Benedetto
Carucci Viterbi,
rabbino
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"E
lo (l'Aron, contenitore delle tavole del patto) ricoprì d'oro dentro e
fuori": ogni sapiente che non è dentro come è fuori, non è - secondo
l'insegnamento talmudico - un vero sapiente.
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David
Bidussa,
storico sociale
delle idee | Dopo
60 anni l’Europa per molti non è più un sogno. Il futuro che dipingono
è un ritorno al passato. Quelli che contro di loro difendono l’idea di
Europa, pensano che basti evocare le buone intenzioni originarie per
andare avanti. Nessuno prova a pensare futuro, ognuno ha un suo
catechismo fatto di certezze che provengono da testamenti del passato.
Ma l’Europa che ci sarà non è preceduta da alcun testamento. Sarà la
risposta alle tensioni, alle disperazioni e alla voglia di futuro di un
dopoguerra che non è quello di 70 anni fa.
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Europa alla prova,
serve unità
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L’attenzione
del mondo puntata ieri su Roma dove, non senza qualche resistenza, i 27
leader europei hanno rilanciato l’impegno dell’unità per difendere
valori e sfide comuni. L’Europa prova a ripartire puntando sulle
diverse velocità che consentirebbero ai Paesi interessati a una
maggiore coesione di procedere senza essere bloccati da quelli ancora
non pronti. Il vertice dei capi di Stato e di governo svoltosi ieri
Campidoglio, scrive il Corriere, “ha cercato di dare ai cittadini un
segnale di unità politica anche su questo punto controverso”.
Nella giornata celebrativa dei Trattati, Roma supera la prova della
sicurezza. “Poteva essere il corteo della devastazione, con la sua
anima rivoltosa popolata di no global. Ma il lavoro di prevenzione
messo in campo dalla Questura – sottolinea il Messaggero – ha permesso
di evitare il peggio e di chiudere il serpentone di EuroStop, quello
degli antagonisti e dei black bloc in trasferta, solo con qualche
momento di tensione nella parte finale della manifestazione”.
Tra le manifestazioni più inquietanti quella organizzata da Alemanno e
Storace non lontano dal Campidoglio. Con loro pezzi di destra, non solo
romana, così raccontati dalla stessa testata: “Da Roberto Menia a
Giuseppe Scopelliti. Fino ad Alfredo Iorio, leader del Trifoglio e
responsabile della storica sezione del Movimento sociale di via
Ottaviano, e ai giovani militanti di Patria. Tra i tassisti anti-Uber e
gli avvocati ‘per i minimi tariffari’. In mezzo ci sono anche in nuovi
‘fascisti’ capitanati da Giuliano Castellino e dal suo movimento Roma
ai romani (dentro si contano vecchi missini e militanti della ‘X Mas’ e
di ‘Militia’) che, in meno di cento, rispolverano i saluti romani,
attaccano gli immigrati di colore che provano solo ad attraversare la
strada e bruciano in piazza le bandiere dell’Ue”.
Nome in codice: Ratafia. Un’operazione congiunta dei servizi segreti di
Israele e Francia ha consentito, già prima del 2011, quando cominciò la
guerra in Siria, di strappare preziose informazioni sul programma di
armi chimiche del presidente siriano Bashar Al-Assad. “Un lavoro di
fino, con risvolti psicologici, che supera la fantasia anche del più
talentuoso degli sceneggiatori cinematografici” scrive La Stampa.
Contrastare l’analfabetismo religioso, prevenire la creazione di
‘stereotipi dell’altro’, favorire il dialogo fra diverse culture e
religioni, sostenere le figure più vicine al detenuto. Sono gli
obiettivi del progetto “Conoscere e gestire il pluralismo religioso
negli istituti di pena lombardi” promosso da Università degli Studi di
Milano, ministero della Giustizia, Diocesi di Milano, Coreis (Comunità
religiosa islamica italiana), Comunità ebraica di Milano, Unione
buddhista, Biblioteca ambrosiana e Caritas ambrosiana. A parlarne è
l’edizione cittadina di Avvenire.
