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15 Agosto 2016 - 11 Av 5776
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Paolo Sciunnach,
insegnante
Ieri era il Digiuno del 9 del mese di Av, giorno della distruzione del Tempio di Gerusalemme. Secondo la tradizione ebraica nella sofferenza già ci sono i semi della redenzione futura. Speriamo e attendiamo che il Messia giunga presto ai nostri giorni.
 
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Anna
Foa,
storica
Aleppo è ridotta a un cumulo di macerie, senza cibo, senza acqua, sotto i bombardamenti senza sosta di due contrapposti assedi. Aleppo, come scrive Andrea Riccardi, è la Sarajevo del XXI secolo e chi di noi ricorda l’assedio terribile di Sarajevo ne riconosce le tracce nella tragedia di Aleppo. Città multiculturale, di secolare convivenza di culture e di religioni, ora distrutta. Come Sarajevo. E’ forse troppo tardi per salvare Aleppo, tra macerie, morti sotto i bombardamenti e ora anche attacchi chimici. Ma bisogna continuare a chiedere corridoi umanitari, tregue, a chiedere che Aleppo, la città proclamata nel 1986 dall’Unesco patrimonio dell’umanità, sia proclamata città aperta. Altrimenti, sarà il simbolo più tragico della nostra crisi inarrestabile, la crisi della nostra civiltà tutta.
 
I musulmani d'America: "Clima avvelenato"
Molte reazioni preoccupate, nell’Islam americano, dopo l’agguato mortale a un imam nel Queens. Un’azione che con tutta probabilità ha come matrice l’odio religioso. “Sono qui da 22 anni e non ho mai visto niente di simile. Un clima così avvelenato contro di noi musulmani non c’è stato nemmeno dopo gli attentati dell’11 Settembre del 2001. Non vedo l’ora che l’America vada a votare. Dopo, spero, gli animi si calmeranno. Altrimenti non ci resta che andarcene: in Canada o tornare in Bangladesh” sostiene un rappresentante della comunità locale al Corriere.
“Davanti al tempio c’è anche un rabbino – scrive il quotidiano – venuto a portare la solidarietà degli ebrei alla comunità di Ozone Park composta per il 90 per cento da musulmani del Bangladesh e per il resto di induisti venuti anche dall’India, dal Pakistan e dal Ghana.

Il Giorno racconta il percorso di radicalizzazione di Abou Nassim, oggi tra i terroristi più in vista dell’Isis, avvicinatosi all’Islam radicale in Italia. “Qui – si legge – si è radicalizzato. Da qui è partito a inizio anni Novanta per andare a combattere in Bosnia, indottrinato dai sermoni di Anwar Chaaban del centro islamico di viale Jenner. E sempre qui è tornato nei 2009, trasferito dalla prigione di Bagram (dov’è stato recluso per 7 anni) in base a un accordo governativo tra Italia e Stati Uniti. Da Milano è ripartito per non voltarsi più indietro nel 2013, espulso come soggetto pericoloso dal Viminale nonostante l’assoluzione in Corte d’Assise”.

“L’Islam non è una religione. È uno stile di vita incompatibile con il nostro. L’immigrazione incontrollata dei musulmani è il vero, grande pericolo per le nostre libertà. Aveva ragione il cardinale Biffi quando diceva che, se vogliamo integrarli davvero, meglio far entrare solo immigrati cristiani”. Così il leader leghista Matteo Salvini in una intervista a La Stampa.
 
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  davar
DOPO L'INTERVENTO DEI LEADER EBRAICI
"Napoli e l'omaggio al terrorista, iniziativa che ha del ridicolo"
Continua a far discutere la decisione del Comune di Napoli di attribuire la cittadinanza onoraria a Bilal Kayed, un terrorista palestinese per 14 anni nelle carceri israeliane. Una decisione contro cui sono intervenute assieme Noemi Di Segni e Lydia Schapirer, presidenti rispettivamente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della Comunità ebraica partenopea, autrici di un messaggio inviato al sindaco Luigi De Magistris in cui si definivano "preoccupate" e "attonite" che ampio risalto ha avuto sui media locali e nazionali. Inquietante e imbarazzato il silenzio del primo cittadino, solitamente molto loquace.
“Quando leggo l’appello che gli ha rivolto Noemi Di Segni, presidente della Unione di tutte le comunità ebraiche d’Italia, che lo scongiura di non premiare con la cittadinanza onoraria di Napoli il militante palestinese Bilal Kayed, perché si tratta di un ‘pericoloso terrorista che ha trascorso quattordici anni nelle carceri israeliane per le sue azioni violente e gode del sostegno di un’organizzazione terroristica come Hamas’ – scrive Antonio Polito in un appassionato editoriale sulla prima pagina del Corriere del Mezzogiorno – vorrei proprio sapere che cosa mai nella storia di Napoli, del suo popolo, della sua cultura, le ha meritato di essere iscritta a questa iniziativa di cieco odio anti-israeliano. E vorrei ricordare che il Comune di Napoli ha anche concesso in passato una sala per la proiezione di un film che si intitola ‘Israele-il Cancro’, che contribuisce alla campagna per contestare l’esistenza stessa dello stato di Israele. E vorrei dire agli ebrei italiani ed europei, e a tutti i cittadini di Israele, ‘not in my name'; assicurare cioè loro che il sindaco usa il suo potere per parlare a nome di una cittadinanza che invece è per la pace e contro il terrorismo, che vede sì gli errori politici del governo di Israele ma non vuole cancellare Israele dalla faccia della terra, e dunque non solidarizza con chi invece vuole farlo e anzi prova concretamente a farlo, uccidendo e ammazzando ebrei dovunque sia possibile”.
“Un giorno sì e l’altro pure – aggiunge Polito – Napoli vive le scene drammatiche di una sua quasi ‘guerra civile’, assiste alle ‘stese’, eufemismo per definire l’assalto di bande armate che sparano a raffica tra la folla incuranti di vittime ‘civili’, cioè non militarizzate nei ranghi della camorra, e il sindaco e il Comune di Napoli si preoccupano di intervenire nella guerra civile tra arabi e israeliani? Tutto ciò è ridicolo. Se non fosse tragico”.

