssimativamente ebree, che abbiamo in una certa misura rimosso dall’agiografia del giudaismo divulgativo.

Alessandro Treves, neuroscienziato
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