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5 Settembre 2016 - 25 Av 5776
PAGINE EBRAICHE 24
ALEF / TAV DAVAR PILPUL

alef/tav
Paolo Sciunnach,
insegnante
Entriamo nel mese della Teshuvah.
Da dove cominciare?
Che fare?
È scritto nella Ghemarah:
E disse Rav Yitzchack: quattro cose fanno strappare il decreto di giudizio di una persona, esse sono: fare Tzedakah, gridare verso D-o, cambiare nome, cambiare comportamento, e c’è chi dice cambiare posto. (Rosh Hashanah 16b)
Cosa significa?
 
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Anna
Foa,
storica
L’Austrian Holocaust Memorial award è stato conferito quest’anno al sindaco di Predappio per la sua opera nel tener viva la memoria dell’antifascismo e della Shoah. Confesso di esserne rimasta molto colpita. Il riconoscimento premia l’iniziativa del sindaco di Predappio volta a creare nella città natale di Mussolini un museo del fascismo. Nelle polemiche che hanno seguito mesi fa la proposta non mi sembra nemmeno che sia stata sottolineata la volontà antifascista del sindaco, ma semmai la necessità di uno sguardo storiograficamente solido (come se gli storici finora si siano raccontati barzellette). Ora che il sindaco decida di aprire accanto alle rivendite di gadgets frequentati da schiere di nostalgici a braccio teso un museo volto a spiegare storicamente il fascismo può anche essere un’iniziativa lodevole, sempre che se ne tengano presenti le motivazioni turistiche. Ma che sia premiato per la sua opera nel salvaguardare la memoria della Shoah, mi sembra francamente eccessivo. Stiamo perdendo anche il senso del ridicolo e finiremo per credere che Predappio sia l’ombelico del mondo.
 
I musei e il futuro
Si è conclusa ieri l’ultima edizione della Festa del Libro ebraico di Ferrara, l’appuntamento dedicato alla letteratura e alla cultura ebraica organizzato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Tra gli incontri più seguiti, quello che ha visto protagonisti alcuni dei direttori dei più importanti musei ebraici europei e israeliani. Al centro della tavola rotonda, come racconta Elena Loewenthal su La Stampa, il ruolo del museo come luogo di conservazione della memoria e allo stesso tempo come spazio didattico proiettato al futuro. Nel pezzo della Stampa si fa poi riferimento alle parole di Amos Oz, citate dalla presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni nell’applaudito discorso inaugurale alla Festa del Libro ebraico. Secondo Oz, “Non esistiamo solo e soltanto per conservare: che si tratti di tradizione degli avi o meraviglie della natura, ricordi di infanzia o arredi sacri. Se così fosse, la nostra vita sarebbe soltanto un atto di culto”.
 
