Paolo Sciunnach,
insegnante | Entriamo nel mese della Teshuvah.
Da dove cominciare?
Che fare?
È scritto nella Ghemarah:
E disse Rav Yitzchack: quattro cose fanno strappare il decreto di
giudizio di una persona, esse sono: fare Tzedakah, gridare verso D-o,
cambiare nome, cambiare comportamento, e c’è chi dice cambiare posto.
(Rosh Hashanah 16b)
Cosa significa?
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Anna
Foa,
storica | L’Austrian
Holocaust Memorial award è stato conferito quest’anno al sindaco di
Predappio per la sua opera nel tener viva la memoria dell’antifascismo
e della Shoah. Confesso di esserne rimasta molto colpita. Il
riconoscimento premia l’iniziativa del sindaco di Predappio volta a
creare nella città natale di Mussolini un museo del fascismo. Nelle
polemiche che hanno seguito mesi fa la proposta non mi sembra nemmeno
che sia stata sottolineata la volontà antifascista del sindaco, ma
semmai la necessità di uno sguardo storiograficamente solido (come se
gli storici finora si siano raccontati barzellette). Ora che il sindaco
decida di aprire accanto alle rivendite di gadgets frequentati da
schiere di nostalgici a braccio teso un museo volto a spiegare
storicamente il fascismo può anche essere un’iniziativa lodevole,
sempre che se ne tengano presenti le motivazioni turistiche. Ma che sia
premiato per la sua opera nel salvaguardare la memoria della Shoah, mi
sembra francamente eccessivo. Stiamo perdendo anche il senso del
ridicolo e finiremo per credere che Predappio sia l’ombelico del mondo.
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I musei e il futuro
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Si
è conclusa ieri l’ultima edizione della Festa del Libro ebraico di
Ferrara, l’appuntamento dedicato alla letteratura e alla cultura
ebraica organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della
Shoah. Tra gli incontri più seguiti, quello che ha visto protagonisti
alcuni dei direttori dei più importanti musei ebraici europei e
israeliani. Al centro della tavola rotonda, come racconta Elena
Loewenthal su La Stampa, il ruolo del museo come luogo di conservazione
della memoria e allo stesso tempo come spazio didattico proiettato al
futuro. Nel pezzo della Stampa si fa poi riferimento alle parole di
Amos Oz, citate dalla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche
Italiane Noemi Di Segni nell’applaudito discorso inaugurale alla Festa
del Libro ebraico. Secondo Oz, “Non esistiamo solo e soltanto per
conservare: che si tratti di tradizione degli avi o meraviglie della
natura, ricordi di infanzia o arredi sacri. Se così fosse, la nostra
vita sarebbe soltanto un atto di culto”.
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qui ferrara - festa del libro ebraico
Il Meis può essere un laboratorio del lavoro sulla cultura ebraica
Chi
lavora per la cultura ebraica italiana sente il bisogno di dare vita a
una rete di collegamenti e di strategie. Un confronto a tutto campo,
conclusa la Festa del libro ebraico e le giornate ferraresi organizzate
dal nascente Museo dell’ebraismo italiano, ha visto protagonisti i
rappresentanti dei musei ebraici italiani e di molte altre
organizzazioni che attraverso la Penisola lavorano sul fronte della
cultura ebraica.
Molte decine i partecipanti che hanno raggiunto Ferrara per dare vita a
una prima occasione di contatto coordinato su scala nazionale. E in
conclusione la risoluzione di fare di Ferrara e del progetto del Meis
il luogo di incontro di un laboratorio che dovrebbe dare forza e
coerenza, nel rispetto delle diversità e delle autonomie, a tutte le
istituzioni culturali ebraiche.
“Si è trattato – ha assicurato il direttore del Meis Simonetta della
Seta, che ha accolto gli ospiti assieme al presidente del museo
dell’ebraismo italiano Dario Disegni – solo di una prima occasione di
incontro cui dovranno seguirne nel prossimo futuro e a cadenze regolari
molte altre”.
