Jonathan Sacks,
rabbino
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Il
concetto di viaggio è una metafora centrale nella vita ebraica. Il
nostro impegno deve essere volto alla crescita quotidiana, ogni giorno
dobbiamo fare un passo avanti rispetto a quello precedente.
Singolarmente e collettivamente.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee
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La
tortura, se non di diritto, almeno di fatto è tornata ad essere
impunita. A cominciare da Aleppo, ma già era chiaro a Srebrenica nel
1995, quello che stiamo vivendo è il tempo dei carnefici. Quello di
“mai più”, ammesso che ci sia stato, era una tregua.
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Mogherini: "Aleppo, ecco cosa possiamo fare"
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Molti
giornali aprono anche oggi con il dramma di Aleppo. “Aiutare la Siria
in questo momento vuol dire anzitutto evitare di bombardarla. Siamo il
principale donatore, dal punto di vista umanitario: quasi tutti gli
aiuti che i siriani ricevono arrivano grazie all’Ue e all’Onu che li
porta. Scuole per bambini, acqua, medicinali. Il nostro impegno
diplomatico comincia da qui”. Così l’alto rappresentante per la
Politica estera dell’Unione Europea Federica Mogherini in una
intervista a La Stampa.
I ragazzi ebrei studiano in media 13,4 anni. I cristiani 9,3; chi non è
affiliato ad alcuna religione 8,8; i buddisti 7,9; musulmani e indù
5,6. La media globale è 7,7 anni di studio. I dati sono pubblicati dal
Pew Research Center e si riferiscono a persone di 25 o più anni in 151
Paesi, raccolti su statistiche del 2010. Dati che, riflette Danilo
Taino sul Corriere, pongono un interrogativo interessante: esiste una
relazione tra la religione e il livello d’istruzione che una persona
cerca di avere? “I numeri crudi riportati sopra farebbero dire di sl.
La realtà, però, è più complessa”.
Un ingegnere di Hezbollah, ritenuto un genio dei droni, è stato ucciso
ieri in un agguato in Tunisia. “Quattro auto, almeno sei uomini con i
volti coperti dai mefisto e una finta giornalista che ha fatto da esca.
Più le armi, tutte rigorosamente con il silenziatore” scrive il
Messaggero. Dietro il delitto, si legge ancora, qualcuno intravede la
mano del Mossad. “Ovviamente non c’è alcuna conferma da parte di
Israele, né tracce di un possibile coinvolgimento del servizio segreto
dello Stato ebraico. Ma a quanto pare – scrive il Messaggero – al
Zawari era tenuto sotto controllo per le sue competenze sui droni”.
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lE PAROLE della giornalista arabo-israeliana "Ad Aleppo un nuovo genocidio, l'Onu ancora una volta ipocrita"
“Ci asciughiamo una lacrima quando vediamo un padre con in braccio il corpo della figlioletta morta, poi taciamo”.
Stanno facendo il giro del mondo le parole della giornalista
arabo-israeliana Lucy Aharish, che dal secondo canale della televisione
di Stato ha lanciato un appello alla comunità internazionale affinché
concretamente si mobiliti per porre fine alle sofferenze della
popolazione di Aleppo.
“In questo momento – ha affermato Aharish – ad appena otto ore di
macchina da Tel Aviv, sta accadendo un massacro. Anzi, lasciatemi usare
un termine più preciso: è un vero e proprio Olocausto. Forse non
vogliamo che si senta più questa parola, nel 21esimo secolo, nell’era
dei social media, in un’epoca in cui tutta l’informazione sembra a
portata di mano. Un mondo in cui puoi vedere e sentire le vittime di
questo orrore in tempo reale. Bene, in questo mondo noi non facciamo
niente mentre bambini innocenti vengono uccisi ogni ora”.
Ha poi aggiunto Aharish: “Mi vergogno per il fatto che il mondo arabo
sia ostaggio di terroristi e assassini e che niente si faccia contro di
loro. Mi vergogno per il fatto che la maggioranza dell’umanità che vive
in pace non faccia realmente niente di concreto”.
Dura la contestazione di realtà come le Nazioni Unite, che secondo la
giornalista arabo-israeliana sarebbero responsabili di “ipocrisia”.
Proprio in queste ore, tra l'altro, il segretario uscente dell'Onu Ban
Ki-Moon, nella sua ultima relazione al Consiglio di Sicurezza, ha
riconosciuto come lo Stato ebraico sia da tempo sottoposto a
un'ostilità che non ha eguali all'interno del Palazzo di Vetro.
"Decenni di manovre politiche hanno generato un numero sproporzionato
di risoluzioni, report e conferenze anti-israeliane" ha sottolineato il
segretario.
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il compleanno del professore Giacomo Saban, 90 candeline!
Novantesimo
compleanno per Giacomo Saban, uno dei grandi protagonisti dell’Italia
ebraica del ventesimo e del ventunesimo secolo.
Nato a Istanbul da genitori di nazionalità italiana, Saban cresce
nell’atmosfera cosmopolita della capitale ottomana dove la sua famiglia
si occupa d’importazione di tessuti e dove studia alla scuola italiana.
Si laurea in matematica all’università di Istanbul dove diviene docente
e nel 1950 consegue una seconda laurea a Roma. Da allora torna
periodicamente in Italia per insegnare. Nel 1978 decide di trasferirsi
nel nostro Paese. È professore di matematica all’ateneo dell’Aquila e
quindi si sposta all’Università La Sapienza di Roma dove sarà direttore
del dipartimento di Matematica. Nel 1985 diviene presidente della
Comunità ebraica di Roma e in tale veste accoglierà, un anno dopo, la
visita del papa in sinagoga.