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  davar
qui ferrara - festa del libro ebraico 
Il Meis può essere un laboratorio del lavoro sulla cultura ebraica
Chi lavora per la cultura ebraica italiana sente il bisogno di dare vita a una rete di collegamenti e di strategie. Un confronto a tutto campo, conclusa la Festa del libro ebraico e le giornate ferraresi organizzate dal nascente Museo dell’ebraismo italiano, ha visto protagonisti i rappresentanti dei musei ebraici italiani e di molte altre organizzazioni che attraverso la Penisola lavorano sul fronte della cultura ebraica.
Molte decine i partecipanti che hanno raggiunto Ferrara per dare vita a una prima occasione di contatto coordinato su scala nazionale. E in conclusione la risoluzione di fare di Ferrara e del progetto del Meis il luogo di incontro di un laboratorio che dovrebbe dare forza e coerenza, nel rispetto delle diversità e delle autonomie, a tutte le istituzioni culturali ebraiche.
“Si è trattato – ha assicurato il direttore del Meis Simonetta della Seta, che ha accolto gli ospiti assieme al presidente del museo dell’ebraismo italiano Dario Disegni – solo di una prima occasione di incontro cui dovranno seguirne nel prossimo futuro e a cadenze regolari molte altre”.
Ai lavori hanno preso parte, fra gli altri, anche la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni, il presidente della Comunità ebraica di Ferrara e Consigliere dell’Unione Andrea Pesaro e il rabbino capo della città, Luciano Caro.
Nei prossimi incontri, superata la fase del primo contatto e della prima messa a fuoco, sarà possibile articolare le aree di lavoro, a cominciare da quelle che dovranno portare alla catalogazione del patrimonio culturale ebraico italiano (un compito che spetta alla Fondazione beni culturali ebraici) e a un coordinamento delle attività dei musei e dei festival che in questi anni sono fioriti su tutto il territorio nazionale.
Estremamente diverse le esperienze e i progetti rappresentati da una quarantina di partecipanti giunti da tutta Italia. Ma al di là del valore di aver aperto la strada del lavoro comune, la giornata ha anche segnato una nuova consapevolezza: è da Ferrara che può partire la costruzione di un luogo di incontro dove tutti coloro che lavorano per la cultura ebraica possano portare la propria esperienza, scambiare le idee e condividere i migliori strumenti per dare vita ai progetti e mettere le ali alle speranze.
L’arrivederci a Ferrara che ha chiuso la giornata di lavori ha assunto un significato capace di andare ben al di là del formale saluto di congedo. Ha rappresentato l’apertura di un preciso programma di lavoro.

qui ferrara - festa del libro ebraico
L'Europa dei musei ebraici,

il Meis invita al confronto 
“Una memoria per il futuro: la missione dei musei ebraici”. Questo il titolo della tavola rotonda patrocinata dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo che è stata l’evento centrale del ricco programma della Festa del Libro Ebraico di Ferrara, coordinato dal Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis). Il confronto tra i direttori di alcuni dei principali musei ebraici, introdotto dal presidente della Fondazione Meis Dario Disegni e moderato dal direttore de La Stampa Maurizio Molinari ha mostrato al pubblico, che ha affollato il ridotto del Teatro Comunale, la grande ricchezza, la diversità e allo stesso tempo la forza coerente di musei fra loro molto diversi ma tutti guidati da direttori di grande spessore. Paul Salmona, direttore Museo d’Arte e di Storia dell’Ebraismo di Parigi; Emile Schrijver, direttore generale Museo Ebraico di Amsterdam; Orit Shaham Gover, responsabile del Museo delle Diaspore di Tel Aviv; Dariusz Stola, Direttore di Polin, il Museo di storia degli Ebrei Polacchi di Varsavia, insieme alla padrona di casa, la direttrice del Meis Simonetta Della Seta, hanno risposto a domande che hanno spaziato dalla Memoria all’utilizzo delle tecnologie, dall’importanza della struttura alla sicurezza, alle sempre presenti difficoltà di reperimento dei finanziamenti. Chiave dell’iniziativa la citazione di Amos Oz che la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane Noemi Di Segni ha inserito nel suo discorso di apertura della manifestazione, la sera precedente: “C’è una distorsione in ogni tradizione e animo al cui centro viene posta un’opera di ‘preservazione’. Non siamo gli eredi di un museo e non siamo venuti al mondo per togliere con pazienza la polvere da un oggetto o per lucidare le vetrine e portare orde di visitatori che camminano sulla punta dei piedi da un tesoro all’altro. Non esistiamo solo per ‘preservare’ la tradizione dei padri o i miracoli della natura, ricordi dell’infanzia o oggetti di culto, pena le nostre vite diventino vite dedicate al ritualismo puro. Il mondo non è un museo, non lo è neanche la natura, e non lo è neanche la cultura. È permesso toccare, smuovere, avvicinare, allontanare, cambiare ed imprimere il nostro essere. Tocca la pietra, tocca ciò che è vivo, tocca gli altri esseri umani”.
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qui ferrara - festa del libro ebraico 
A Jona, Ferrero e Calimani

