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6 novembre 2016 - 5 Cheshvan 5777
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i quattro giorni dedicati alla visita del paese dal capo dello stato

Italia e Israele, Mattarella sigilla l'amicizia

img headerLa quattro giorni in Israele di Sergio Mattarella è stata la prima visita ufficiale del Presidente in Medio Oriente. Una scelta voluta e meditata, come ha spiegato lo stesso Capo dello Stato incontrando il suo omologo israeliano Reuven Rivlin a Gerusalemme: “la mia scelta di iniziare proprio da Israele conferma lo storico rapporto di grande amicizia tra Israele e Italia. Non vi è settore in cui non registriamo amicizia e grande affinità di valori, che sono alla base delle nostre rispettive società e democrazie”.
Nel corso della visita, due le direttrici principali seguite da Mattarella nei suoi interventi: da una parte il rafforzamento della cooperazione economica, scientifica e culturale tra Italia e Israele e tra Italia e Autorità nazionale palestinese; dall'altra il tema del rilancio dei negoziati palestinesi.
 

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l'analisi dello storico tom segev sull'eredità lasciata dallo statista

Yitzhak Rabin, una lezione dimenticata

img header“Yitzhak Rabin rappresenta qualcosa che non è mai accaduto; più che un mito rappresenta la storia di un fallimento. E noi in Israele non ammiriamo i fallimenti”. Ruvido e diretto, il commento dello storico Tom Segev a Pagine Ebraiche apre lo spazio per una riflessione, a vent’anni dal suo assassinio, sull’eredità lasciata dal premier israeliano Yitzhak Rabin e su quale direzione abbia preso la società israeliana da quel 4 novembre 1995, giorno della sua uccisione. “Se allora mi avesse chiesto se nel 2015 ci sarebbe stata la pace con i palestinesi, le avrei detto di sì, le avrei detto che il conflitto sarebbe stato il passato”. Come migliaia di israeliani, Segev ha visto svanire quella speranza e le sue parole oggi sono cariche di disillusione. “A differenza di allora, la maggioranza degli israeliani non crede più nella pace – spiega lo storico, considerato una delle voci più autorevoli d’Israele ma non per questo esente da critiche – Nemmeno Rabin in fondo era così convinto che gli accordi di Oslo sarebbero andati a buon fine. Era scettico, non si fidava di Arafat (il leader palestinese di allora, ndr). Basta vedere il linguaggio del suo corpo durante la famosa stretta di mano a Washington, piena di sospetto”. Al contempo, quella stretta di mano doveva segnare la realizzazione degli accordi, della soluzione dei due Stati per due popoli. Rabin forse era scettico ma, come conferma lo stesso Segev, aveva scommesso sulla possibilità di portare la pace. “Non sappiamo se ci sarebbe riuscito, morì prima di prendere le decisioni necessarie”. Ad assassinarlo un estremista ebreo, Yigal Amir, il cui gesto sconvolse nel profondo la società israeliana. Fu un attacco alle fondamenta della democrazia dello Stato ebraico, maturato in un clima di crescente tensione: mentre migliaia di persone guardavano con fiducia a Rabin, i suoi oppositori lo accusavano di mettere in pericolo Israele, tra questi anche alcuni futuri primi ministri del Paese. Le frange più estreme lo dipinsero come un nazista, ci fu chi ne invocò la morte. E in questa atmosfera si inserì Amir, che premette tre volte il grilletto contro Rabin.

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come l'arte può essere uno strumento per la riqualificazione urbana

Sud di Tel Aviv, il teatro di strada per il rilancio

img headerDal progetto “Rehovot medabrim” (le strade che parlano) dedicato alla riqualificazione urbana di Shapira, quartiere a sud di Tel Aviv, allo scontro con i sedicenti boicottatori, Micol Pietra ha toccato con mano il fascino e le contraddizioni d’Israele e l’ignoranza del Bds (il movimento che promuove il boicottaggio d’Israele). Nata a Milano, Micol ha fatto l’aliyah con la sua famiglia quando aveva 11 anni. Attraverso il suo impegno nel sociale e come produttrice nel campo dell’arte e del teatro, è possibile scoprire alcuni spaccati della realtà d’Israele.