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l'inaugurazione del tempio piccolo
"Bologna, uno sguardo al futuro
grazie a una nuova sinagoga"
“Difendere
l’immenso patrimonio di cui l’ebraismo italiano è custode, ma anche
lasciare un nuovo segno, creare qualcosa, farsi percepire come un
soggetto attivo nella società è la sfida su cui abbiamo deciso di
investire risorse ed energie, perseguendo l’idea che così come i luoghi
della storia hanno grande valenza identitaria, anche gli spazi della
contemporaneità possono farci sentire fortemente radicati ad una
Comunità e a una cultura dalla tradizione viva”:
Si apre con le parole del Presidente della Comunità ebraica Daniele De
Paz l’emozionante cerimonia di inaugurazione del nuovo Tempio piccolo
di Bologna. Una giornata di festa e allo stesso tempo di rinnovamento
che è stata rivolta all’intero ebraismo italiano, rappresentato oggi
nelle sue molteplici sfaccettature, dalle vecchie come dalle nuove e
nuovissime generazioni (particolarmente numerose in sinagoga).

Intitolato
alla memoria di Renzo Yedidià Soliani, presidente della Comunità
ebraica negli anni Sessanta, la sinagoga è oggi protagonista con la
cerimonia e con le diverse iniziative, pensate anche per i bambini, in
programma nel pomeriggio.
“L’inaugurazione di una nuova sinagoga è nella sua essenza e forse
anche rarità un evento storico e di grande gioia, ed è la
manifestazione tangibile della nostra voglia di guardare al futuro.
Ancor più commovente – afferma Noemi Di Segni, Presidente UCEI – è
inaugurare, o meglio reinaugurare, un luogo che già esisteva, tanto
antico, che oggi comincerà a rivivere”.

Osserva
inoltre Dario Disegni, Presidente della Fondazione Beni Culturali
Ebraici in Italia, il cui intervento conclude la prima parte
dell’evento: “La conoscenza dell’altro, del diverso, è il miglior
antidoto ai tremendi di razzismo, antisemitismo e xenofobia, che oggi
purtroppo tendono a propagarsi con crescente intensità nella nostra
società. Questo luogo ci ammonisce quindi, da un lato, a rafforzare la
nostra identità ebraica, dall’altro a costituire altresì uno spazio di
incontro e di confronto con le altre componenti della società”.
È quindi rav Alberto Sermoneta, rabbino capo di Bologna, a dare avvio
alla cerimonia religiosa di inaugurazione. Al suo fianco i rabbini
Giuseppe Momigliano, Adolfo Locci e Alberto Somekh, che assieme al
rabbino capo estraggono i rotoli della Torah dall’Aron, l’armadio, per
condividerli con l’intera Comunità e con i tanti presenti (tra cui il
vicepresidente UCEI Giulio Disegni, l’assessore bolognese dell’Unione
David Menasci, il consigliere Roberto Israel).
Quindi
rav Sermoneta, rav Momigliano e rav Locci tengono alcune brevi lezioni
su temi legati alla cerimonia odierna. Il rav Sermoneta ricorda
l’importanza del minhag, gli usi e le tradizioni propri di una
specifica Comunità; il rav Momigliano invita alla responsabilità di
trovare il chesed, la bontà, che Dio ha dato in dono all’uomo; il rav
Locci ripercorre l’evoluzione della figura del chazan, il cantore,
dalla letteratura post-biblica ai tempi moderni.
Ad essere letto anche un messaggio di felicitazioni dell’ambasciatore israeliano Ofer Sachs. Leggi
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qui venezia - la cerimonia
Da Pellestrina alle coste di Israele
I 70 anni del viaggio di Kadima
Settant’anni
fa salparono dall’isola veneziana di Pellestrina tre navi cariche di
ebrei sopravvissuti alle persecuzioni e alla Shoah. La destinazione il
nascente Stato di Israele, la meta scelta per mettersi alle spalle
l’orrore, l’angoscia e la paura e ricostruirsi una vita.
Entrati in Italia da Tarvisio, i 794 passeggeri furono aiutati
dall’organizzazione clandestina Brichà, che operava a stretto contatto
con la Brigata Ebraica e l’Haganah, oltre che dall’infaticabile Ada
Sereni, un punto di riferimento imprescindibile per molte di quelle
traversate.
In queste ore il Keren Hayesod e la Comunità ebraica veneziana hanno
ricordato il viaggio di una delle tre imbarcazioni, la nave “Kadima”
(in ebraico, avanti). Con l’ambizione di poter arrivare
all’appuntamento con nuove testimonianze e nuovi affreschi di Memoria.
