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 29 gennaio 2017 - 2 Shevat 5777
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anche in israele la sfida dell'accoglienza È DI GRANDE ATTUALITà

Tel Aviv, laboratorio per l’integrazione

img headerNoam Bar Levy è laureato in Scienze e storia del Medio Oriente all’Università Tel Aviv e in urbanistica all’Università Ebraica di Gerusalemme. Assistente di due parlamentari di Avodà alla Knesset e portavoce di Stav Shafir “la rossa”, ha curato un progetto per la regolamentazione delle condizioni e dei prezzi degli immobili in affitto, cruccio per molti giovani israeliani. Oggi lavora nel “Innovation Team” della municipalità Tel Aviv – Yafo dedicandosi al tema dei rifugiati e dei lavoratori stranieri.

Noam, anzitutto puoi darci il punto della situazione?
La maggior parte dei lavoratori stranieri sono richiedenti asilo, di questi i più provengono dal Corno d’Africa. Per un certo periodo ogni giorno arrivavano rifugiati attraverso il Negev. Israele non sapeva che cosa fare. Li si accettava, venivano portati in centri di detenzione e dopo qualche mese liberati con un biglietto per Tel Aviv. E dov’è la stazione centrale degli autobus a Tel Aviv? Nel zona sud della città. Così arrivavano in un quartiere già povero e lì si installavano.

Sappiamo che i rapporti tra i residenti di questa zona e i lavoratori stranieri/richiedenti asilo non sono dei migliori…
Si è creata una grande tensione tra i richiedenti e gli abitanti del sud Tel Aviv che si sono trovati a essere minoranza nel loro quartiere. Improvvisamente hanno visto tutto trasformarsi. Le insegne dei negozi in lingue sconosciute, alimenti africani. A questo bisogna aggiungere il problema demografico, strutturale a Israele. Comunque sono convinto che la questione centrale sia di ordine economico: la zona sud era già problematica prima e non poteva che esserlo di più con l’arrivo di nuovi poveri.

Certo ci sono i problemi sociali. Ma le istituzioni come hanno reagito a questa situazione?
Penso alla Germania, lì lo Stato ha adottato nel passato recente (fino ai nuovi provvedimenti dell’ottobre 2016) un metodo preciso, i richiedenti ricevono lo status di rifugiato. Israele non può permetterselo. Allo stesso tempo Israele ha firmato la Carta Internazionale e dato che il Sudan e l’Eritrea sono qualificati come stati pericolosi non può respingere i richiedenti. Quindi il richiedente non riceve lo statuto di rifugiato e allo stesso tempo non viene rimandato indietro. Sui documenti è scritto: “infiltrato regolare senza permesso di lavoro”. È intervenuta la Corte Suprema con una sentenza che sostanzialmente diceva: “non è permesso agli infiltrati di cercare lavoro”, ma anche – sulla base di un’altra norma: “è proibito alla polizia di imporre ai proprietari il licenziamento di infiltrati”.


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una breve guida di tel aviv, realtà in continuo movimento

Dalle start-up al surf, la città dei giovani

img headerTel Aviv è una città di non semplice lettura: è apolitica eppure non è difficile trovare rimandi a Theodor Herzl; è laica eppure giovani ortodossi con chiassosi soundsystem ne occupano le strade centrali il giovedì sera facendo ballare i passanti mentre distribuiscono libretti di preghiere; è accogliente con gli stranieri eppure di stranieri ce ne sono veramente pochi; ha una popolazione giovanissima eppure ha prezzi una volta e mezza quelli di Milano. Insomma è una cosa e l’altra, dove spesso l’altra è il contrario della prima.
È una città economicamente molto dinamica, tutte le multinazionali tecnologiche hanno uffici qui ed è il primo ecosistema di startup al di fuori dagli Stati Uniti: con 28 startup per chilometro quadrato (più alta media al mondo), una ogni 290 residenti (anche qui più alta media al mondo) e ben 84 tra acceleratori, spazi di co-working e centri d’innovazione (per fare un raffronto: Londra ne ha 65; Parigi 48; Berlino 24 e sono tutte città grandi dalle 20 alle 30 volte Tel Aviv). La forza lavoro è iper-qualificata: nove lavoratori su dieci sono laureati eppure un quarto della popolazione è impiegata nell’industria del turismo o nella nightlife.

img headerA proposito di nightlife, Tel Aviv non ha nulla da invidiare a città ben più rinomate: 450 bar, 340 caffè, un centinaio di ristoranti di sushi (sono ovunque, evidentemente ne vanno pazzi), sono numeri quasi incredibili se rapportati a una città di piccole dimensioni: Tel Aviv ha infatti “solo” 400mila abitanti. I ristoranti sono mediamente molto buoni e la cucina, non esistendo una “cucina israeliana” vera e propria, è una continua rielaborazione di tradizioni dell’Europa dell’Est, del Medio Oriente, delle Americhe. Di notte c’è davvero di tutto e le vicende possono prendere pieghe inusitatamente selvagge. È vero, tutto questo edonismo tradisce un distacco dagli eventi che sembra leggermente artato, auto-imposto, a volte persino volutamente cieco. E però funziona, e in fondo di isole felici non se ne trovano poi molte a queste latitudini.