il riconoscimento del Pardes
Dal cortile del Meis, ora cantiere in cui si lavora freneticamente per permettere al Museo dell'Ebraismo Italiano e della Shoah (Meis) di aprire nel 2017, l'edizione 2016 del Premio Pardes di cultura ebraica si è spostata quest'anno nel giardino del Palazzo Roverella, un tempo intitolato al suo primo proprietario, Federico Zamorani, costretto a vendere il palazzo per non consegnarlo al regime fascista. Introdotto dal direttore della Fondazione Meis Dario Disegni, il presidente Ordine dei Giornalisti del Piemonte e Valle d’Aosta, Alberto Sinigaglia, ha tracciato un ritratto dei premiati Riccardo Calimani, cui è andato il premio per la saggistica, Ernesto Ferrero premio alla carriera e Emilio Jona, permio per la letteratura.
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qui ferrara - festa del libro ebraico
Pagine d'arte e di famiglia
Si è parlato molto di musei, in questa edizione della Festa del Libro ebraico di Ferrara, occasione per annunciare al grande pubblico l’apertura della prima parte del Museo Nazionale dell’Ebraismo Italiano e della Shoah nel 2017. Ma, come recita il nome della festa, anche i libri hanno avuto grande spazio e sono stati protagonisti. Tra questi, nel pomeriggio di domenica, c’è stata l’occasione di parlare di Venezia e del suo ghetto, con una dei suoi massimi esperti, Donatella Calabi, autrice di Venezia e il ghetto. Cinquecento anni del “recinto degli ebrei” (Bollati Boringhieri, Torino, 2016) nonché curatrice della mostra Venezia, gli ebrei e l’Europa, 1516-2016 esposta a Palazzo Ducale fino al prossimo 13 novembre. A discutere del ruolo storico e sociale del Ghetto assieme a Calabi, Marina Caffiero, docente dell’Università La Sapienza di Roma.
Un’altra prospettiva per capire la storia dell’ebraismo in Italia è quella seguita da Sofia Locatelli e Mauro Perani nel loro libro dedicato a Le ketubbot italiane della collezione Fornasa (Giuntina): si tratta di 72 ketubbot inedite, per lo più italiane, delle quali 68 appartenenti alla collezione di Judaica di Gianbeppe Fornasa e quattro conservate presso il Fondo Campori della Biblioteca Estense di Modena. I dati presenti nelle schede descrittive delle ketubbot, contratti matrimoniali ebraici, ci forniscono preziose informazioni su un momento significativo della vita delle comunità ebraiche italiane dei secoli XVII-XX, oltre a svelarci le tendenze artistiche in voga nelle varie epoche e nelle diverse città. A discutere con autori il valore di questi preziosi documenti, importanti sia per le informazioni che vi sono contenute sia per la loro qualità artistica, il direttore del Cdec di Milano Gadi Luzzatto Voghera.
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pagine ebraiche - il dossier di settembre
Costruire cultura, dall'infanzia
Ambasciatori di cultura, luoghi di formazione, apertura e incontro, i musei ebraici hanno un ruolo sempre più importante in una società che si confronta con le minoranze con fatica sempre maggiore. Non più contenitori di oggetti pur preziosi e ricchi di storia, i grandi luoghi deputati a raccontare le tradizioni e la cultura dell’ebraismo si trasformano in vere e proprie istituzioni dedite alla formazione. Forti di principi didattici e pedagogici, capaci di grandi investimenti sul futuro, puntano sui giovani e soprattutto sui giovanissimi.
Sono loro i protagonisti del dossier "Musei", curato da Ada Treves e pubblicato sul numero di settembre del giornale dell'ebraismo italiano Pagine Ebraiche in distribuzione.