Ai lavori hanno preso parte, fra gli altri, anche la presidente
dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, il
presidente della Comunità ebraica di Ferrara e Consigliere dell’Unione
Andrea Pesaro e il rabbino capo della città, Luciano Caro.
Nei prossimi incontri, superata la fase del primo contatto e della
prima messa a fuoco, sarà possibile articolare le aree di lavoro, a
cominciare da quelle che dovranno portare alla catalogazione del
patrimonio culturale ebraico italiano (un compito che spetta alla
Fondazione beni culturali ebraici) e a un coordinamento delle attività
dei musei e dei festival che in questi anni sono fioriti su tutto il
territorio nazionale.
Estremamente diverse le esperienze e i progetti rappresentati da una
quarantina di partecipanti giunti da tutta Italia. Ma al di là del
valore di aver aperto la strada del lavoro comune, la giornata ha anche
segnato una nuova consapevolezza: è da Ferrara che può partire la
costruzione di un luogo di incontro dove tutti coloro che lavorano per
la cultura ebraica possano portare la propria esperienza, scambiare le
idee e condividere i migliori strumenti per dare vita ai progetti e
mettere le ali alle speranze.
L’arrivederci a Ferrara che ha chiuso la giornata di lavori ha assunto
un significato capace di andare ben al di là del formale saluto di
congedo. Ha rappresentato l’apertura di un preciso programma di lavoro.
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qui ferrara - festa del libro ebraico L'Europa dei musei ebraici,
il Meis invita al confronto
“Una
memoria per il futuro: la missione dei musei ebraici”. Questo il titolo
della tavola rotonda patrocinata dal Ministero dei Beni e delle
Attività Culturali e del Turismo che è stata l’evento centrale del
ricco programma della Festa del Libro Ebraico di Ferrara, coordinato
dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis). Il
confronto tra i direttori di alcuni dei principali musei ebraici,
introdotto dal presidente della Fondazione Meis Dario Disegni e
moderato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari ha mostrato al
pubblico, che ha affollato il ridotto del Teatro Comunale, la grande
ricchezza, la diversità e allo stesso tempo la forza coerente di musei
fra loro molto diversi ma tutti guidati da direttori di grande
spessore. Paul Salmona, direttore Museo d’Arte e di Storia
dell’Ebraismo di Parigi; Emile Schrijver, direttore generale Museo
Ebraico di Amsterdam; Orit Shaham Gover, responsabile del Museo delle
Diaspore di Tel Aviv; Dariusz Stola, Direttore di Polin, il Museo di
storia degli Ebrei Polacchi di Varsavia, insieme alla padrona di casa,
la direttrice del Meis Simonetta Della Seta, hanno risposto a domande
che hanno spaziato dalla Memoria all’utilizzo delle tecnologie,
dall’importanza della struttura alla sicurezza, alle sempre presenti
difficoltà di reperimento dei finanziamenti. Chiave dell’iniziativa la
citazione di Amos Oz che la presidente dell’Unione delle Comunità
Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha inserito nel suo discorso di
apertura della manifestazione, la sera precedente: “C’è una distorsione
in ogni tradizione e animo al cui centro viene posta un’opera di
‘preservazione’. Non siamo gli eredi di un museo e non siamo venuti al
mondo per togliere con pazienza la polvere da un oggetto o per lucidare
le vetrine e portare orde di visitatori che camminano sulla punta dei
piedi da un tesoro all’altro. Non esistiamo solo per ‘preservare’ la
tradizione dei padri o i miracoli della natura, ricordi dell’infanzia o
oggetti di culto, pena le nostre vite diventino vite dedicate al
ritualismo puro. Il mondo non è un museo, non lo è neanche la natura, e
non lo è neanche la cultura. È permesso toccare, smuovere, avvicinare,