Nel 2011 avevi partecipato a un bando a Tel Aviv per promuovere progetti dedicati alla “yazamut hahevratit”, al rinnovamento sociale. Su un centinaio di progetti, il tuo è stato tra i prescelti. In cosa consisteva e perché hai scelto il quartiere Shapira?
Shapira è un quartiere dove al degrado si uniscono problemi di convivenza tra le diverse comunità che vi risiedono, in particolare tra israeliani e lavoratori stranieri o profughi, per la maggior parte provenienti dal Corno d’Africa. Per affrontare questi problemi avevo scelto di usare l’arte di strada, come strumento pratico per avvicinare persone diverse fra loro. Ed ero convinta che migliorare la qualità estetica delle strade permettesse di diminuire gli episodi di vandalismo: una volta che tu, residente, sei parte del processo per il miglioramento delle tue stesse strade, è più probabile che ti senta parte del tuo quartiere, e svilupperai un senso di appartenenza. A Shapira vi era molta tensione tra israeliani e lavoratori stranieri. Si era arrivati a manifestazioni dove i residenti israeliani dicevano “non ci sentiamo più a casa” e “perché non li mettete a nord Tel Aviv, perché tutti qui?”. A questo si aggiungeva, la sensazione di degrado percepita dai residenti, secondo cui il comune li aveva abbandonati. Queste problematiche mi hanno fatto scegliere Shapira. L’idea del progetto, venendo incontro a queste esigenze, era di ristrutturare le vie, di rinnovare, di fare, come si dice in ebraico, un “hidush”, anche visivo: si trattava di abbellire le panchine, gli alberi, e così via.

Quindi era sì arte di strada, ma in un’accezione diversa da quella usuale. Non si trattava di fare uno spettacolo ma di arrivare a un happening finale attraverso piccole tappe. Per questo il titolo del progetto era “Rehovot medabrim”, le strade parlano. Come si è svolto e come è terminato il progetto?
Ho lavorato per un anno da sola, anche perché il bando non prevedeva un finanziamento. Ho parlato con molti artisti, raccolto idee da altre iniziative di arte di strada nel mondo. Per poter conoscere in prima persona gli abitanti, ho fatto volontariato per un’associazione di quartiere. C’era da capire come rendere il progetto, in particolare l’- happening finale, economicamente stimolante. L’idea era che potesse essere il trampolino di lancio per una riqualificazione anche economica, non solo estetica. In questo periodo il contatto con i residenti e la loro reazione al progetto erano stati molto positivi. Purtroppo, però, la tensione tra israeliani e lavoratori stranieri continuava ad aumentare. Si arrivò sino al punto in cui vennero gettate delle bottiglie molotov in un asilo riservato ai figli di etiopi senza permesso. Dopo questo episodio i residenti del quartiere mi hanno comunicato che non volevano più collaborare tra di loro. In questa situazione non me la sono più sentita di continuare.

Cosimo Nicolini Coen


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presentata l'auto a metanolo

Tel Aviv e la 500 "verde"

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II carburante auto, se l'auto è di modello Fiat 500 M15, può essere anche costituito da una miscela di benzina che contiene fino al 15% di metanolo. E il metanolo è un alcol che si ricava dal metano o addirittura dall'anidride carbonica, la CO2 con cui il mondo è in guerra e che pub essere fagocitata in un circolo virtuoso che ripulisce l'aria. La tecnologia che permette tutto questo è stata sviluppata da Fiat Chrysler Automobiles assieme all'azienda israeliana Dor Chemicals e al programma governativo Ifci (Israel's Fuel Choices Initiative) in base alle intuizioni del premio Nobel per la Chimica George Andrew Olah. La Fiat 500 M15 è la prima vettura Euro 6 alimentata a metanolo. Non è un prototipo: è pronta a essere commercializzata da Mca, importatrice israeliana di Fca. La nuova auto è stata presentata al Fuel Choices Summit 2016, un evento internazionale che si svolge a Tel Aviv, in Israele, presente per Fca Virgilio Cerutti, Head of Business Development Central Coordination.

La Stampa, 3 novembre 2016
 
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il cambio nella diplomazia 

Dore Gold lascia gli Esteri

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Tanto del nuovo corso intrapreso da Israele con i paesi arabi è stato merito di Dore Gold, a lungo direttore generale del Ministero degli Esteri. Gold a metà ottobre ha lasciato il suo incarico, adducendo motivi personali. “Continuerò a mettermi a sua disposizione per qualsiasi compito che mi assegnerà in futuro”, ha scritto il diplomatico nella lettera di dimissioni inviata al Premier Benjamin Netanyahu. E di Netanyahu Gold è stato, nel corso degli ultimi 25 anni, un fidato consigliere su questioni internazionali. A lui il Primo ministro ha affidato lo scorso agosto la guida della delegazione diplomatica che per la prima volta si è recata in un non ben identificato paese musulmano africano, con cui Israele non ha ufficialmente rapporti, per avviare un nuovo corso. Ed è stato ancora Gold a fare da tramite per un'altra significativa visita, questa volta organizzata in Israele, da parte della delegazione di un paese che anche in questo caso non non ha contatti diplomatici con Gerusalemme: l'Arabia Saudita.
 

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