Paolo Sciunnach,
insegnante | Ieri
era il Digiuno del 9 del mese di Av, giorno della distruzione del
Tempio di Gerusalemme. Secondo la tradizione ebraica nella sofferenza
già ci sono i semi della redenzione futura. Speriamo e attendiamo che
il Messia giunga presto ai nostri giorni.
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Anna
Foa,
storica | Aleppo
è ridotta a un cumulo di macerie, senza cibo, senza acqua, sotto i
bombardamenti senza sosta di due contrapposti assedi. Aleppo, come
scrive Andrea Riccardi, è la Sarajevo del XXI secolo e chi di noi
ricorda l’assedio terribile di Sarajevo ne riconosce le tracce nella
tragedia di Aleppo. Città multiculturale, di secolare convivenza di
culture e di religioni, ora distrutta. Come Sarajevo. E’ forse troppo
tardi per salvare Aleppo, tra macerie, morti sotto i bombardamenti e
ora anche attacchi chimici. Ma bisogna continuare a chiedere corridoi
umanitari, tregue, a chiedere che Aleppo, la città proclamata nel 1986
dall’Unesco patrimonio dell’umanità, sia proclamata città aperta.
Altrimenti, sarà il simbolo più tragico della nostra crisi
inarrestabile, la crisi della nostra civiltà tutta.
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I musulmani d'America: "Clima avvelenato"
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Molte
reazioni preoccupate, nell’Islam americano, dopo l’agguato mortale a un
imam nel Queens. Un’azione che con tutta probabilità ha come matrice
l’odio religioso. “Sono qui da 22 anni e non ho mai visto niente di
simile. Un clima così avvelenato contro di noi musulmani non c’è stato
nemmeno dopo gli attentati dell’11 Settembre del 2001. Non vedo l’ora
che l’America vada a votare. Dopo, spero, gli animi si calmeranno.
Altrimenti non ci resta che andarcene: in Canada o tornare in
Bangladesh” sostiene un rappresentante della comunità locale al
Corriere.
“Davanti al tempio c’è anche un rabbino – scrive il quotidiano – venuto
a portare la solidarietà degli ebrei alla comunità di Ozone Park
composta per il 90 per cento da musulmani del Bangladesh e per il resto
di induisti venuti anche dall’India, dal Pakistan e dal Ghana.
Il Giorno racconta il percorso di radicalizzazione di Abou Nassim, oggi
tra i terroristi più in vista dell’Isis, avvicinatosi all’Islam
radicale in Italia. “Qui – si legge – si è radicalizzato. Da qui è
partito a inizio anni Novanta per andare a combattere in Bosnia,
indottrinato dai sermoni di Anwar Chaaban del centro islamico di viale
Jenner. E sempre qui è tornato nei 2009, trasferito dalla prigione di
Bagram (dov’è stato recluso per 7 anni) in base a un accordo
governativo tra Italia e Stati Uniti. Da Milano è ripartito per non
voltarsi più indietro nel 2013, espulso come soggetto pericoloso dal
Viminale nonostante l’assoluzione in Corte d’Assise”.
“L’Islam non è una religione. È uno stile di vita incompatibile con il
nostro. L’immigrazione incontrollata dei musulmani è il vero, grande
pericolo per le nostre libertà. Aveva ragione il cardinale Biffi quando
diceva che, se vogliamo integrarli davvero, meglio far entrare solo
immigrati cristiani”. Così il leader leghista Matteo Salvini in una
intervista a La Stampa.
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DOPO L'INTERVENTO DEI LEADER EBRAICI
"Napoli e l'omaggio al terrorista, iniziativa che ha del ridicolo"
Continua
a far discutere la decisione del Comune di Napoli di attribuire la
cittadinanza onoraria a Bilal Kayed, un terrorista palestinese per 14
anni nelle carceri israeliane. Una decisione contro cui sono
intervenute assieme Noemi Di Segni e Lydia Schapirer, presidenti
rispettivamente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane e della
Comunità ebraica partenopea, autrici di un messaggio
inviato al sindaco Luigi De Magistris in cui si definivano
"preoccupate" e "attonite" che ampio risalto ha avuto sui media locali
e nazionali. Inquietante e imbarazzato il silenzio del primo cittadino,
solitamente molto loquace.