allontanare, cambiare ed imprimere il nostro essere. Tocca la pietra,
tocca ciò che è vivo, tocca gli altri esseri umani”. Leggi
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qui ferrara - festa del libro ebraico
A Jona, Ferrero e Calimani
il riconoscimento del Pardes
Dal
cortile del Meis, ora cantiere in cui si lavora freneticamente per
permettere al Museo dell'Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis) di
aprire nel 2017, l'edizione 2016 del Premio Pardes di cultura ebraica
si è spostata quest'anno nel giardino del Palazzo Roverella, un tempo
intitolato al suo primo proprietario, Federico Zamorani, costretto a
vendere il palazzo per non consegnarlo al regime fascista. Introdotto
dal direttore della Fondazione Meis Dario Disegni, il presidente Ordine
dei Giornalisti del Piemonte e Valle d’Aosta, Alberto Sinigaglia, ha
tracciato un ritratto dei premiati Riccardo Calimani, cui è andato il
premio per la saggistica, Ernesto Ferrero premio alla carriera e Emilio
Jona, permio per la letteratura. Leggi
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qui ferrara - festa del libro ebraico Pagine d'arte e di famiglia
Si
è parlato molto di musei, in questa edizione della Festa del Libro
ebraico di Ferrara, occasione per annunciare al grande pubblico
l’apertura della prima parte del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano
e della Shoah nel 2017. Ma, come recita il nome della festa, anche i
libri hanno avuto grande spazio e sono stati protagonisti. Tra questi,
nel pomeriggio di domenica, c’è stata l’occasione di parlare di Venezia
e del suo ghetto, con una dei suoi massimi esperti, Donatella Calabi,
autrice di Venezia e il ghetto. Cinquecento anni del “recinto degli ebrei” (Bollati
Boringhieri, Torino, 2016) nonché curatrice della mostra Venezia, gli
ebrei e l’Europa, 1516-2016 esposta a Palazzo Ducale fino al prossimo
13 novembre. A discutere del ruolo storico e sociale del Ghetto assieme
a Calabi, Marina Caffiero, docente dell’Università La Sapienza di Roma.
Un’altra prospettiva per capire la storia dell’ebraismo in Italia è
quella seguita da Sofia Locatelli e Mauro Perani nel loro libro
dedicato a Le ketubbot italiane della collezione Fornasa
(Giuntina): si tratta di 72 ketubbot inedite, per lo più italiane,
delle quali 68 appartenenti alla collezione di Judaica di Gianbeppe
Fornasa e quattro conservate presso il Fondo Campori della Biblioteca
Estense di Modena. I dati presenti nelle schede descrittive delle
ketubbot, contratti matrimoniali ebraici, ci forniscono preziose
informazioni su un momento significativo della vita delle comunità
ebraiche italiane dei secoli XVII-XX, oltre a svelarci le tendenze
artistiche in voga nelle varie epoche e nelle diverse città. A
discutere con autori il valore di questi preziosi documenti, importanti
sia per le informazioni che vi sono contenute sia per la loro qualità
artistica, il direttore del Cdec di Milano Gadi Luzzatto Voghera. Leggi
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pagine ebraiche - il dossier di settembre Costruire cultura, dall'infanzia
Ambasciatori
di cultura, luoghi di formazione, apertura e incontro, i musei ebraici
hanno un ruolo sempre più importante in una società che si confronta
con le minoranze con fatica sempre maggiore. Non più contenitori di
oggetti pur preziosi e ricchi di storia, i grandi luoghi deputati a
raccontare le tradizioni e la cultura dell’ebraismo si trasformano in
vere e proprie istituzioni dedite alla formazione. Forti di principi
didattici e pedagogici, capaci di grandi investimenti sul futuro,
puntano sui giovani e soprattutto sui giovanissimi.
Sono loro i protagonisti
del dossier "Musei", curato da Ada Treves e pubblicato sul numero di
settembre del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche in
distribuzione.