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il leader di habait hayehudi lavora per essere il prossimo premier

Bennett e la concorrenza a Netanyahu

img headerLe storie di figli che usurpano i padri abbondano nei testi antichi. Nel Tanakh c’è Avshalom, che si dichiara re, muove guerra al genitore David, arrivando, in un atto di sfregio alquanto edipico, a coricarsi pubblicamente con le concubine di lui. Nella mitologia greca Crono detronizza il padre Urano per poi vedersi detronizzato dal figlio Zeus. Ora, se sono questi i miti fondanti della civiltà occidentale, un motivo ci sarà. Quello dei figli, letterali e metaforici, che provano a fare le scarpe ai genitori è un pattern ricorrente nel comportamento umano, una forma di hybris comune nella vita privata, così come negli affari e nella cosa pubblica. La politica israeliana non fa eccezione. Che Naftali Bennet, il giovane e brillante leader di HaBait Hayehudi, sotto sotto puntasse a fare concorrenza a Benjamin Netanyahu lo si sospettava già da tempo, ma nelle ultime settimane è diventato più evidente: sfruttando un dossier recente, per esempio, Bennett ha accusato i vertici del governo e dell’esercito (cioè, indirettamente, anche il suo capo, Bibi) di «eccessiva rigidità» durante l’operazione Tzuk Eytan; poi ha fatto circolare sondaggi secondo cui, se ci fosse lui alla guida del partito, il Likud stravincerebbe le elezioni. Oggi Netanyahu, uno dei leader più longevi nella storia di Israele, si trova in una situazione in cui la minaccia politica non arriva più dall’opposizione, cioè da sinistra, ma dall’interno del suo stesso campo, ovvero da destra. Chi sta provando a metterlo alle corde è un suo ex pupillo: Bennett infatti un tempo era un fedelissimo di Netanyahu, praticamente una sua creatura, prima che decidesse di fondare un altro partito. Le anime candide evitino di storcere il naso: sognare di prendere il posto dei padri fa parte della natura umana, e la storia tende a ripetersi.

Anna Momigliano


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un modello anche per l'italia  

Perché guardare a Israele

Con un Gdp che cresce intorno al 2%, allo stesso tasso delle economie in via di sviluppo, un indice di disoccupazione inferiore al 4%, un settore delle costruzioni cresciuto di oltre il 100% negli ultimi 10 anni, un debito pubblico in continua diminuzione e un export in crescita, Israele continua il suo percorso di sviluppo. Dietro a questi numeri ci stanno alcuni fattori che includono indubbiamente il capitale umano (quasi il 50% della popolazione tra i 25 e i 64 anni ha avuto una formazione universitaria), un sistema universitario eccellente, una forte collaborazione università-impresa e un sistema di venture capital molto sviluppato.
È un paese che non sembra rallentare la sua corsa, che anzi accelera, consolidando il modello descritto nel best seller Start-Up Nations da Senor e Singer nel 2009. Le 73 quotate al Nasdaq, i centri di ricerca e sviluppo di oltre 300 società internazionali e le 5.000 startup fanno di Israele il luogo con la maggior concentrazione di imprese high tech al di fuori della Silicon Valley.

Max Bergami, Sole 24 Ore, 25 gennaio 2017

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il comico arrestato a gaza 

Adel: 'Hamas non sa ridere'

Racconta che da ragazzino entrava nei negozi, indossava i vestiti che non poteva permettersi, si guardava allo specchio prima di toglierseli per riportare a casa il ricordo di quei dieci minuti alla moda. Ad Adel Meshoukhi il detto «ridere per non piangere» si adatta come i jeans provati nelle sue sfilate malinconiche, è uno dei comici più popolari perché quanto lui i palestinesi di Gaza sono ormai rassegnati a sogghignare delle loro miserie. Raccontano che sono venuti a prenderlo poche ore dopo il video pubblicato su YouTube, che i poliziotti si sono pressati dentro al vicolo come un tappo di divise per non lasciarlo parlare con i fratelli o i vicini di casa. «Se l'aspettava» dice Iyad Odeh, suo compagno di scuola alle elementari. Quel filmato in cui per un minuto e mezzo urla a squarciagola «elettricità, elettricità, elettricità...» per finire «basta con Hamas» è stato visto in poco tempo da 150 mila persone, troppe per i fondamentalisti che spadroneggiano nella Striscia.

Davide Frattini, Corriere, 26 gennaio 2017


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