Sono di Anton Bruckner, compositore e musicista austriaco, le parole che il ministro tedesco per la Cultura e per i Media Monika Grütters ha scelto lo scorso gennaio per salutare e sostenere il bando per la progettazione del nuovo padiglione del Museo ebraico di Berlino, il Jüdisches Museum Berlin, noto come JMB. Un’avventura coraggiosa e volta al futuro, che porterà nel 2019 all’apertura di un grande Museo dei bambini. “Chiunque voglia costruire alte torri deve dedicare molto tempo alle loro fondamenta”, erano le parole di Bruckner. Grütters ha spiegato: “Sappiamo bene che si riferiva alle fondamenta dell’educazione alla cultura, che ha un effetto profondo sulla crescita personale. Instillare nei giovani un sincero entusiasmo per i tanti diversi campi del pensiero umano e per i risultati raggiunti non è solo compito di genitori, nonni e insegnanti. Anche le istituzioni culturali sono importanti centri di educazione alla cultura per i giovani, perché possono accendere la scintilla dell’interesse per la storia, la religione, la scienza e l’arte in maniera più vivida di qualsiasi libro di testo”.
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venezia 500 - L'INIZIATIVA
La Fenice, musica dell'incontro
“Con le parole della musica – per non dimenticare”. Questo il titolo del prestigioso concerto offerto ieri al Teatro La Fenice di Venezia dal Centro Tedesco di Studi Veneziani e dal Comune in occasione delle iniziative per i 500 anni del Ghetto, che proprio alla Fenice avevano preso avvio nel marzo scorso. Musiche di Giuseppe Tartini, Erwin Schulhoff e Felix Mendelssohn Bartholdi, interpretate dagli artisti Francesca Dego, violino; Silvia Chiesa, violoncello; Mariangela Vacatello, pianoforte.
Numerosi i rappresentanti istituzionali presenti. A portare un saluto, tra gli altri, il il Maestro Alessandro Fantini per il Teatro la Fenice, il presidente Michael Matheus per il Centro Tedesco di Studi Veneziani, il presidente Paolo Gnignati per la Comunità ebraica, l’assessore al turismo Paola Mar per il Comune e infine Horst Claussen per l‘incaricata del Governo della Repubblica Federale di Germania per la Cultura e i Mass media.
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qui parigi - l'intervento del gran rabbino
"Laicità, valore da difendere"
Al termine di una lunga estate, il gran rabbino di Francia Haim Korsia tira le somme dei mesi passati, in cui il dibattito sul rapporto tra religione e Stato è stato il grande protagonista dell’attualità. Korsia ha infatti rilasciato un’intervista al quotidiano Le Figaro in cui ha ripercorso gli eventi che hanno segnato le ultime settimane, tra cui l’infiammare della polemica sul burkini, la sconvolgente uccisione di padre Hamel mentre officiava la messa a Saint-Etienne-du-Rouvray nell’attentato terroristico del 26 luglio, seguito a quello di Nizza il 14 luglio nel giorno della Festa nazionale, e la delineazione sempre più netta di una futura Fondazione per l’Islam di Francia. Per il rav Korsia la risposta a tutti gli interrogativi risiede nella comprensione del vero significato della laicità dello Stato, senza la quale “la Francia non sarebbe più la Francia, dal momento che la laicità non è un ateismo di Stato, ma la neutralità dello Stato per garantire la vita dei vari culti”. In questo senso, aggiunge, una eccessiva legislazione costituirebbe un passo falso: “La volontà di legiferare senza limiti mostra che non si riesce più a trovare un consenso tra di noi dul modo di vivere insieme. Dobbiamo diventare perpetuamente interpreti della legge? Non credo – la sua risposta – in quanto rovinerebbe la semplicità della vita in comune”.
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IL NOTIZIARIO SPECIALE
"Giornata, occasione per Milano"
Continua la marcia di avvicinamento alla Giornata Europea della Cultura Ebraica (domenica 18 settembre), quando oltre 70 località in tutta Italia dedicheranno conferenze, concerti, spettacoli alle Lingue e i dialetti ebraici, tema di quest'anno. A fare da capofila sarà Milano, come raccontano Davide Romano e Gadi Schoenheit, rispettivamente assessore e viceassessore alla Cultura della Keillah milanese, nello speciale notiziario realizzato appositamente per raccontare la Giornata. Nel fitto programma milanese, che vedrà tra i suoi ospiti d'eccezione il ministro della Difesa Roberta Pinotti (che parlerà della parola Pace, Shalom), un viaggio attorno al mondo e alle lingue dell'ebraismo con Caffe Odessa, lo spettacolo ideato da Miriam Camerini, di cui compare un'intervista sulla nostra newsletter speciale. Parlando di lingue ebraiche, non poteva mancare il giudaico romanesco, grande protagonista delle iniziative della Capitale e di cui parla Simona Foà, descrivendola come “la lingua della povertà e della separazione in quanto era usata soprattutto dalla parte più povera, anche culturalmente, degli abitanti del ghetto". Inoltre, si dice, "essa si può considerare come una sorta di linguaggio cifrato, per così dire, perché usata per non farsi capire in contesti quotidiani o difficili”.
Come si diceva, sono oltre 70 le località che partecipano alla Giornata: tra queste Firenze, Siena e Venezia, di cui sul notiziario si racconta il programma. 