“Quando leggo l’appello che gli ha rivolto Noemi Di Segni, presidente
della Unione di tutte le comunità ebraiche d’Italia, che lo scongiura
di non premiare con la cittadinanza onoraria di Napoli il militante
palestinese Bilal Kayed, perché si tratta di un ‘pericoloso terrorista
che ha trascorso quattordici anni nelle carceri israeliane per le sue
azioni violente e gode del sostegno di un’organizzazione terroristica
come Hamas’ – scrive Antonio Polito in un appassionato editoriale sulla
prima pagina del Corriere del Mezzogiorno
– vorrei proprio sapere che cosa mai nella storia di Napoli, del suo
popolo, della sua cultura, le ha meritato di essere iscritta a questa
iniziativa di cieco odio anti-israeliano. E vorrei ricordare che il
Comune di Napoli ha anche concesso in passato una sala per la
proiezione di un film che si intitola ‘Israele-il Cancro’, che
contribuisce alla campagna per contestare l’esistenza stessa dello
stato di Israele. E vorrei dire agli ebrei italiani ed europei, e a
tutti i cittadini di Israele, ‘not in my name'; assicurare cioè loro
che il sindaco usa il suo potere per parlare a nome di una cittadinanza
che invece è per la pace e contro il terrorismo, che vede sì gli errori
politici del governo di Israele ma non vuole cancellare Israele dalla
faccia della terra, e dunque non solidarizza con chi invece vuole farlo
e anzi prova concretamente a farlo, uccidendo e ammazzando ebrei
dovunque sia possibile”.
“Un giorno sì e l’altro pure – aggiunge Polito – Napoli vive le scene
drammatiche di una sua quasi ‘guerra civile’, assiste alle ‘stese’,
eufemismo per definire l’assalto di bande armate che sparano a raffica
tra la folla incuranti di vittime ‘civili’, cioè non militarizzate nei
ranghi della camorra, e il sindaco e il Comune di Napoli si preoccupano
di intervenire nella guerra civile tra arabi e israeliani? Tutto ciò è
ridicolo. Se non fosse tragico”.
a.s twitter @asmulevichmoked
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RIO 2016 Sasson, la medaglia dell'orgoglio Sul tatami una risposta all'odio
Ha
fatto il giro del mondo il video che immortala il rifiuto del judoka
egiziano Islam El Shehaby di stringere la mano all’avversario,
l’israeliano Or Sasson, che lo aveva appena eliminato nel primo turno
della disciplina olimpica e che più volte aveva cercato un contatto una
volta conclusa la gara.
Visibilmente amareggiato, Sasson non si è però scomposto più di tanto.
Ed è andato avanti per la sua strada, a testa bassa, raggiungendo
appena poche ore dopo una soddisfazione immensa, accolta
con un entusiasmo incontenibile e applaudita dal pubblico brasiliano
(subito schieratosi al suo fianco): la medaglia di bronzo, la seconda
per Israele in questa edizione dei Giochi dopo che alcuni giorni prima
lo stesso metallo era andato a una collega di Sasson, la judoka Yarden
Gerbi.