a.s twitter @asmulevichmoked
RIO 2016
Sasson, la medaglia dell'orgoglio Sul tatami una risposta all'odio
Ha fatto il giro del mondo il video che immortala il rifiuto del judoka egiziano Islam El Shehaby di stringere la mano all’avversario, l’israeliano Or Sasson, che lo aveva appena eliminato nel primo turno della disciplina olimpica e che più volte aveva cercato un contatto una volta conclusa la gara.
Visibilmente amareggiato, Sasson non si è però scomposto più di tanto. Ed è andato avanti per la sua strada, a testa bassa, raggiungendo appena poche ore dopo una soddisfazione immensa,
accolta con un entusiasmo incontenibile e applaudita dal pubblico brasiliano (subito schieratosi al suo fianco): la medaglia di bronzo, la seconda per Israele in questa edizione dei Giochi dopo che alcuni giorni prima lo stesso metallo era andato a una collega di Sasson, la judoka Yarden Gerbi.
In un’edizione dei Giochi segnata da molte manifestazioni di odio, a partire dal rifiuto della squadra libanese di condividere con gli atleti israeliani il bus diretto alla cerimonia inaugurale di Rio 2016, la più bella e significativa delle risposte.
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informazione - international edition
La complessità di Shylock
È con le parole di Walter Valeri e di Davina Moss che il notiziario internazionale racconta oggi il lavoro e le scelte drammaturgiche compiute per la messa in scena di “The Merchant in Venice”, che ha riportato nel Ghetto di Venezia per la prima volta Shylock, il suo ebreo più famoso. Evento centrale del ricchissimo programma, lo spettacolo messo in scena dall’internazionale Compagnia de’Colombari e diretto da Karin Coonrod è stato uno degli immancabili appuntamenti che per tutto il 2016 vedono Venezia al centro dell’attenzione mondiale, a partire dal grande concerto alla Fenice del 29 marzo, cinquecentenario dell’istituzione del ghetto diventato simbolo di tute le esclusioni. Lo spettacolo, raccontato nel dossier “Venezia – I 500 anni del Ghetto” attualmente in distribuzione con il numero di agosto di Pagine Ebraiche, ha portato in scena a quattro secoli dalla morte di Shakespeare, avvalendosi per il lavoro sul testo (rappresentato in inglese, ma anche in italiano, francese, spagnolo e tedesco) del lavoro di due grandi professionisti. I testi del drammaturgo e della sua assistente, pubblicati in un libretto prodotto da Compagnia de’ Colombari, Università Ca’ Foscari e Comitato per i 500 anni, raccontano di come sin dall’inizio abbiano percepito come doverosa quella che definisco come una “eresia”: “trasferire Shylock nel corpo di cinque diversi attori per farlo uscire dalla sua pelle, per mostrare come ognuno di noi sia, in effetti, Shylock”. Un personaggio “terribilmente complesso ed affascinante, un benedizione e una maledizione per ogni spettatore così come per ogni drammaturgo” che diventa simbolo universale e doloroso in una società dominata solo dal potere del commercio e del denaro.

a.t. twitter @atrevesmoked

pilpul
 Oltremare - Tarantole
Non sono una appassionata di National Geographic, ma mi è capitato un paio di volte di vedere documentari, di solito noiosissimi, sui riti di guerra o di predominio del territorio di animali vari, dai leoni alle tarantole, passando per stambecchi e shimpanze. Ecco, il mio primo pensiero associativo quando vedo un combattimento judo è con l’attacco di una tarantola. Una cosa veloce e quasi del tutto incomprensibile, che passa per una danza a parecchi piedi e finisce con un animaletto stecchito a terra. Visto al rallentatore, si vede benissimo che la tarantola sferra il suo attacco entrando in contatto con l’avversario e avviluppando una o due zampe intorno al malcapitato, una o più volte, finchè questo non è immobile.
Ora non che il judo sia così definitivo, anzi, i due giocatori si rialzano e si salutano alla fine della partita, anche se uno ha vinto e l’altro ha perso. È la rapidità dei movimenti, e il fatto che non li so leggere, che mi fa fare questo paragone. Ma se voglio continuare la mia vita di israeliana consapevole e aggiornata, credo che dovrò trovare qualcuno che mi spieghi almeno le regole base dello judo. Perchè sembra che Israele, per due settimane ogni quattro anni, sia un paese di judoki: tutti che sanno un sacco di parole strane che suonano giappponesi.
Quest’anno intanto, comincio con il festeggiare due medeglie di bronzo nel judo, una femminile e una maschile. Una andata liscia e una con polemica di passaggio causa egiziano battuto che non ha stretto la mano al nostro “gigante buono” in bianco e azzurro. Gran titoli, grande dispetto per quella stretta di mano mancata. Ma poi nessun titolo per il gigantino Roy Meyer, che uscendone battuto per la prima volta da sei anni, con tutto che arrivava a Rio con l’Oro di Londra, ha avuto ottime parole per il nostro Or Sasson.
Anche con lo sport da tarantole, a volte si potrebbe guardare di più ai successi e allo sport vero, e mandare al dimenticatoio tutto il resto.


Daniela Fubini, Tel Aviv
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