informazione - international edition
Un autunno di cultura e impegno
Sono meno di 2500 le domande per ricevere la cittadinanza spagnola presentate dagli ebrei sefarditi del mondo alle autorità di Madrid. A dare conto della notizia, il quotidiano iberico El Pais, che avanza degli interrogativi sull’efficacia della recente legge che consente ai discendenti di coloro che furono cacciati dalla Spagna nel 1492 di riavere status e passaporto, pensata come forma di risarcimento simbolico per ciò che accadde allora, ma anche come misura per favorire il rilancio economico del paese. L’articolo è proposto nella sezione Bechol Lashon dell’odierna uscita di Pagine Ebraiche International Edition, che propone per i lettori di tutto il mondo un focus sull’autunno dell’Italia ebraica all’insegna della cultura e della solidarietà.
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pilpul
 Oltremare - Il tempo della parola
Cosa direbbe Eliezer Ben-Yehuda se tornasse in Israele per una visita adesso, oltre un secolo dopo le sue geniali estrapolazioni linguistiche che hanno dato nuova vita all’ebraico? Probabilmente sarebbe contento di ascoltare Reshet Bet, la radio nazionale in cui ancora si usano una grammatica corretta e una dizione non ammorbidita o sporcata dal gergo quotidiano. La “r” almeno lì è rimasta una erre diciamolo pure europea, mentre tutto intorno, nel paese reale, ha preso un suono arrotolato in fondo al palato che noi italiani facciamo fatica ad adottare.
Ma non credo che sarebbe molto soddisfatto di vedere quanti termini in inglese usiamo quotidianamente, soprattutto per parlare di lavoro e di ogni cosa tecnologica. Dalle start-up ai meet-up, solo ieri ero ad un pair-up, serata di incontro dove si formano coppie e piccoli gruppi che comprendono una persona portatrice di idea geniale e agglomerati variabili di finanziatori, programmatori, esperti di sostenibilità e altro.
Va detto che la Crusca locale, l’Accademia della Lingua Ebraica, provvede ogni anno liste di parole nuove e indicazioni molto precise su come chiamare le nuove tecnologie. Su Reshet Bet appunto, che suppongo per legge debba comportarsi in modo linguisticamente ipercorretto, per esempio ogni volta che si dice la parola applicazione, che il popolo chiama “applikazia” declinando dall’inglese, nella stessa frase si dice anche “issumón”, versione ebraica moderna del termine.
Nessuno al di fuori dalla radio direbbe issumón, come nessuno dice “misrón” per sms. Però Eliezer Ben Yehuda può essere moderatamente fiero di noi per averle almeno inventate, o meglio estrapolate da radici verbali esistenti, queste parole che sanno di aulico ancor prima di essere invecchiate.
In questo siamo davvero un popolo al di fuori dal tempo, o meglio per il quale il tempo è qualcosa di ben poco lineare e piuttosto fatto di stringhe parallele che ogni tanto si allacciano e poi proseguono senza alcun rapporto di conseguenza ed effetto con quanto avvenuto prima. Prima di cosa, direbbe uno come Ben-Yehuda, che ha annullato il tempo inventando coniugazioni dimenticate o mai esistite.


Daniela Fubini, Tel Aviv
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