Ad aprire l'appuntamento il saluto di Andrea Jarach, presidente del
Keren Hayesod, a cui sono seguite le parole del vicesindaco di Venezia
Luciana Colle e dell'ambasciatore d'Israele in Italia Ofer Sachs. Il
pubblico ha poi potuto ascoltare le testimonianze di Lea Taragan, Segio
De Poli e Yossi Peled.
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la richiesta di chiarimento al sindaco
"Torino non dia spazio al Bds"
Un
appuntamento che doveva essere la presentazione di un progetto
umanitario a Gaza, patrocinato dalla Città di Torino, diventato
occasione per una bieca propaganda anti-israeliana. È quanto accaduto
lo scorso 22 marzo ad un incontro tenutosi nella Sala delle Colonne del
Municipio del capoluogo piemontese e contro cui la Comunità ebraica di
Torino ha preso fermamente posizione chiedendo chiarimenti al sindaco
Chiara Appendino. In una missiva indirizzata al Primo cittadino, a
firma del presidente della Comunità Dario Disegni, si sottolinea che
all'iniziativa – divenuta occasione per esponenti del Bds di lanciare
falsità e ingiurie contro Israele, arrivando a parlare di pulizia
etnica e facendo paragoni impossibili e offensivi tra la situazione di
Gaza e i campi di concentramento nazisti – sono intervenuti
ufficialmente sia il vicesindaco sia il presidente del Consiglio
Comunale di Torino. Un fatto grave per cui la Comunità ebraica ha
chiesto un pronto chiarimento da parte di Appendino, per quello che è
stato definito un “increscioso episodio”.
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L’affaire Bensoussan / 2 |
Queste,
quindi, le premesse, per come le abbiamo definite nell’articolo
precedente. Dopo di che, dalla critica intellettuale si è passati alla
polemica astiosa e, infine, alle aule di tribunale. I fatti sono noti
ma conviene ricordarli, poiché in Italia, già si diceva, sono stati
oggetto di scarsa considerazione. Il 10 ottobre del 2015, durante il
programma radiofonico «Répliques», condotto da Alain Finkielkraut per
la rete «France Culture», intervenendo nel merito del libro di Patrick
Weil «Le sens de la République», Bensoussan ad un certo punto afferma:
«oggi ci troviamo in presenza di un altro popolo che si costituisce nel
seno della nazione francese, che sta facendo regredire un certo numero
di valori democratici che ci hanno accompagnato». In un passaggio
successivo aggiunge: «non ci sarà integrazione finché non ci si sarà
sbarazzati di questo antisemitismo atavico». Citando poi il sociologo
algerino Smaïn Laacher, Bensoussan aggiunge, attribuendo a questi le
parole che lascia intendere di ripetere testualmente: «è un’offesa che
si mantenga questo tabù, sapendo che nelle famiglie arabe, in Francia –
e tutto il mondo lo sa ma nessuno lo vuole dire – l’antisemitismo lo si
succhia con il latte dalla madre».
Claudio Vercelli
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Levi Papers - Gli scontrini
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Una
delle aggiunte più consistenti dell’edizione 1958 di “Se questo è un
uomo” è su tre fogli dattiloscritti: il primo è meta di un foglio; il
secondo è un foglio intero; il terzo pure, ma le righe battute a
macchina occupano solo un quarto della pagina. Sono inseriti nel
capitolo “L’ultimo”, in cui Levi descrive l’impiccagione di uno dei
rivoltosi di Birkenau, probabilmente un membro del Sonderkommando, che
ha preso parte alla rivolta contro le SS. Nella versione 1947 Primo e
Alberto camminano e parlano. Hanno due gamelle vuote, e Alberto la
menashka, il contenitore ricavato dalla lamiera zincata, quasi un
secchio, segno evidente della posizione di rilievo raggiunta dai due
deportati nel campo. Levi ha aggiunto i tre fogli dando più spazio nel
capitolo ad Alberto, personaggio che ha ora una dimensione narrativa
più ampia. Viene raccontata la sua abilità nel trafficare tra la Buna e
il Lager di Monowitz.
Marco Belpoliti, scrittore
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