Sono
di Anton Bruckner, compositore e musicista austriaco, le parole che il
ministro tedesco per la Cultura e per i Media Monika Grütters ha scelto
lo scorso gennaio per salutare e sostenere il bando per la
progettazione del nuovo padiglione del Museo ebraico di Berlino, il
Jüdisches Museum Berlin, noto come JMB. Un’avventura coraggiosa e volta
al futuro, che porterà nel 2019 all’apertura di un grande Museo dei
bambini. “Chiunque voglia costruire alte torri deve dedicare molto
tempo alle loro fondamenta”, erano le parole di Bruckner. Grütters ha
spiegato: “Sappiamo bene che si riferiva alle fondamenta
dell’educazione alla cultura, che ha un effetto profondo sulla crescita
personale. Instillare nei giovani un sincero entusiasmo per i tanti
diversi campi del pensiero umano e per i risultati raggiunti non è solo
compito di genitori, nonni e insegnanti. Anche le istituzioni culturali
sono importanti centri di educazione alla cultura per i giovani, perché
possono accendere la scintilla dell’interesse per la storia, la
religione, la scienza e l’arte in maniera più vivida di qualsiasi libro
di testo”. Leggi
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venezia 500 - L'INIZIATIVA La Fenice, musica dell'incontro
“Con
le parole della musica – per non dimenticare”. Questo il titolo del
prestigioso concerto offerto ieri al Teatro La Fenice di Venezia dal
Centro Tedesco di Studi Veneziani e dal Comune in occasione delle
iniziative per i 500 anni del Ghetto, che proprio alla Fenice avevano
preso avvio nel marzo scorso. Musiche di Giuseppe Tartini, Erwin
Schulhoff e Felix Mendelssohn Bartholdi, interpretate dagli artisti
Francesca Dego, violino; Silvia Chiesa, violoncello; Mariangela
Vacatello, pianoforte.
Numerosi i rappresentanti istituzionali presenti. A portare un saluto,
tra gli altri, il il Maestro Alessandro Fantini per il Teatro la
Fenice, il presidente Michael Matheus per il Centro Tedesco di Studi
Veneziani, il presidente Paolo Gnignati per la Comunità ebraica,
l’assessore al turismo Paola Mar per il Comune e infine Horst Claussen
per l‘incaricata del Governo della Repubblica Federale di Germania per
la Cultura e i Mass media. Leggi
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qui parigi - l'intervento del gran rabbino "Laicità, valore da difendere"
Al
termine di una lunga estate, il gran rabbino di Francia Haim Korsia
tira le somme dei mesi passati, in cui il dibattito sul rapporto tra
religione e Stato è stato il grande protagonista dell’attualità. Korsia
ha infatti rilasciato un’intervista al quotidiano Le Figaro in cui ha
ripercorso gli eventi che hanno segnato le ultime settimane, tra cui
l’infiammare della polemica sul burkini, la sconvolgente uccisione di
padre Hamel mentre officiava la messa a Saint-Etienne-du-Rouvray
nell’attentato terroristico del 26 luglio, seguito a quello di Nizza il
14 luglio nel giorno della Festa nazionale, e la delineazione sempre
più netta di una futura Fondazione per l’Islam di Francia. Per il rav
Korsia la risposta a tutti gli interrogativi risiede nella comprensione
del vero significato della laicità dello Stato, senza la quale “la
Francia non sarebbe più la Francia, dal momento che la laicità non è un
ateismo di Stato, ma la neutralità dello Stato per garantire la vita
dei vari culti”. In questo senso, aggiunge, una eccessiva legislazione
costituirebbe un passo falso: “La volontà di legiferare senza limiti
mostra che non si riesce più a trovare un consenso tra di noi dul modo
di vivere insieme. Dobbiamo diventare perpetuamente interpreti della
legge? Non credo – la sua risposta – in quanto rovinerebbe la
semplicità della vita in comune”. Leggi
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IL NOTIZIARIO SPECIALE
"Giornata, occasione per Milano"
Continua
la marcia di avvicinamento alla Giornata Europea della Cultura Ebraica
(domenica 18 settembre), quando oltre 70 località in tutta Italia
dedicheranno conferenze, concerti, spettacoli alle Lingue e i dialetti
ebraici, tema di quest'anno. A fare da capofila sarà Milano, come
raccontano Davide Romano e Gadi Schoenheit, rispettivamente assessore e
viceassessore alla Cultura della Keillah milanese, nello speciale
notiziario realizzato appositamente per raccontare la Giornata. Nel
fitto programma milanese, che vedrà tra i suoi ospiti d'eccezione il
ministro della Difesa Roberta Pinotti (che parlerà della parola Pace,
Shalom), un viaggio attorno al mondo e alle lingue dell'ebraismo con
Caffe Odessa, lo spettacolo ideato da Miriam Camerini, di cui compare
un'intervista sulla nostra newsletter speciale.