In un’edizione dei Giochi segnata da molte manifestazioni di odio, a
partire dal rifiuto della squadra libanese di condividere con gli
atleti israeliani il bus diretto alla cerimonia inaugurale di Rio 2016,
la più bella e significativa delle risposte. Leggi
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informazione - international edition
La complessità di Shylock
È
con le parole di Walter Valeri e di Davina Moss che il notiziario
internazionale racconta oggi il lavoro e le scelte drammaturgiche
compiute per la messa in scena di “The Merchant in Venice”, che ha
riportato nel Ghetto di Venezia per la prima volta Shylock, il suo
ebreo più famoso. Evento centrale del ricchissimo programma, lo
spettacolo messo in scena dall’internazionale Compagnia de’Colombari e
diretto da Karin Coonrod è stato uno degli immancabili appuntamenti che
per tutto il 2016 vedono Venezia al centro dell’attenzione mondiale, a
partire dal grande concerto alla Fenice del 29 marzo, cinquecentenario
dell’istituzione del ghetto diventato simbolo di tute le esclusioni. Lo
spettacolo, raccontato nel dossier “Venezia – I 500 anni del Ghetto”
attualmente in distribuzione con il numero di agosto di Pagine
Ebraiche, ha portato in scena a quattro secoli dalla morte di
Shakespeare, avvalendosi per il lavoro sul testo (rappresentato in
inglese, ma anche in italiano, francese, spagnolo e tedesco) del lavoro
di due grandi professionisti. I testi del drammaturgo e della sua
assistente, pubblicati in un libretto prodotto da Compagnia de’
Colombari, Università Ca’ Foscari e Comitato per i 500 anni, raccontano
di come sin dall’inizio abbiano percepito come doverosa quella che
definisco come una “eresia”: “trasferire Shylock nel corpo di cinque
diversi attori per farlo uscire dalla sua pelle, per mostrare come
ognuno di noi sia, in effetti, Shylock”. Un personaggio “terribilmente
complesso ed affascinante, un benedizione e una maledizione per ogni
spettatore così come per ogni drammaturgo” che diventa simbolo
universale e doloroso in una società dominata solo dal potere del
commercio e del denaro.
a.t. twitter @atrevesmoked
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Oltremare
- Tarantole |
Non
sono una appassionata di National Geographic, ma mi è capitato un paio
di volte di vedere documentari, di solito noiosissimi, sui riti di
guerra o di predominio del territorio di animali vari, dai leoni alle
tarantole, passando per stambecchi e shimpanze. Ecco, il mio primo
pensiero associativo quando vedo un combattimento judo è con l’attacco
di una tarantola. Una cosa veloce e quasi del tutto incomprensibile,
che passa per una danza a parecchi piedi e finisce con un animaletto
stecchito a terra. Visto al rallentatore, si vede benissimo che la
tarantola sferra il suo attacco entrando in contatto con l’avversario e
avviluppando una o due zampe intorno al malcapitato, una o più volte,
finchè questo non è immobile.
Ora non che il judo sia così definitivo, anzi, i due giocatori si
rialzano e si salutano alla fine della partita, anche se uno ha vinto e
l’altro ha perso. È la rapidità dei movimenti, e il fatto che non li so
leggere, che mi fa fare questo paragone. Ma se voglio continuare la mia
vita di israeliana consapevole e aggiornata, credo che dovrò trovare
qualcuno che mi spieghi almeno le regole base dello judo. Perchè sembra
che Israele, per due settimane ogni quattro anni, sia un paese di
judoki: tutti che sanno un sacco di parole strane che suonano
giappponesi.
Quest’anno intanto, comincio con il festeggiare due medeglie di bronzo
nel judo, una femminile e una maschile. Una andata liscia e una con
polemica di passaggio causa egiziano battuto che non ha stretto la mano
al nostro “gigante buono” in bianco e azzurro. Gran titoli, grande
dispetto per quella stretta di mano mancata. Ma poi nessun titolo per
il gigantino Roy Meyer, che uscendone battuto per la prima volta da sei
anni, con tutto che arrivava a Rio con l’Oro di Londra, ha avuto ottime
parole per il nostro Or Sasson.
Anche con lo sport da tarantole, a volte si potrebbe guardare di più ai
successi e allo sport vero, e mandare al dimenticatoio tutto il resto.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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