Eletto nel Consiglio UCEI, ne è vicepresidente dal 1998 al 2002.
Direttore per molti anni della prestigiosa Rassegna mensile di Israel,
Saban è stato in tempi recenti anche Presidente del Consiglio dei
Probiviri dell’Unione.
Intervistato da Daniela Gross su Pagine Ebraiche del dicembre 2011, in
occasione dell’85esimo compleanno, Saban parlava lungamente della sua
Istanbul e delle speranze tradite della città turca. “Oggi, nel vuoto
della politica – rifletteva – si è affermato un orientamento islamico
che si oppone all’europeizzazione e che ha altri baricentri. Il
crogiolo di culture e nazionalità in cui sono cresciuto è scomparso e
solo una piccola minoranza ormai si rende conto che quell’intreccio era
un elemento prezioso di modernità”.
Ad mea ve esrim, fino a 120, caro professore!
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vergogna a bolzano In Consiglio con la felpa nazista
"Superato il limite, si intervenga" “Il
personaggio non è nuovo a provocazioni estreme, ma ho la sensazione che
stavolta davvero si sia davvero superato il limite. Mi auguro che il
Consiglio comunale di Bolzano intervenga al più presto con dei
provvedimenti. Quella felpa offende e inorridisce”.
Così la presidente della Comunità ebraica meranese Elisabetta Rossi
Innerhofer commenta l’iniziativa del Consigliere comunale di CasaPound,
Andrea Bonazza, presentatosi ai lavori del Consiglio con indosso una
felpa nera con la scritta Charlemagne e con un’aquila a metà e tre
gigli come stella. Nome e simbolo del volontari francesi della 33esima
Divisione SS Charlemagne, uno spregevole gruppo di collaborazionisti
d’Oltralpe che abbracciò il nazismo e le sue politiche di annientamento.
Grottesca la giustificazione di Capanna, che ha affermato: “Ho
moltissime felpe, magliette ed altri oggetti che hanno a che fare sia
con la prima che con la seconda guerra mondiale. Ho anche un colbacco e
felpe dell’Unione sovietica, quindi non solo dell’esercito tedesco. Chi
mi critica non ha più nessun argomento valido contro di noi, e non sa
più come attaccarci. Perché indosso una felpa con questa scritta? Sono
vicino a tutti i militari, ai giovani che hanno perso la loro vita
combattendo per una causa, per un ideale”.
Tra coloro che hanno informato la Digos, anche la presidente Innerhofer stessa. Leggi
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Le uova del serpente
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Non
è più un “onorevole” ma rimane un “politico”, quindi un nemico. Poiché,
argomentano certuni, la “gente” ha un nemico, ovvero i politici, tanto
più se di professione. D’altro canto, l’esercitarsi in inutili
distinguo (sta a Montecitorio o a Palazzo Madama? Fa il consigliere
comunale o regionale? Sta a destra, a sinistra o magari in un qualche
luogo qualsiasi della politica, magari in un cantuccio tutto suo?) non
è cosa nella quale possano inutilmente trastullarsi coloro che si
sentono invece autorizzati all’immediato ricorso alle vie di fatto.
Quisquilie e pinzillacchere, per i centurioni della furia redentrice.
Identificato tra la folla, comunque nella “piazza”, finalmente
restituita per un attimo al “popolo”, additato quindi al pubblico
ludibrio, va pertanto fatto oggetto non solo dei vituperi di prassi ma
di un vero e proprio “arresto”, nel nome di quella stessa “gente” di
cui si dice di fare le veci, dando così legittimo sfogo alla rabbia che
cova di dentro. L’aggressione squadrista, in puro stile primi anni
Venti, ai danni di Osvaldo Napoli, già deputato della Repubblica
italiana (in questi casi l’appartenenza al gruppo parlamentare è del
tutto irrilevante, anche perché ad essere colpita sono la funzione e il
mandato svolto dalla persona, quindi la sua investitura simbolica, e
non la collocazione politica come tale) è un fatto gravissimo. In
quanto segno a sé stante dell’ulteriore imbarbarimento della vita
politica, è purtroppo destinato a rimanere sommerso dai boati di
vicende più grandi, catalizzatrici dell’attenzione, spesso morbosa, dei
tanti. Avviene inoltre in una città come Roma, dove tutto sembra
volgersi verso un declino inarrestabile.
Claudio Vercelli
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Levi Papers - Iniziazione
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Quelle
che leggete nell’immagine sono le righe finali del capitolo
“Iniziazione” di Se questo è un uomo, presente solo nella edizione del
1958. Levi le ha aggiunte a mano coprendo con un foglio incollato una
precedente versione. Qui si parla del sergente austro-ungarico
Steinlauf della sua volontà di resistere nel Lager attraverso una serie
di pratiche che gli impediscono di ridursi a bestia, come lavarsi la
faccia o dare il nero alle scarpe. Sotto la striscia c’è un’altra
versione del testo. La trascrivo: “Ma a questi principi egli si
atteneva, e li tradusse in pratica giorno per giorno, perché gli si
addicevano; e grazie ad essi seppe durare, da buon combattente qual
era, fino alla fine del Lager di Buna-Monowitz. Fino al giorno in cui,
travolto anch’egli dalle ultime convulsioni della Germania piegata,
nessuno sa come, dove e come, furono spenti dalla violenza cieca la sua
saggezza e il suo valore”. La nuova versione, aperta da quel “No”
categorico, è molto più efficace e ci dice una cosa fondamentale già
anticipata poche righe sopra, là dove parla della “più facile, duttile
e blanda dottrina, quella che da secoli si respira al di qua delle
Alpi”, ovvero in Italia.
Marco Belpoliti, scrittore
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