Parlando di lingue ebraiche, non poteva mancare il giudaico romanesco,
grande protagonista delle iniziative della Capitale e di cui parla
Simona Foà, descrivendola come “la lingua della povertà e della
separazione in quanto era usata soprattutto dalla parte più povera,
anche culturalmente, degli abitanti del ghetto". Inoltre, si dice,
"essa si può considerare come una sorta di linguaggio cifrato, per così
dire, perché usata per non farsi capire in contesti quotidiani o
difficili”.
Come si diceva, sono oltre 70 le località che partecipano alla
Giornata: tra queste Firenze, Siena e Venezia, di cui sul notiziario si
racconta il programma.
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Oltremare
- Il tempo della parola
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Cosa
direbbe Eliezer Ben-Yehuda se tornasse in Israele per una visita
adesso, oltre un secolo dopo le sue geniali estrapolazioni linguistiche
che hanno dato nuova vita all’ebraico? Probabilmente sarebbe contento
di ascoltare Reshet Bet, la radio nazionale in cui ancora si usano una
grammatica corretta e una dizione non ammorbidita o sporcata dal gergo
quotidiano. La “r” almeno lì è rimasta una erre diciamolo pure europea,
mentre tutto intorno, nel paese reale, ha preso un suono arrotolato in
fondo al palato che noi italiani facciamo fatica ad adottare.
Ma non credo che sarebbe molto soddisfatto di vedere quanti termini in
inglese usiamo quotidianamente, soprattutto per parlare di lavoro e di
ogni cosa tecnologica. Dalle start-up ai meet-up, solo ieri ero ad un
pair-up, serata di incontro dove si formano coppie e piccoli gruppi che
comprendono una persona portatrice di idea geniale e agglomerati
variabili di finanziatori, programmatori, esperti di sostenibilità e
altro.
Va detto che la Crusca locale, l’Accademia della Lingua Ebraica,
provvede ogni anno liste di parole nuove e indicazioni molto precise su
come chiamare le nuove tecnologie. Su Reshet Bet appunto, che suppongo
per legge debba comportarsi in modo linguisticamente ipercorretto, per
esempio ogni volta che si dice la parola applicazione, che il popolo
chiama “applikazia” declinando dall’inglese, nella stessa frase si dice
anche “issumón”, versione ebraica moderna del termine.
Nessuno al di fuori dalla radio direbbe issumón, come nessuno dice
“misrón” per sms. Però Eliezer Ben Yehuda può essere moderatamente
fiero di noi per averle almeno inventate, o meglio estrapolate da
radici verbali esistenti, queste parole che sanno di aulico ancor prima
di essere invecchiate.
In questo siamo davvero un popolo al di fuori dal tempo, o meglio per
il quale il tempo è qualcosa di ben poco lineare e piuttosto fatto di
stringhe parallele che ogni tanto si allacciano e poi proseguono senza
alcun rapporto di conseguenza ed effetto con quanto avvenuto prima.
Prima di cosa, direbbe uno come Ben-Yehuda, che ha annullato il tempo
inventando coniugazioni dimenticate o mai esistite.
Daniela Fubini, Tel Aviv
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